Lauv [racconto]

Questo racconto partecipata alla Challenge luglio 2020 – Raynor’s Hall.
Tema estratto: i misteri del cielo

© MONIQUE NAMIE


Da quando si era trasferito su quel pianetino inesplorato nel quadrante sud-orientale della galassia, Steve aveva già scrutato i cieli per due anni e ormai aveva imparato a conoscerne i segreti. A breve avrebbe assistito al suo primo equinozio: un evento carico di aspettative che su Rah ricorreva ogni dieci anni terrestri. In quel periodo il cielo notturno rivelava tutta la sua meraviglia.
Rah gli ricordava l’Egitto, non per le piramidi o per il caldo, piuttosto perché il terreno era ocra e il cielo sempre limpido, la vegetazione cresceva rada e il fiume che attraversava la zona richiamava il Nilo.
Altra cosa molto interessante: l’atmosfera era respirabile. L’aria era piacevole e talvolta profumava di qualcosa di simile ai fiori di glicine. Steve continuava a pensare che lasciare la Terra per stabilirsi su quel pianeta, le cui uniche forme di vita erano vegetali, fosse stata la cosa migliore che avesse mai fatto. Le piante non ti guardano con occhio sospetto e non ti giudicano. Al massimo ti lanciano addosso un pistillo urticante se ti avvicini in maniera troppo brusca.
Steve non rimaneva mai troppo con i colleghi, giusto il tempo necessario per fornire i dati raccolti e portare nel suo campo base qualche provvista.
Il Sistema Solare da quella distanza era impossibile da osservare, anche facendo uso del telescopio più potente che avevano in dotazione. La Terra distava circa novantasei anni luce da lì, eppure Steve si sentiva a casa. Non aveva nulla da perdere dall’altra parte della galassia, visto che in trentanove anni di vita non era riuscito a integrarsi con la popolazione naturale. Era un esperimento fallito che aveva deciso di prendere in mano la propria vita e farne ciò che voleva.
Per il secondo anno consecutivo su Rah si trovava in attesa di qualcosa con il suo telescopio puntato in direzione della volta celeste.
In circostanze normali si viveva tutti assieme in un grande accampamento mobile, ma durante l’equinozio era necessario separarsi per raccogliere i dati osservativi da zone diverse. Molti si lamentavano di questo e non vedevano l’ora che l’equinozio finisse per tornare ad ammucchiarsi. Per Steve, invece, non era un problema. Certe volte si chiedeva come facesse a gestire così bene la solitudine. Una spiegazione era riuscito a trovarla, ma non era certo che fosse corretta. Pensava che essendo per metà figlio di una macchina, forse alcuni geni primitivi non gli fossero stati trasmessi. Era altresì possibile che chi aveva organizzato l’esperimento glieli avesse estirpati di proposito, quei geni. Forse non lo avrebbe mai saputo con certezza.

