Sambukè

Questo racconto è stato scritto per la XXIX Challenge Raynor’s Hall.
Tema estratto: difetto

Nota dell’autrice:
L’ispirazione mi è venuta leggendo una ricetta per preparare lo sciroppo di sambuco trovata in un libretto in farmacia.
Cosa ho pensato dopo aver scritto il racconto? Di aver creato un futuro in cui gli psicologi non hanno futuro… per colpa delle ophiuchusiane. Leggendo vi sarà più chiaro.

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I fiori di sambuco fluttuavano in modo apparentemente caotico nel preparato alcolico nel quale Jimti li aveva immersi. Tuttavia, l’imprevedibilità degli atomi era ormai stata risolta, e lui era certo che avrebbe potuto scrivere un’equazione precisa per delineare il singolo movimento di ogni petalo.
Mancava ancora un’ora alla fine del turno in laboratorio. Tutte le mansioni erano già state portate a termine, e ora un gruppo di scienziati in camice bianco circondava il nuovo arrivato in attesa di assaggiare la bevanda che aveva preparato.
C’era dell’ingegno e della follia in Jimti. Aveva utilizzato gli ingredienti della mensa e gli strumenti del laboratorio per distillare lo sciroppo al sambuco. Solo i fiori secchi se li era procurati in erboristeria.
Una decina di piccoli beaker furono sollevati in alto e un coro di voci urlò: «Alla Teoria Unificata!»
Tutti brindarono allegramente complimentandosi col giovane per l’ottima bevanda. Lui esitò a dimostrarsi soddisfatto: questa faccenda della Teoria Unificata lo impensieriva. Da quando era stata scoperta, Relatività e Teoria dei Quanti avevano iniziato ad andare perfettamente d’accordo e dall’universo erano stati debellati molti difetti. Meno difetti voleva dire meno imprevedibilità, più certezza, più perfezione.
«Jimti, il tuo sambuco è il migliore! Se ti dovessero licenziare avrai comunque un futuro come barman», scherzò un collega.
Il ragazzo sorrise. “Sì, è venuto bene”, pensò tra sé, “ma gli ingredienti non sono nella quantità ottimale”.
Poteva migliorare e lo sapeva, il punto è che non desiderava farlo. Dopo i recenti avvenimenti, si era reso conto di avere la fobia della perfezione e allora aveva iniziato di proposito a creare dei piccoli difetti in tutto ciò che faceva. Era giunto al punto di sbagliare volontariamente l’approssimazione di un calcolo, arrivare sul posto lavoro in ritardo, fingere di dimenticare la data di una riunione… Un giorno, il dirigente dello stabilimento lo aveva convocato in ufficio. «Ti ho assunto perché la tua carriera universitaria era una delle migliori a livello nazionale. Che ti sta succedendo?», gli aveva detto.
Di solito la gente ambisce alla perfezione e cerca di eliminare i difetti. In lui stava succedendo il contrario. Guardava il cielo e aveva paura di non provare più meraviglia: era questione di mesi e anche il destino del cosmo sarebbe stato svelato togliendo ogni parvenza di mistero. Questa cosa lo stava logorando… forse doveva parlarne con qualcuno che potesse aiutarlo.

Tornando a casa da lavoro passava sempre davanti a un locale dove lavoravano numerose intrattenitrici. Era un posto raffinato dove le ragazze non facevano altro che intessere relazioni fantasiose con i propri clienti. Erano pagate per dire ciò l’interlocutore voleva sentirsi dire. Non erano persone scelte a caso, in loro c’era una naturale propensione a capire l’altro con un solo sguardo. Si potevano considerare delle psicologhe da pub. Provenivano per la maggior parte dal sistema planetario di Ophiuchus ma, a un esame superficiale, era impossibile distinguerle dalle ragazze umane.
Quella sera il locale non era ancora troppo affollato, la maggior parte dei clienti arrivava sempre dopo la mezzanotte. Jimti sostò per qualche istante sul marciapiede davanti la vetrina, incerto sul da farsi, e poi entrò. Rimase subito colpito da una ragazza che se ne stava a un tavolo da sola con un sandalo slacciato e il piede che ondeggiava scalzo. Quel dettaglio lo aveva incuriosito. Decise di provare. Non aveva nulla da perdere. Al massimo, se le leggendarie capacità psichiche delle intrattenitrici ophiuchusiane lo avessero deluso,  non sarebbe più tornato.
«Buonasera, posso sedermi qui?», chiese.
La ragazza sollevò lo sguardo e subito sorrise cordialmente.
«Buonasera, certo siedi pure, è libero».
Ora che l’aveva davanti e poteva osservare i dettagli, pensò che fosse davvero carina. Gli occhi erano castani e orientaleggianti, i capelli neri erano raccolti in più parti sostenute da elaborati fermagli. Indossava un abito da sera blu molto elegante. Era bella, ma di una bellezza che fa sorgere solo ammirazione e simpatia senza desiderio romantico, un po’ come può succedere guardando un dipinto.
«Mi chiamo Sambukè», si presentò.
«Jimti. È un bel nome il tuo, un po’ inusuale». Concluse le presentazioni si sentì in obbligo di informarla: «Sai che Sambukè è anche un antichissimo strumento musicale? Il legno con cui era fatto era di sambuco, quindi la pianta prendere nome da questo». Un attimo di pausa poi aggiunse: «Come hai capito che mi piace il sambuco?»
«Ho un olfatto molto sviluppato», rise.
Jimti ordinò qualcosa da bere e da mangiare direttamente dallo schermo touch del tavolo. La serata passò velocemente e in modo rilassato. Non le aveva ancora parlato dei suoi tormenti, preferiva entrare più in confidenza, forse l’avrebbe fatto nei giorni successivi.

