Viaggio di studio

Image and video hosting by TinyPic
Il nostro albergo era situato vicino alla spiaggia, così potevamo procurarci facilmente i campioni d’acqua da analizzare. La porzione di mare davanti all’albergo era uno schifo, quindi normalmente ci si spostava con le provette oltre la scogliera.
Eravamo lì da circa una settimana e non mi ero ancora del tutto abituata alla stranezza di quel tratto di mare. Davanti all’albergo l’acqua era torbida e piena d’alghe. Scavalcata la scogliera sembrava quasi di essere arrivati in un paradiso tropicale. Forse, senza accorgercene, attraversavamo un portale invisibile che conduceva dall’altra parte del mondo. Il mare là era tanto trasparente che si potevano vedere le conchiglie sul fondo, sulla superficie galleggiavano petali di fiori colorati e nell’aria si levava profumo di agrumi.

Il laboratorio in cui analizzavamo i campioni d’acqua era un luogo particolare ma accogliente. C’era un lungo tavolo in acciaio accostato alla parete da un lato. In fondo alla stanza appesa al muro c’era una lavagna bianca in cui il professore era solito scrivere qualche formula chimica. Tutto attorno erano disposti i macchinari per le analisi e nell’angolo più lontano, appesa alla parete c’era una bacheca quadrata con dei telefoni neri. Gli apparecchi erano funzionanti, ma non riuscivo a capire a che cosa servissero in un laboratorio di analisi dell’acqua. Anche loro, tuttavia, erano diventati una presenza fondamentale per rendere quel posto speciale.

Il giorno del ritorno a casa, un autobus a due piani ci aspettava nel parcheggio dell’albergo e io sentivo già che quei luoghi mi sarebbero mancati.
Dopo appena qualche chilometro di strada, il mezzo si fermò davanti a un supermercato. Il professore disse che chi voleva scendere a comprare qualcosa poteva farlo, ma doveva sbrigarsi. Il pullman, infatti, sarebbe ripartito tra una decina di minuti.
Zaino in spalla, scesi seguendo una mia compagna di classe fino al reparto alimentari. Il supermercato non era molto grande: aveva appena qualche fila di scaffali. L’idea era quella di comprare qualche stuzzichino da sgranocchiare durante il ritorno. Scelsi cracker al mais, barrette ai cereali e ovetti al cioccolato. Nei primi due era scritto a chiare lettere che non era stato usato l’olio di palma, ma non riuscivo a trova la scritta con gli ingredienti del terzo pacchetto. Poiché avevo già perso troppo tempo, decisi di controllare mentre andavo alla cassa. Se, una volta arrivata, non avessi trovato nessuna informazione avrei acquistato solo i cracker e le barrette. Così fu. Depositai sul nastro scorrevole solo due prodotti. La cassiera – che aveva l’aspetto di una strega delle favole con l’aggiunta di trucco e permanente –  sollevò con molta calma lo sguardo su di me.
«Spesa da duecento euro eh? Potevi comprare anche qualcosa in più.»
Per un attimo restai interdetta, poi risposi con le prime parole che mi vennero in mente: «Sono in gita scolastica, mi servono solo poche cose e ho fretta.»
Alla cassiera-strega parve non importare e con la solita estrema calma scansionò i prezzi dei due prodotti. Aspettai che mi dicesse il totale, invece frugò nella cassa e mi porse una manciata di monete. “Ma che fa? Mi dà il resto prima che paghi?”, pensai.
Tolsi lo zaino dalle spalle, lo aprii e presi il portafoglio. «Vanno bene cinque euro?»
Con tutto il resto che mi aveva dato, la differenza probabilmente sarebbe stata comunque di appena qualche centesimo. L’altra annuì, prese la banconota e non mi diede nemmeno lo scontrino. Non stetti lì a discutere perché avevo già perso troppo tempo. Presi i prodotti in mano e come mi girai finii addosso alla lunghissima fila di persone che stava aspettando alla cassa vicina. Chiesi scusa e con un po’ di fatica riuscii a farmi strada e a raggiungere l’uscita. Davanti alle porte automatiche ebbi la sensazione di aver dimenticato qualcosa: lo zaino! Lo avevo lasciato davanti alla cassa. Tornai in dietro, ma quando arrivai non c’è già più. Così raggiunsi sconsolata il parecchio e proprio lì vidi il mio zaino in mano a un gruppo di ragazzi esaltati. Riuscii a farmelo restituire senza difficoltà: tanto i soldi li avevano già presi e fatti sparire. Pazienza, non ci tenevo a vedermi un coltello puntato contro. Ma il peggio doveva ancora arrivare: l’autobus era partito senza di me.

Macinai a piedi i pochi chilometri che mi separavano da quello che era stato per circa una settimana il nostro alloggio. Entrai nel laboratorio, che ora sembrava diventato la hall dell’albergo, e iniziai a utilizzare i vari telefoni appesi al muro per cercare di contattare qualcuno. Sembrava che tutti avessero il cellulare spento. Verso sera riuscii a contattare una mia compagna di classe. «Sei diventata un mito», mi disse lei in tono allegro e spensierato. «Hai fatto impazzire il professore.» In sottofondo si sentivano delle risate e la voce arrabbiata di un uomo.


Licenza Creative Commons “Viaggio di studio” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Annunci

3 pensieri riguardo “Viaggio di studio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...