A est, subito dopo il tramonto dalle tinte viola, si sarebbe potuta osservare Lauv in fase calante a ovest. Si trattava di una delle tre lune di Rah, molto bella quanto rara da vedere. Sembrava uno smeraldo incastonato in un cielo d’ambra. Per il suo particolare moto di rotazione attorno al pianeta, Lauv si faceva vedere nel cielo notturno una volta ogni dieci anni. Era un evento di grandissimo rilievo per tutti i ricercatori, non tanto per la bellezza del fenomeno in sé, ma perché durante la sua comparsa si erano registrati picchi anomali di attrazione gravitazionale in diverse aree della superficie.
Steve aveva portato fuori dal suo momentaneo accampamento tutta l’attrezzatura; l’aveva posizionata con mezz’ora d’anticipo perché le lenti s’abituassero alla temperatura esterna e il laser puntatore si riscaldasse. Il suo computer rilevava dei movimenti a qualche chilometro di distanza. Non si trattava dei suoi colleghi, conosceva le loro coordinate. Era molto probabile che si trattasse di uomini della Hœnir, la spedizione più recente, ma non sarebbero stati un problema. Se disponevano a loro volta di un computer, avrebbero saputo mantenersi a una distanza adeguata in modo da non disturbare la sessione osservativa di Steve.
Lauv si presentò puntuale e in tutta la sua magnificenza nella notte di Rah. Appariva almeno tre volte più grande della Luna terrestre e presentava un vulcano attivo che sprigionava fumi azzurrognoli nella sua atmosfera rarefatta. Con il telescopio di Steve si potevano notare nitidamente il cratere e il fumo. Mentre osservava con meraviglia i dettagli, una scintilla di luce bianca s’intrufolò tra le lenti, creando molteplici riflessi accecanti. Con un’altra sbirciata nell’oculare calcolò approssimativamente l’angolo da cui proveniva il disturbo luminoso: non c’era dubbio, proveniva da sud. Non poteva essere altro che il laser angolare di un altro telescopio. All’inizio sperò che l’incauto osservatore si rendesse conto di essersi avvicinato troppo e si spostasse; dopotutto era ragionevole pensare che anche il laser di Steve avrebbe disturbato la sessione osservativa dell’altro. Attese un po’, ma la situazione non migliorò, quindi dopo qualche minuto decise d’incamminarsi verso sud per avvisare personalmente l’inconsapevole disturbatore.
Fortuna che Lauv resta visibile per circa un’ora”, pensò. “Mi ci vorrà poco tempo per sistemare la faccenda”.
Partì in fretta verso la fastidiosa fonte di luce. Era convinto che si trattasse di un altro osservatore come lui, perciò non aveva nemmeno cercato conferma con il programma per la rilevazione biometrica. Se lo avesse fatto, avrebbe notato che in quella zona non era segnalata nessuna presenza umana. Non era segnalato proprio nulla, se una forte anomalia gravitazionale.
Una decina di minuti dopo, arrivato in prossimità del luogo, si accorse prima di tutto che non c’era nessun accampamento e che la fonte di luce non poteva provenire da un telescopio perché era irregolare e dava vita a una forma particolare: ricordava uno di quegli angeli luminosi che si appendevano nelle città durante le festività natalizie.
«C’è qualcuno? Sono venuto a chiedervi di spegnere la vostra fonte di luce. State disturbando la mia osservazione.» E guardò d’istinto verso quel groviglio luminoso che sembrava un neon bianco attorcigliato. Più si avvicinava, più la forma di angelo che aveva inizialmente percepito spariva. Al suo posto si delineava qualcosa di più incredibile e sbalorditivo. Due occhi fosforescenti si aprirono in un volto ovale circondato da ramificazioni luminescenti. Tutto era fatto di luce: il suo sguardo perso nel vuoto, le ciglia, le palpebre. Il corpo esile, anch’esso di luce, sembrava quello di un giovane ragazzo dai tratti molto femminili. Le braccia sollevate e le mani ripiegate verso la testa da lontano sembravano ali. Dal bacino in giù indossava una membrana luminosa che copriva le gambe lasciando visibili solo i piedi, che non toccavano terra. Stava letteralmente fluttuando a qualche centimetro dal suolo.
Non appena realizzò che quella non poteva essere tecnologia terrestre fu colto da un lampo di terrore che, tuttavia, lasciò subito posto alla meraviglia. Il suo spirito di scienziato lo spinse a indagare.
«Il mio nome è Steve. E il tuo?»
Silenzio.
«Riesci a comprendere ciò che dico?»
Ancora silenzio.
Stava valutando la possibilità di tornare all’accampamento per recuperare l’attrezzatura per la rilevazione del fenomeno, quando la creatura gli puntò addosso quegli occhi luminosi e parlò.
«Il mio nome è Steve. E il tuo?»
Il ragazzo trasalì. La voce di quell’essere aveva un riverbero metallico, ma l’accento era perfetto.
«No, io sono Steve. Tu come ti chiami?» Chiese parlando più adagio.
Le palpebre dell’essere di luce sbatterono velocemente per un po’ di volte, le sue labbra si aprirono e ne uscirono le parole di una lingua sconosciuta, poi gli occhi tornarono di nuovo su Steve. «Io non ho un nome», disse finalmente la creatura.
«Sei un robot?»
«Sono un organismo senziente.»
Steve aveva la sensazione che quegli occhi mistici lo stessero scansionando a livello cerebrale, ma non ne era intimorito, solo affascinato.
«Chi ti ha insegnato la mia lingua?»
«Me la stai insegnando tu.»
Dunque non si trattava di una sensazione, quell’essere era davvero capace di leggere nella mente del proprio interlocutore. E ciò faceva irragionevolmente crescere l’ammirazione e l’attrazione che Steve sentiva verso quella luce. Si avvicinò con l’improvviso desiderio di stringergli le mani e gridare il suo stupore. Forse lo avrebbe anche fatto se tutto a un tratto la luce non avesse iniziato ad affievolirsi. I piedi toccarono terra e come una lampadina che sta per bruciarsi, tutti i suoi filamenti luminosi iniziarono a baluginare sempre più debolmente.
Rendendosi conto di ciò che stava succedendo, Steve si sentì triste. «Aspetta! Almeno dimmi se ci rivedremo.»
La luminosità della creatura era ormai molto fioca, ma nei suoi occhi era rimasto un ultimo guizzo di vita e con quello la creatura lesse nella mente del ragazzo e trovò le parole per farsi comprendere.
«Sono figlio della luna verde. Studia la composizione del terreno e l’intensità dell’attrazione gravitazionale, io sono lì…»
La voce si spense assieme alla luce e di quell’essere rimase solo un intrico di filamenti grigi senza vita e senza nome. Si lasciò cadere in ginocchio e osservò a testa china quei tristi rimasugli, poi sollevò lo sguardo al cielo, e vide che Lauv stava scomparendo.
Figlio della luna verde… e Lauv sta tramontando!” Improvvisamente capì e sul suo volto comparve un sorriso. Raccolse un po’ della polvere da terra e corse verso l’accampamento. Ottenere i dati sull’attrazione gravitazionale non sarebbe stato un problema. Aveva lasciato il computer acceso e un programma apposito aveva raccolto i dati delle anomalie gravitazionali assieme ad altri interessanti dati fino al raggio di cento chilometri. Ci avrebbe impiegato uno o due anni, ma alla fine, ne era certo, ci sarebbe riuscito prima del ritorno di Lauv.


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