Uscì dal pub verso mezzanotte. Poteva permettersi di fare tardi, il giorno seguente doveva essere in laboratorio per il turno pomeridiano. Lungo il marciapiede verso casa si levavano i profumi e gli odori della notte. La strada era più trafficata allora che di giorno. Le auto elettriche scivolavano veloci guidate da un sistema computerizzato autonomo. Non c’erano ingorghi, la percentuale di incidenti sfiorava lo zero virgola zero, l’aria era pulita, e i sogni delle persone si erano standardizzati appiattendo la ricchezza culturale della società.
Jimti sollevò lo sguardo verso l’alto: vide stelle studiate e ristudiate, materia oscura non più tanto oscura, l’universo infinito non più tanto infinito. Arrivò al portone dell’appartamento pensando a Sambukè che teneva il sandalo slacciato e gli venne l’irresistibile curiosità di sapere. La prossima volta avrebbe indagato.

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La sera dopo scoprì che Sambukè era una studentessa di xenolinguistica che cercava di pagarsi gli studi in quel modo. Conosceva le principali lingue terrestri e almeno un’altra decina di linguaggi alieni. Poi lui le parlò del suo lavoro in laboratorio, delle applicazioni della nanotecnologia in campo farmaceutico. Iniziarono a conoscersi e a provare simpatia l’uno per l’altra. Più che fornitore e cliente sembravano due amici che si erano dati appuntamento lì.

«C’è una cosa che devo chiederti. Perché continui a tenere il sandalo sinistro slacciato?», le chiese a certo punto.
Sambukè assunse un’espressione divertita. «Te lo spiego subito. Le calzature terrestri non sono adatte ai miei piedi. Da dove vengo io abbiamo tutti un piccolo artiglio sul lato del piede. Vedi?», accavallò le gambe e sollevò un po’ il piede verso Jimti, in un gesto naturale che nessuno notò a parte il diretto interessato. Era vero, c’era un piccolo artiglio arcuato, come quello di un gatto, poco più giù del mellino. Sembrava un piercing d’argento a forma di mezzaluna.
Poi disse una cosa che lo stupì. «Non ho ancora capito se si debba considerare difettoso il mio piede o le calzature di questo mondo».
Per un lungo istante restò senza parole. Quando aveva capito?
«Più o meno dal primo momento in cui ti ho visto», rispose lei, come se gli avesse letto nel pensiero. E poi si affretto a tranquillizzarlo: «I tuoi pensieri più intimi sono al sicuro, la mia è solo intuizione.»
«E quale terapia mi consiglia dottoressa?», scherzò.
La ragazza sospirò. «La soluzione ce l’hai a portata di mano: la perfezione è essa stessa un difetto».
Jimti si accigliò. Sambukè seppe che non lui aveva capito e si affrettò ad aggiungere altre considerazioni. «La perfezione, secondo me, non esiste. Anche ora, che sembra così vicina dopo le recenti scoperte, non è mai stata così lontana. Credi che basti una legge fisica che preveda la posizione futura di ogni atomo a eliminare la meraviglia per l’ignoto?» Non gli lasciò rispondere e continuò. «No. Ci sono mondi da esplorare, culture da conoscere e probabilmente altri universi in cui le leggi della natura che conosciamo noi lì non funzionano.»
Il ragazzo dovette ammettere a se stesso di non aver mai pensato a quella soluzione. «Ma tu non studiavi xenolinguistica?», le chiese scherzando.
«Ho molti hobby», disse. «Adesso che hai la tua cura tornerai ancora a trovarmi?»
«Tornerò», promise.

I fiori di sambuco fluttuavano in modo apparentemente caotico nel preparato alcolico nel quale Jimti li aveva immersi. Tuttavia, l’imprevidibilità degli atomi ormai era stata risolta, e lui era certo che avrebbe potuto scrivere un’equazione precisa per delineare il singolo movimento di ogni petalo.
Mancava ancora un’ora alla fine del turno in laboratorio. Tutte le mansioni erano già state portate a termine, e ora un gruppo di scienziati in camice bianco circondava il nuovo arrivato in attesa di assaggiare la bevanda che aveva preparato.
Una decina di piccoli beaker furono sollevati in alto e un coro di voci urlò: «Alla Teoria Unificata!»
«E agli universi paralleli!», aggiunse Jimti. I beaker furono risollevati e a lui venne da sorridere. Non gli serviva più sbagliare le approssimazioni dei calcoli e arrivare a tardi al lavoro. Almeno una volta a settimana tornava al pub e Sambukè, con il sandalo slacciato, gli raccontava di come i difetti non fossero che una caratteristica imprescindibile della molteplicità.

Fine.

“Sambukè” © Monique Namie
Instagram
: Monique Namie
I miei racconti su Wattpad: MoniqueNamie


6 pensieri riguardo “Sambukè

  1. Molto interessante questo universo! Non è la prima volta che ti dico che adoro come riesci a creare questi mondi sempre molto interessanti ** oltretutto ultimamente ho letto un libro di meccanica quantistica (e anche di relatività) ed è una questione che mi affascina molto e su cui spero di potermi informare di più ** molto interessanti anche le figure delle ophiuchusiane oltre che della questione generale sulla perfezione ^^ brava!

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    1. Grazie mille, cara! Sono felice che ti sia sembrato interessante! A me piace molto leggere libri di divulgazione scientifica, e il conflitto tra relatività e meccanica quantistica trovo abbia un che d’intrigante. La scelta è ricaduta su Ophiuchus (la 13esima costellazione) perché è quella esclusa dallo zodiaco per l’ovvio motivo che i mesi sono 12. Anche questo è un richiamo al difetto 🙂

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