Il paleopatologo (parte IV)

Parte III

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  1. La notte più gelida

Avevano sistemato le tende e la strumentazione nei pressi di alcune antiche tombe, a circa quindici chilometri da Jiayuguan[1]. Sarebbero rimasti in mezzo al nulla per quattro mesi, ma ogni due settimane qualcuno sarebbe andato in città per comprare rifornimenti, e il soccorso satellitare era attivo ventiquattr’ore su ventiquattro in caso di emergenza.
Almeno per la prima settimana, i giorni si susseguirono in modo lineare e le notti trascorsero tranquille.
Al calare del sole del tredicesimo giorno Wilfred Harvey si sorprese a pensare a come quel genere di lavoro, dopo tanti anni, continuasse ancora a dargli grandi soddisfazioni. Disseppellire un cadavere di una certa importanza storica, studiarlo e cercare di capire la storia e lo stile di vita dalla composizione delle ossa, lo rilassava: un paradosso, questo, generato da certe menti complicate, come la sua.
Verso le otto di sera si era alzato un forte vento freddo da nord e, nonostante la luce fosse ancora buona, la squadra aveva dovuto abbandonare il campo prima del previsto.
Dormivano tutti nella stessa tenda per non sfidare la termodinamica: più persone compresse in un piccolo spazio, voleva dire più calore. E quando fuori la temperatura può raggiungere i -40°C non si è mai troppo stretti: gli spazi personali ad un certo punto diventano spazi comuni e si impara a convivere serenamente.
Era notte fonda quando Wilfred sentì un fruscio di passi incerti tra il sibilo del vento che scuoteva la tenda. Su un primo momento pensò si trattasse di uno dei ragazzi che si alzava per andare in bagno ma, qualche istante dopo, la voce di Ria vicino all’orecchio smentì la sua ipotesi.
«Professore», bisbigliò la ragazza, con il tono insicuro di chi cerca di nascondere un certo imbarazzo per ciò che sta per chiedere. «Sta dormendo?»
«Ora non più», rispose gentilmente Wilfred rintanato nel tepore del sacco a pelo. «Che cosa c’è?»
«Il rumore del vento mi disturba», rispose.
L’uomo aprì gli occhi e girò la testa di lato in cerca del viso di lei: era buio pesto e l’unica cosa che gli parve di riconoscere fu una sagoma indefinita accucciata lì accanto. Se la immaginava seduta a gambe incrociate con lo sguardo perso in un punto imprecisato.
«Prof, secondo lei… quanto è grande l’universo?»
«Infinito.»
«Come lo sa?»
«Lo so perché tutti i dati lo confermano.»
«Ma lei ne ha le prove?» Ria si mosse e sfiorò per sbaglio un braccio dell’uomo. Quel contatto inaspettato, seppure indiretto – perché la tela del sacco a pelo li separava – diede a Wilfred la motivazione necessaria a sporgere una mano di fuori e afferrare la lanterna spenta che aveva in parte. La accese e regolò la luce al minimo, poi sollevò il capo e incrociò lo sguardo della ragazza. Gli occhi scuri del professore – quegli occhi che non erano invecchiati e che ancora nascondevano il bagliore di un sogno da realizzare e la curiosità di scoprire nuovi tesori – non riuscivano a sondare in profondità la maschera che Ria si era costruita: i suoi pensieri restavano quindi un mistero.
«No, non ho le prove», disse infine sospirando.
«Ma li ha visti questi dati?», insisté lei, con la caparbietà di chi vuole sapere ad ogni costo.
«No. Effettivamente no», ammise il prof. E avrebbe voluto aggiungere che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a comprendere nulla con le basi di studio che aveva: lui era un paleopatologo, non un matematico, ma la stanchezza lo fece esitare e Ria finì per riprendere la parola.
«Allora come può essere certo che sia infinito?»
«Non lo sono, suppongo solo sia così.»
«Mm… Lo stesso vale per l’amore, credo», concluse la giovane.
L’uomo distolse lo sguardo, tormentato da mille pensieri sul significato di quella inattesa conversazione che aveva avuto luogo nel cuore della notte. Si chiese dove volesse andare a parare quella geniale testolina bionda con un discorso del genere. Che avesse forse intuito qualcosa?
«Torna a dormire ora», disse secco, seppellendo la faccia sotto l’imbottitura del sacco a pelo e cercando conforto nell’oscurità.
“Solo un amore impossibile può essere eterno”, pensò. “Ciò che non può essere raggiunto fisicamente, continua a vivere per sempre nell’immaginazione. Ti amo, Ria .”

Parte V


Glossario:

1- Jiayuguan (嘉峪关 Jiāyùguān): si trova non lontano dalle grotte di Mogao vicino all’oasi di Dunhuang ed è la fortezza più estrema della muraglia cinese, oltre che la testimonianza artistica meglio preservata dello sviluppo del Buddhismo in suolo cinese.

Note autore:
Il dialogo sull’universo, presente in questa parte di racconto, è una traduzione un po’ rielaborata dello scambio di battute che avviene all’inizio di questa melodia ambient: glo & unforseen – infinite.


Licenza Creative Commons “Il paleopatologo” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


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2 pensieri riguardo “Il paleopatologo (parte IV)

  1. Le note in calce sono una buona idea. Nella notifica mi è arrivata una nota sulla psicometria, termine che, nonostante una laurea in Lettere Moderne e la mia estrema curiosità su argomenti vari (tra cui misteri e affini), non conoscevo ancora…ieri hai scoperto i poeti del “cosmonautismo” (😂) e oggi evidentemente mi hai insegnato tu qualcosa 😊

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