Il 10 settembre 2001 al ristorante del World Trade Center

In memoria delle vittime dell’11 settembre 2001 ho tradotto un estratto dal libro The Most Spectacular Restaurant in the World di Tom Roston, pubblicato da Abrams Books.
Ringrazio l’autore per avermi dato il permesso di pubblicare la traduzione sul mio blog.
In questo pezzo vengono raccontate le ultime azioni compiute da alcune persone il giorno prima dell’attentato. I nomi di un diverso colore appartengono a chi non ce l’ha fatta. Questa aggiunta è stata una mia scelta. Per le ricerche mi sono basata principalmente sulla seguente lista.
Venerdì prossimo pubblicherò la traduzione di un secondo e ultimo estratto che si focalizza sul tragico giorno.
Fonte: September 10, 2001 at the World Trade Center’s Windows on the World
Sito ufficiale: tomroston.com


Lunedì 10 settembre si presentava come una giornata deprimente, con pioggia torrenziale e vento. Il giorno prima, il tennista australiano Lleyton Hewitt aveva battuto l’americano Pete Sampras e, il sabato, Venus Williams aveva sconfitto sua sorella Serena nelle finali degli US Open. Ma la città non vedeva l’ora di svegliarsi con la prima settimana completa di scuola e le elezioni primarie del sindaco del giorno successivo. L’avvocato pubblico Mark Green si stava scontrando con il presidente del Bronx Freddy Ferrer per la lista democratica, e i pochi repubblicani in città stavano prendendo in considerazione la prospettiva dei servizi finanziari del miliardario e neofita politico Michael Bloomberg come sindaco di New York.

Green, Ferrer e Bloomberg correvano per la città stringendo mani e dando il cinque ai newyorkesi, mentre i loro dipendenti e volontari riempivano la folla, agitavano cartelli e urlavano slogan.
Circa 20.000 persone erano impazienti di vedere il secondo spettacolo di Michael Jackson al Madison Square Garden quella sera; il re del pop stava preparando un ritorno, e si diceva che lo spettacolo includesse una galassia di ospiti speciali dopo il suo concerto del venerdì sera, in cui Marlon Brando, Whitney Houston, Britney Spears, Elizabeth Taylor e altri si esibivano o parlavano.

Un diverso tipo di congregazione si era radunata la mattina della ridedicazione della stazione dei pompieri Engine 73, Ladder 42 nel Bronx, dove il sindaco Giuliani aveva tagliato un nastro e pronunciato alcune parole. Prima che il sindaco parlasse, padre Mychal Judge, un cappellano dei vigili del fuoco, aveva tenuto un’omelia.
“Bei giorni. E brutti giorni. Giorni sì. Giorni no. Giorni tristi. Giorni felici. Ma mai un giorno noioso in questo lavoro”, disse Judge, muovendosi delicatamente in un abito bianco tra i vigili del fuoco e le loro famiglie. Quasi tutti lo conoscevano come padre Mychal, ma Judge era piuttosto inconsueto, un omosessuale e alcolista in via di guarigione che aveva amorevolmente gestito il gruppo di newyorkesi più variegato di chiunque altro avesse indossato l’abito talare. Quella mattina era tipicamente affettivo. “Sali sul camion, esci e vai al lavoro. Un lavoro che è mistero. E sorpresa. Non sai quando sali su quel camion. Non importa quanto sia importante la chiamata. Non importa quanto sia banale. Non conosci il motivo per cui Dio ti sta chiamando”.

Nella piazza del World Trade Center, i ballerini stavano eseguendo una prova generale dello spettacolo che avrebbero dato il giorno successivo sul palcoscenico Evening Stars che era stato allestito ai piedi della Torre Nord, di fronte alla Sfera, la scultura a forma di globo dorato alta oltre sette metri collocata nella piazza dalla sua inaugurazione nel 1971. L’esibizione segnava la fine del programma d’intrattenimento gratuito estivo all’aperto del World Trade Center, che aveva incluso spettacoli come la danza celtica, Odetta, e gli Herman’s Hermits. Ma la prova di danza fu interrotta quando dal cielo la pioggia era scesa a dirotto.

Al centro, nel Windows, un nuovo beverage manager, Steve Adams, era appena stato promosso ed era al suo primo giorno di lavoro mentre il beverage director, Inez Holderness, era a casa nel North Carolina per il matrimonio di sua sorella. Adams era un patito della danza rituale inglese Morris, proveniva da una piccola enoteca nel Vermont e alla fine, a 51 anni, aveva trovato un buon assetto in un percorso professionale di cui era orgoglioso. Era sempre stato quello che veniva messo da parte. Ora, eccolo qui, incaricato di gestire lo stoccaggio e la distribuzione dei vini e delle altre bevande per il ristorante più redditizio del mondo.

