La reggia del collezionista

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Improvvisamente catapultata all’interno del corridoio di un lussuoso palazzo, osservo gli stucchi e gli arredi che abbelliscono le pareti. I muri sono altissimi e si direbbero di marmo bianco poroso. A una certa altezza dal suolo, tale che bisogna alzare lo sguardo per vedere bene, sono appesi dei quadri rettangolari, così grandi che coprono gran parte del bianco del muro. A parte la presenza dei quadri, all’ambiente è vuoto e il colore candido suggerisce un clima asettico. A destra e a sinistra, il corridoio si dirama come un labirinto rivelando ampi archi, anch’essi di marmo niveo.
Una musica, proveniente da una zona imprecisata dell’edificio, mi raggiunge. Se dovessi descriverla, la definirei come una melodia medioevale molto ritmica: il tempo è scandito da strumenti a percussione moderni e forse da un sintetizzatore. Qualcosa, in quelle note che stanno a metà tra il passato e il futuro, infonde nell’atmosfera del luogo una sensazione di arcano misticismo.
Con quel piacevole suono come sottofondo, inizio a esplorare il posto. Ovunque vada, sulle pareti bianche, altissime, ad almeno due metri e mezzo da terra, sono appesi degli enormi dipinti rettangolari con il lato più lungo disposto orizzontalmente.
Percorro lunghi corridoi e varco ampie porte alla ricerca di qualcosa, ma i saloni sembrano tutti identici. Ad un certo punto, finalmente, supero un arco e raggiungo una stanza particolare che si differenzia dalle precedenti. Addossato alla parete sud, c’è un altare basso, dello stesso colore delle pareti e rialzato di qualche gradino; sopra di esso è posizionato un trono di marmo su cui è adagiato un sovrano barbuto. O meglio la statua di un sovrano con barba, corona e mantello.
Il re appare come un uomo tutto bianco, abiti compresi, modellato in una posizione obliqua che lo fa sembrare svenuto o addormentato.
La musica medievale che sentivo prima non c’è più.
Sposto lo sguardo in giro per la sala. Cerco di identificare qualche dettaglio proprio dei quadri che ho attorno. La tela del dipinto su cui decido di concentrare l’attenzione raffigura un paesaggio naturale, ma è rovinata per tutta la lunghezza da un vistosissimo strappo restaurato. La lacerazione sembra la bocca schiusa di un demone. In quel punto i colori del paesaggio sono assenti e si vede il fondo ocra della tela. Sposto lo sguardo anche sugli altri quadri e noto che su tutti è presente lo stesso sfregio. Sento salire una specie di angoscia ingiustificata. Con la coda dell’occhio vedo qualcosa muoversi a lato: la statua del sovrano è ancora immobile, ma mi accorgo che ora il suo corpo sembra più vero, non appare più come un blocco di marmo, ma di carne. I colori pallidi della roccia sono rimasti pressoché gli stessi di quando l’ho visto la prima volta, eppure ha acquistato una consistenza flaccida che lo fa apparire come un cadavere o uno spettro. Il re giace morto. Ma un attimo dopo spalanca gli occhi e si alza. Tra le mani vedo che regge una spada di metallo che fino a un momento prima non avevo notato. Non sembra avere buone intenzioni, quindi fuggo attraversando corridoi labirintici e ritrovando le stanze lussuose che avevo lasciato in precedenza. La mia corsa è destinata a non trovare conclusione.


Licenza Creative Commons “La reggia del collezionista” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


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