“Sulla pelle viva” di Tina Merlin

Titolo: Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont.
Autrice: Tina Merlin
Prima pubblicazione: 1983

“Le case abbandonate dagli ertani sembra quasi che galleggino. I vecchi proprietari hanno asportato tutto quello che potevano, che avesse un valore, che si potesse usare: porte, balconi, travi dei soffitti. Restano i manufatti mezzi sventrati, perché gli ertani, in molti casi, hanno ricuperato anche i sassi di cui sono costruite le case. Queste sprofondano lentamente nell’acqua, giorno dopo giorno, come bastimenti in avaria.”

L’autrice di questo saggio, Tina Merlin, fu giornalista de L’Unità, e tramite i suoi articoli raccontò le paure degli abitanti del Comune di Erto-Casso, anticipando l’evento catastrofico che si sarebbe verificato. Dall’enfasi che mette nella sua cronaca, dal particolare modo di esprimersi, traspare una personalità forte e decisa. È una persona che deve raccontare la verità a qualunque costo.
Tina visitò le pendici della valle del Vajont, vide le crepe nelle case della povera gente, la spaccatura sul monte Toc ed espose nei suoi articoli ciò che la SADE teneva nascosto. Fu ritenuta una voce scomoda, per questo si beccò una denuncia “per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, dalla quale fu infine assolta.

In questo saggio Tina non si concentra sul giorno della tragedia e non mette in primo piano Longarone. Si focalizza, invece, su quei paesi colpiti che sono spesso dimenticati o lasciati in secondo piano: Erto e Casso. L’autrice fa un salto indietro nel tempo, parte da lontano per svelarci le radici degli abitanti di questi monti (conoscere la storia di un popolo aiuta a capirne il carattere, il forte attaccamento alla terra dove ha vissuto per secoli), e poi segue passo a passo tutti gli eventi che porteranno alla nascita e alla maturazione del progetto del Grande Vajont.
Il suo punto di vista è quello di chi ha vissuto l’evolversi della situazione sulla propria pelle. Questo forse la rende un po’ di parte, ma sfido chiunque ad annichilire completamente ogni propria considerazione personale. La sua è una narrazione lontana dalle logiche capitalistiche e del profitto. A prevalere sono i sentimenti, il desiderio di giustizia verso i sinistrati.

“Non li sfiora minimamente l’idea, a questi ben pagati, a questi consulenti da parcelle universitarie, che il popolo di Erto viene depredato di tutto: dell’acqua, della terra, della casa, del suo passato e della sua cultura, forse anche del suo avvenire, per questo monumento alla tecnica e alla scienza che qui si vuol costruire, che arricchisce solo gli azionisti del monopolio”.

“Essi possono disporre di tutto come credono anche di far franare una montagna addosso alla gente. E poiché sono i sovrani legittimi, se la gente protesta ha torto. Se il «nemico» ha torto è da distruggere.”

Forse ciò che lascia più interdetti in tutta questa vicenda sono le molteplici evidenze della catastrofe imminente e la scriteriata reazione di chi sta al potere. La Merlin mette bene in evidenza questa peculiarità.
Quelli della diga sanno che non succederà niente di buono, ma continuano ad andare avanti. Motivo: il denaro, il profitto a discapito dell’esistenza della povera gente. Si finisce per dar vita a episodi che sfociano nell’assurdo. Nel giugno 1962, causa cedimenti del terreno e scosse di terremoto, viene emessa un’ordinanza che vieta il transito sui sentieri del monte Toc. Paradossalmente, all’inizio dell’anno seguente (il 1963) la SADE, per rassicurare gli animi, fa costruire una scuola nella frazione di Pineda, proprio sotto il Toc. Gli abitanti pensano che, se si è costruita una scuola in quel punto, il pericolo ora non esiste più. È un ragionamento logico, ma in questa faccenda c’è poco di logico. Quando i contadini di Erto-Casso tornano a frequentare le pendici del monte, la SADE e l’ENEL s’indispettiscono e deliberano il ripristino del divieto d’accesso. Ma non erano stati proprio loro, con la costruzione della scuola a far credere che il luogo fosse sicuro? Mica si va a costruire una scuola in un terreno franoso dove si può morire da un momento all’altro?
Questa e altre contraddizioni sono ben esposte nel libro.