I gestori si aspettavano una serata leggera, perché era un lunedì e aveva diluviato durante il giorno. Il servizio pranzo fu piuttosto tranquillo: diverse decine di clienti. Il capo sala e sommelier Paulo Villela aveva smistato il tavolo del buffet – lo stesso che aveva avuto Joe Baum progettato da Warren Platner nel 1976 – con il suo supervisore Doris Eng. I due avevano posizionato i vassoi di insalate, gamberetti e pane su enormi Queen Mary, carrelli portavivande in acciaio inossidabile a più scaffali dotati di ruote. Molto cibo era stato scartato, ma il personale aveva preparato per se piatti di cose buone da mangiare in seguito.

Villela era stato il direttore di un ristorante nell’Upper East Side, ma nel 1996 aveva fatto domanda per un posto come capo sala del Windows. Non ce n’era uno disponibile, quindi ci aveva riprovato diverse volte fino a quando non gli era stata offerta una nuova posizione, una via di mezzo tra inserviente e aiuto cameriere. Villela aveva accettato.
Scalò posizione rapidamente fino a diventare capo sala. Aveva trascorso il tempo libero lavorando in cantina e seguendo corsi di vino fino a diventare un sommelier. Guadagnava 130.000 dollari all’anno. E il figlio diciannovenne di Villela, Bernardo, lo aveva raggiunto al Windows come assistente di cantina.
Mentre Villela e Eng, con un paio d’inservienti, trasferivano il cibo sui Queen Mary, scherzavano sul ruolo di direttore e di come lui lo fosse stato. Eng disse che, per i cinesi, un posto come cameriere era il più alto in cui si potesse salire prima di andare in paradiso. La conversazione continuò nel suo ufficio.

Il direttore generale Glenn Vogt aveva avuto un incontro di due ore con David Emil, il sovrintendente del ristorante, Howard Kane, e pochi altri per discutere della festa di San Silvestro del Windows. Era il primo incontro, quindi nulla di stressante, era stato molto stimolante fare parte di uno scambio di idee su ciò che speravano di fare quell’anno.
Dopo l’incontro, Vogt andò nell’ufficio che condivideva con l’assistente del direttore generale, Christine Olender, per esaminare ciò che era stato detto. Michael Lomonaco se ne andava in giro dicendo che aveva bisogno di riparare gli occhiali, ma che il suo oculista era fuori città. Lomonaco sarebbe andato presto a fare un viaggio in Italia. Gli chef possono essere maniacali nel creare una lista. Voleva che gli occhiali rispettassero uno per uno i requisiti della sua lista, così aveva preso un appuntamento al LensCrafters giù nell’atrio per mezzogiorno dell’indomani.
Lomonaco era tornato solo la settimana scorsa dalle riprese di Epicurious per il Travel Channel. Si stava preparando per l’alta stagione autunnale, fatta di eventi e matrimoni, elaborando i nuovi menù e assumendo personale. Era una delle stagioni più impegnative essendo il sostituto dell’executive pastry chef, Heather Ho, che aveva dato le dimissioni in agosto. Aveva iniziato solo a giugno, ma non le piaceva lavorare al Windows. Quel lunedì, Ho parlò al telefono con quella che era la sua migliore amica dai tempi del liceo. “Non so quando uscirò di qui”, disse. “Devo aspettare. Non posso tagliare bruscamente i ponti”.

Vogt ebbe un incontro con Paulo Villela, perché il direttore non era contento del numero di ore che Villela stava facendo. Novantaquattro ore nell’ultima settimana erano troppi straordinari. Ma Inez Holderness era via e aveva chiesto a Villela di aiutarla. Villela era arrivato presto quella mattina, avrebbe lavorato fino a tardi quella sera, e aveva programmato di venire la mattina dopo per aiutare Steve Adams, il nuovo beverage manager, in cantina.
“Se non vuoi che lavori così tante ore, non lavorerò stasera”, sbottò Villela prima di uscire dall’ufficio. Vogt Disse a Bernardo che non avrebbe dovuto venire a lavorare nemmeno la mattina dopo. Dopotutto era l’undicesimo compleanno del figlio minore di Villela, Felipe; potevano vederlo prima che andasse a scuola e poi venire a lavorare di sera.

