Il sentiero per il tempio

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Il sentiero per raggiungere il tempio pagano è tortuoso. Non è la prima volta che ci vado. Anche se mi è stato proibito esplicitamente di tornarci, è più forte di me. Io devo sapere, voglio ampliare le mie conoscenze e non posso permettere che qualcun altro scelga per me, togliendomi la libertà.
Adesso, alla faccia di chi mi aveva raccomandato di starne alla larga, sto percorrendo nuovamente il solito sentiero di terra battuta. Mi piace la sensazione che mi regala la vista di quel suo colore intenso, quasi tendente al rosso. Solo lì la terra ha quella tonalità. Sembra di stare in un ambiente esotico, lontano. Riconosco ogni curva del tracciato, ogni ruscello che lo attraversa, ogni albero che si sporge curioso da qualche isoletta in mezzo all’acqua. Sì, il percorso si trova proprio in mezzo a un territorio paludoso. Ogni tanto un fiumiciattolo attraversa la zona praticabile. Proprio ora ne scorgo uno davanti a me. L’acqua ha scavato un alveo che deforma il sentiero, ma qualcuno ha disposto dei grossi sassi a distanza regolare che fungono da passerella. Sono pietre bianche e larghe che conferiscono un senso di stabilità e sicurezza.
Qualcuno potrebbe pensare che questa strada, questo collegamento tra la civiltà e il tempio, sia disagevole. Forse lo è davvero. Nessun tipo di mezzo di trasporto può passare, perché resterebbe bloccato. L’unica soluzione è andarci a piedi, come in un pellegrinaggio.
Oggi il sole non è bruciante come al solito. Quando raggiungo la mia destinazione, mi accorgo di un fronte nuvoloso in rapido avvicinamento dai monti a nord. Si è alzato anche un venticello fresco che porta sollievo. Le foglie degli alberi sono agitate e, forse per questo, anch’io inizio a sentirmi un po’ inquieta.
Il tempio è un edificio ocra a più piani che ricorda l’architettura indiana. Faccio visita al cimitero vicino, disposto sotto a una grotta naturale: le lapidi sembrano scavate direttamente nella roccia del suolo e sono coperte da un velo di muschio che le fa apparire vecchissime. Dopo aver salutato alcune persone, mi metto in cammino per il viaggio di ritorno. Le nubi hanno ormai ammantato tutto il cielo. In montagna sta già piovendo. L’acqua della palude inizia a salire, i fiumi si gonfiano e perdono la loro forma originaria. La natura si sta divertendo a rimodellare tutto ciò che c’è attorno. Sul sentiero del ritorno non vedo più la passerella creata con i confortanti massi bianchi. Sulla terra rossa, il fluire agitato dell’acqua ha formato delle piccole isolette grandi pochi centimetri. Mi sento come un gigante in mezzo al delta di un fiume.
Anche se il territorio sta mutando ed è difficile trovare punti di riferimento, sono quasi certa che la strada del ritorno sia giusta. Attraverso, dunque, il letto del fiumiciattolo che ho davanti, inzuppandomi e sporcandomi le scarpe di fango. Proseguendo, arrivo accanto a una recinzione composta da una bassa mura che non avevo mai notato prima. Ciò mi fa temere di essermi persa. L’acqua intanto continua a salire e ora mi arriva già a metà gamba. Tolgo il cellulare dalla tasca dei pantaloni per metterlo su quella più alta della giacca. Tuttavia, qualche istante dopo, un passo falso mi fa finire dentro a una profonda buca sommersa. Ora ho letteralmente l’acqua alla gola. È un liquido scuro e fangoso che mette angoscia. Prendo il cellulare fradicio e lo sollevo fuori dall’acqua lasciandolo sgocciolare. Dalla luce emanata dallo schermo si direbbe ancora funzionante e penso che non ho nulla di cui preoccuparmi, perché tanto il Nokia è indistruttibile.


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“Il sentiero per il tempio” di Monique Namie
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