“Anche se il Vajont casca, «non casca il mondo». L’essenziale è che il Vajont cada il più tardi possibile”. – Carlo Semenza

Dopo che ai contadini furono tolte le terre, dalle quali traevano sostentamento, ai paesi di Erto e Casso furono strappate 347 vite. Le borgate di Fraseign, Spesse, Pineda, Prada, Marzana e San Martino spazzate via in un attimo.
Oltre al danno, la beffa. Quando finalmente lo Stato si decide a concedere un sostanzioso risarcimento, la gente del posto, priva di un’istruzione adeguata, non capisce e si lascia raggirare. Il contributo a fondo perduto per ricostruire le aziende perse viene ceduto per pochi soldi a chi ha intravisto l’affare. I contadini non sanno che potrebbero ricostruire la vecchia attività ampliandola all’inverosimile, il tutto a spese dello Stato. Nessuno si premura di spiegare loro a cosa hanno diritto.

“Le campane spargono per la valle i rintocchi a martello, mentre sulle rive del lago si accendono falò che illuminano a giorno la grande distesa d’acqua. È il personale omaggio di ognuno ai compaesani morti.”

Dopo la tragedia, nessuno dei giornali italiani fa riferimento agli articoli di Tina Merlin che avevano predetto la catastrofe. Per la Merlin ci sono di mezzo questioni politiche. L’Unità era un giornale comunista e quindi ciò che vi era scritto era considerato un mucchio di speculazioni di sciacalli. I giornali stranieri, liberi dal pregiudizio, riportano ogni cosa e cercano Tina per intervistarla.

Alcuni giornali come Il Corriere della Sera, Il Gazzettino, La Stampa scrivono che l’Italia «ha un grande cuore». Certo, aggiunge Tina, ha un grande cuore “che batte solo per piangere sulle disgrazie, mai per prevenirle. Grande donna, vorrei stringerle la mano. La sua personalità mi piace, inoltre questo discorso, a mio avviso, è adatto a descrivere comportamenti amministrativi sempre attuali. Raramente si cerca di prevenire, la maggior parte delle volte si tenta di porre rimedio dopo che il disastro è già accaduto.

Tina Merlin ha trovato la parola più adatta per definire quanto avvenuto il 9 ottobre 1963. Non tragedia, non disastro. Lei lo definisce un olocausto. La storia del «Grande Vajont», durata vent’anni si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime.”

La parola chiave, tuttavia, è qualcosa che probabilmente non ci si aspetta: ribellione. Il Vajont è pian piano diventato un luogo turistico, dove la gente arriva “con curiosità, forse con pietà, mai con ribellione. Ricordare la storia è utilissimo per il futuro, ma se tutti agissimo con l’elegante forza denunciatrice di Tina, avremo fatto un ulteriore passo avanti verso la ricerca della giustizia.

Una cartolina di Longarone dalla mia collezione personale

“Lungo le sponde del lago di Erto distrutte dalla grande ondata del 9 ottobre 1963 e sulla massa sconvolta della montagna caduta, incomincia a germogliare qualche filo d’erba. […] È come inoltrarsi in un gran canyon che attraversa per chilometri la massa della frana caduta, parte piombata giù con gli alberi ancora in piedi, altra sparando dalle proprie viscere enormi blocchi di roccia, rotolati ovunque, a formare ora, con pinnacoli di terra marcia, vallette e grandi buche e sculture lunari.”

Il libro è davvero molto bello, corredato da note che riportano le numerose fonti biografiche e ulteriori dettagli riguardo le affermazioni dell’autrice. Il fatto che si tratti di un saggio non deve farvi desistere. Tina è una scrittrice-giornalista che ha fatto dell’impegno sociale e politico una fede. Grazie alla sua bravura e passione, la narrazione degli eventi risulta avvincente. Fin dall’inizio mi sono sentita trasportata all’interno degli eventi con una grande carica emotiva.

Questo saggio ha ispirato Il racconto del Vajont, monologo teatrale di Marco Paolini.


© MONIQUE NAMIE
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2 pensieri riguardo ““Sulla pelle viva” di Tina Merlin

  1. bello questo lavoro di ricerca per ricordare ora e sempre questa immane tragedia che dovrebbe aver insegnato molto agli uomini, ma che invece pare abbia lasciato pochi cambiamenti per quello che riguarda la salvaguardia del territorio e la sua fragilità, basti vedere tutte le tragedie che le ondate di maltempo provocano in varie parti d’Italia…

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    1. Grazie per il tuo commento, Max.
      Tina è stata una donna molto tenace. Con questo libro ha lasciato una testimonianza concreta di quanto gli interessi economici possano rendere meschina la gente che sta al potere. Sono discorsi purtroppo ancora molto attuali.

      Piace a 1 persona

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