La giornata in ufficio stava volgendo al termine, quando Olender si diresse verso lo stanzino privato di Doris Eng, la club manager; erano entrambe donne single che vivevano nella grande città ed erano parimenti affezionate ai loro genitori. Eng viveva con sua madre a Flushing, nel Queens. E Olender era al telefono praticamente ogni giorno con i suoi genitori a Chicago. Le due erano andate in vacanza insieme e avevano recentemente festeggiato il trentesimo compleanno di Eng. Erano due donne tenaci, anche se Olender era una ragazza molto femminile che indossava scarpe costose e poco pratiche. Era il supervisore di Vogt, quindi se avevi bisogno che lui ti firmasse qualcosa, era la tua migliore amica. Ma quando Vogt non c’era, Olender era al comando e lo staff la rispettava.
Eng indossava una collana di giada con ciondolo a forma di maiale – era nata nell’anno del maiale – e scarpe pratiche, perché stava in piedi tutto il giorno e spesso le facevano male i piedi. Eng aveva un senso dell’umorismo pungente, scherzava sul modo di fare degli asiatici e talvolta rideva per le cose più inopportune. Quel giorno stava guardando online le scarpe da comprare e Olender l’aveva presa in giro sul modello che aveva scelto. Entrambe le donne erano arrivate al lavoro presto e se n’erano andate verso le cinque di sera. Eng era spesso sulla scrivania già alle sei del mattino per prepararsi all’apertura del club breakfast.
Per via della costruzione della nuova cantina e bar, la colazione veniva servita al Wild Blue. Tutto era un po’ fuori sincrono, quindi Eng chiese a Villela se poteva aiutarla a colazione, ma lui stava lasciando l’edificio di cattivo umore e le disse che non poteva. Olender si offrì di aiutare Eng con il turno mattutino prima d’incontrare Vogt alle nove.

Jules Roinnel sorprese tutti con la notizia che non sarebbe arrivato prima di cena. Si poteva contare su due mani il numero di volte in cui, negli ultimi vent’anni, era arrivato a lavoro per l’ora di cena. Ma era stato di sopra, al 107° piano, dove la direttrice del ristorante, Melissa Trumbull, gli aveva chiesto di lavorare con lei nel turno di martedì sera. “Non ho nessuno al servizio con me”, aveva detto. “Dai, perché non ci vieni tu? Puoi occuparti del servizio tavoli o stare in reception. E potremo cenare assieme. Ti lascerò anche scegliere il vino.”
La Trumbull prendeva spesso in giro Roinnel per il vino che sceglieva. Lui accettò l’offerta e disse che sarebbe stato in reception e che era impaziente per l’indomani. Con solo 240 prenotazioni registrate per la sera, sarebbe stato gestibile.
“Ci vediamo alle 15:30”, disse Roinnel a Eng e Olender, mentre se ne andavano alle 17:00.
Il servizio cena iniziò come al solito alle cinque. Nonostante fosse un lunedì e la visibilità fosse limitata, più persone del previsto si stavano recando a cena. I camerieri erano contenti; per qualche motivo, quasi tutti i tavoli ordinavano vino o champagne, in buona parte quelli con i prezzi più alti, quindi le entrate sarebbero state buone.

Al Greatest Bar, nella lounge SkyBox, George Delgado teneva, con Dale DeGroff, un seminario sui cocktail Spirits in the Sky. Era un evento mensile in cui i due discutevano e davano dimostrazioni a un gruppo di circa dodici persone che avevano sborsato 35 dollari ciascuno per la gioia educativa di mescolare cocktail e bere. Quella sera il focus era sulla tequila. DeGroff era lì per adempiere a un obbligo contrattuale nei confronti di Emil, per il quale aveva lavorato presso la Rainbow Room.
La giornata di Delgado era iniziata male. Quella mattina, la batteria della sua auto era morta dopo aver guidato sotto la pioggia torrenziale, quindi aveva dovuto buttare 50 dollari per andare a lavoro in taxi da Hackensack, nel New Jersey. La lezione era iniziata alle 18:00, ma Delgado era arrivato con circa tre ore di anticipo per sistemare la postazione di ogni studente su lunghi tavoli come quelli di un’aula scolastica. Aveva posizionato con cura set di shaker, contorni, succhi di frutta, sale, secchielli per il ghiaccio e una selezione di tequila che ogni studente avrebbe assaggiato.
Delgado e DeGroff si alternavano dando sfoggio delle loro capacità di mixologia e raccontando storie. DeGroff dava istruzioni sulla classica margarita, Delgado insegnava alla classe come preparare due specialità del suo Greatest Bar a base di tequila: La Rumba e il piccante Bendito Loco.

