Quella voce attraverso il tempo (parte I)

Nota:
I nomi di luoghi e di persone presenti nel testo sono esclusivamente frutto della fantasia.


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Un telefono squilla con insistenza e non c’è nessuno nei dintorni che possa sollevare la cornetta. Il suo trillo acuto si spande negli ambienti di una casa diroccata: attraversa la sala da pranzo, con le sedie di legno intagliato rovesciate sul pavimento, giunge nella camera da letto dalle pareti ammuffite e, accarezzando la ruggine delle imposte, si riversa all’esterno.


Luglio.
Un suono antico di campane proveniente dalla campagna ha catturato la mia attenzione. Arrivava da ovest, in corrispondenza del sole morente. Ma in quella direzione non c’erano chiese e nessuno oltre a me sentiva i rintocchi. Fu così che, spinta dalla curiosità, scoprii l’esistenza di un paese fantasma che potevo vedere solo io.

Il paese misterioso si trova a circa due chilometri da casa mia. Lo si può raggiungere seguendo per un tratto il fiumiciattolo serpeggiante che si immette nella prateria dei Lamberti. Dopodiché, facendo attenzione che questi non se ne accorgano, si deve tagliare in diagonale uno dei loro appezzamenti di terreno. Ad un tratto, oltre una fila alberi secolari piantati per segnalare un vecchio confine, si scorgono le prime abitazioni diroccate.
Le case sono tutte in legno: cadenti catapecchie dalle travi scrostate, tenute assieme da una manciata di chiodi corrosi dalla ruggine. Sopra l’entrata di ogni abitazione c’è un numero civico disegnato sullo stipite della porta. I colori sono sbiaditi, sembrano coperti da un velo opaco. In passato, probabilmente, erano tinte sgargianti, ma oggi di quella pigmentazione è rimasto solo un vago ricordo. Al tempo piace fare razzia delle cose. A lui piace appropriarsi indebitamente dei dettagli del mondo, ma non lo ammetterebbe mai. No, lui si definisce un collezionista, mica un ladro.

Da quando l’ho scoperto, mi reco spesso in quel luogo. È comparso magicamente proprio in un periodo della mia vita in cui avrei voluto fuggire da tutto e da tutti.
Nessuno può trovarmi lì, perché è un luogo imprigionato in una bolla temporale. I comuni mortali non percepiscono ciò che si muove eternamente nella dimensione del tempo. E io, lì dentro, posso smettere di esistere per un po’; smettere di essere la giovane segretaria dell’avvocato, smettere di indossare vestiti formali e tenere i capelli raccolti. Posso essere me stessa e ribellarmi alle convenzioni della società.

Lungo le vie di quel paese è un po’ tutto nel caos, ma l’atmosfera è piacevole. A tratti si respira l’odore di cose vecchie e consumate dal tempo, a tratti profumo di fiori selvatici e camomilla. Mi ricorda un po’ le mie escursioni ai mercatini dell’usato.
C’è una panchina infossata tra la vegetazione: su di essa ogni tanto rivedo le ombre di chi si sedeva ad aspettare e chiacchierare. Un paio di scarponi abbandonati sul secondo gradino di una scalinata sono rivestiti di muschio, ma se mi concentro li posso vedere indossati da un uomo brizzolato che si reca giornalmente dal panettiere in fondo alla via.
Non sono pazza, semplicemente all’età di tre anni, tre mesi e tre giorni di vita ho deciso di inserire per gioco l’uncinetto di mia madre nella presa della corrente del salotto. Ci avrei potuto rimanere secca, invece mi è andata bene, e da allora il presente si è mescolato al passato. Continuo a vedere cose che ora sono già polvere, oggetti e voci che non appartengono più al presente da qualche giorno o da qualche secolo. Quando da piccola raccontavo le mie visioni agli adulti, loro mi dicevano: “Hai proprio una bella fantasia”. Prima che iniziassero a considerarmi malata ho capito che era meglio tenere certe cose per me.
Di solito le mie visioni sono manifestazioni temporanee di breve durata: l’evento più lungo si è protratto per una decina di minuti. Dunque non mi so spiegare perché questo complesso di case sia così insistente: continua a stagliarsi in mezzo alla campagna, con la nebbia, con la pioggia, durante il giorno e nel cuore della notte. Potete immaginate la mia sorpresa quando sono tornata a passeggiare nel luogo e ho ritrovato la città fantasma, così come l’avevo lasciata l’ultima volta. I Lamberti sarebbero ammattiti se avessero saputo che i loro possedimenti confinavano con una cittadina oscura a misteriosa. Conoscendo il loro attaccamento morboso alla terra, non avrebbero dormito alla notte. Per loro fortuna non se ne sarebbero mai accorti.

Le residenze di questo particolare paese non sono tante. Il numero civico più alto che io abbia incontrato finora è il 100. Nella casa numero 99, l’unica con un portico e una sedia a dondolo costantemente mossa dal vento, c’è un telefono nero che ogni tanto suona. È uno di quei vecchi apparecchi con la cornetta e la ruota numerica; il cavo che lo collega alla linea elettrica è tagliato, mangiato dai topi, eppure lui continua a squillare, come se chi sta dall’altra parte riuscisse a creare un collegamento solo tramite la forza di volontà.
A telefonare è sempre il solito ragazzo dalla voce serena. Mi piace il tono che usa e sua calma nel parlare. È strano: ho la sensazione di conoscerlo da sempre.

Quando sollevo la cornetta, lui inizia sempre con la solita frase, senza nemmeno salutare: «Com’è il tempo? Qui sembra stia per venire la fine del mondo.»
La prima volta ho guardato fuori dalla finestra. Un riflesso condizionato. Sapevo che era una giornata soleggiata. Ero appena entrata in quella casa attirata dallo squillo del telefono e dovevo ancora abituarmi al buio degli interni polverosi. Gli risposi semplicemente «qui c’è il sole» e allo stesso tempo mi chiesi perché per lui fosse così importate.
Capii, giorni dopo, che la sua domanda sempre uguale richiedeva come risposta una parola d’ordine: una frase ben precisa che la prima volta avevo azzeccato per puro caso. «Qui c’è il sole.» Se c’era il sole potevamo parlare, se pioveva, se era nuvoloso ecc, lui riattaccava. Per parlargli anche durante le brutte giornate iniziai a mentire. Da quel momento in poi ci sarebbe stato sempre il sole.

Parte II


Licenza Creative Commons “Quella voce attraverso il tempo” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


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