Anche John O’Neill, il nuovo capo della sicurezza del World Trade Center, era al Greatest Bar quella notte. Stava bevendo qualcosa prima di dirigersi verso il suo locale preferito, Elaine, dove scrittori e poliziotti si mescolavano a celebrità. O’Neill si era recentemente ritirato dall’FBI. Era stato a capo dell’Ufficio antiterrorismo di Washington DC, e aveva avuto un ruolo determinante nella cattura dell’autore dell’attacco al World Trade Center del 1993, Ramzi Yousef.
O’Neill aveva tenuto la sua festa di pensionamento dall’FBI al Windows. Aveva iniziato da appena due settimane quel lavoro più remunerativo. Quella notte, confidò a un amico che un attacco terroristico sarebbe arrivato presto. “Ce lo aspettiamo”, disse. “E prevediamo sarà qualcosa di grande.”

Alle 21:00 il cielo si era schiarito lasciando la città bagnata e luccicante. Più vicino a mezzanotte, alcune feste erano restie a volgere al termine. Un paio di tavoli da due indugiavano assaporando il panorama.
Il cameriere Carlos Medina si stava occupando di due sposi italiani al tavolo numero 64, rivolto a nord. Al momento di saldare il conto, il pagamento con carta di credito non andò a buon fine, il che non era insolito per le carte internazionali. Medina si offrì di accompagnare il novello sposo, che lo aveva invitato a visitare il suo caseificio a casa, al bancomat Citibank nell’atrio. Scesero fino all’ultimo piano e risalirono. “Che bel palazzo”, disse l’italiano. Ma quando tirò fuori i soldi si rese conto che non aveva abbastanza dollari per la mancia, così diede a Medina e ai suoi colleghi 150.000 lire (70 dollari).

Il capo sala Luis Feglia cercò di rispettare i principi del “servizio leggendario” predicato da Ron Blanchard e lasciò che i suoi ospiti si attardassero. Da capo quale era, “Papi” aveva facoltà di dire agli altri camerieri della sua squadra di tornare a casa, quindi erano rimasti solo lui e un inserviente, Telmo Alvear. Il venticinquenne Alvear, che aveva un figlio di un anno e la cui moglie studiava contabilità informatizzata, aveva spesso sentito Feglia dirgli che avrebbe dovuto raccogliere il maggior numero di turni possibile per guadagnare di più.
Da adolescente era emigrato dall’Ecuador e, proprio quell’estate, aveva lasciato un posto come cameriere al centro per lavorare al Windows, dove le mance erano migliori.
Alvear aveva aggiunto un turno per la mattina successiva, prendendo il posto di un altro membro dello staff.
Dopo che i clienti ebbero finalmente chiesto il conto, Feglia e Alvear si cambiarono nello spogliatoio e scesero a prendere il treno E per il Queens. Come rappresentate sindacale, Feglia sarebbe arrivato la mattina dopo per la riunione delle dieci, mentre Alvear avrebbe dovuto fare una dormita veloce. Era riatteso tra sei ore.

Dopo che i due se ne furono andati, la serata non era ancora terminata al 107° piano. Nel bar, negli stand fuori dallo SkyBox, DeGroff e Delgado stavano intrattenendo i loro studenti con alcuni extra dopo che la lezione era terminata alle sette e mezza. Una delle studentesse era rimasta affascinata dalla musica suonata DJ Penelope Tuesdae, e quindi avevano deciso di restare anche per cena. Avevano ordinato piccole pietanze, e DeGroff aveva ordinato parecchie bottiglie di Veuve Clicquot per il gruppo, solleticando l’idea di lasciare a Emil l’onere di saldare il conto.
Dopo l’una, Delgado si ricordò all’improvviso di non avere l’auto. Gli sarebbe costata una piccola fortuna prendere un altro taxi per tornare a casa, così chiamò sua moglie, Fran, una brava ragazza che un tempo faceva la barista al Greatest Bar, dove si erano conosciuti. Le chiese di sistemare la loro bambina di undici mesi, Genevieve, sul seggiolino dell’auto e di mettersi al volante. In un’ora lo avrebbe raggiunto.
C’erano ancora circa otto persone alla loro festa prima che DeGroff chiedesse il conto. Chiuse quello che probabilmente era l’ultimo conto della serata, ben oltre i mille dollari.

Quando Fran arrivò nel suo Maggiolino Volkswagen, Delgado stava scendendo. Vide arrivare le squadre di pulizia e diede alla guardia di sicurezza, Mo, abbreviazione di Mohammed, una veloce stretta di mano e una pacca sulla schiena mentre usciva prima di prendere l’ascensore per incontrare la sua famiglia in West Street. La bambina era sveglia, così la portò fuori dall’auto, la tenne tra le braccia e la sollevò leggermente in modo che si trovasse rivolta verso gli edifici del World Trade Center.
“Guarda, Genevieve”, disse Delgado, fissando il riflesso della luce nei suoi grandi occhi marroni. “È lì che lavora papà, lassù.”


© MONIQUE NAMIE
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