“L’orologiaio di Filigree Street” di Natasha Pulley

Titolo italiano: L’orologiaio di Filigree Street
Titolo originale: The Watchmaker of Filigree Street
Autrice: Natasha Pulley
Prima pubblicazione: 2015

“La guerra era prendere a pugni l’orologio anziché studiare i meccanismi che si sono guastati.”

Ho adocchiato questo titolo in una lista di libri a tematica viaggi nel tempo che mi ha girato Benny de Il verbo leggere, poi la recensione di Baylee mi ha invogliato ancora di più a dargli una possibilità.
Questo romanzo d’esordio dell’autrice Natasha Pulley mi ha lasciato sensazioni contrastanti. Alcune parti le ho amate, altre le ho trovate troppo veloci e poco indovinate, ma in complesso è stata una piacevole esperienza di lettura.

Siamo nella Londra di fine Ottocento, in un ambiente in cui si percepisce una nota steampunk. I personaggi principali sono Keita, un orologiaio giapponese, Thaniel, un telegrafista inglese e Grace, una studentessa di fisica che ha l’aria della scienziata eccentrica.
Thaniel lavora come telegrafista al ministero dell’Interno, eppure s’intuisce che questa mansione non lo entusiasma. È un personaggio che inizialmente mi è parso intrigante nella sua imperturbabile pacatezza. Svolge un lavoro tecnico, ma in realtà ha un animo artistico: in passato suonava il pianoforte. È molto tranquillo, non si arrabbia mai, nemmeno quando gli viene fatto qualche grande torto. Per questo motivo a un certo punto mi è sorto persino il sospetto che potesse essere un robot.
Ho trovato lo stile davvero piacevole, elegante, e talvolta etereo grazie alla particolarità di Thaniel di essere affetto da sinestesia sensoriale, ovvero la capacità di vedere nei suoni dei colori.

Scendendo, il clangore prodotto dalla scala era un Re diesis giallo brillante. Thaniel non sapeva dire come mai il Re diesis fosse giallo. Anche le altre note avevano ognuna il proprio colore. La cosa gli era stata utile quando ancora suonava il pianoforte, perché ogni volta che steccava il suono di faceva marrone. Di questa sua capacità di visualizzare i suoni però non ne aveva parlato con nessuno. Scale gialle lo avrebbero fatto sembrare un folle.

Fin dall’inizio ho avuto l’impressione di trovarmi in un’atmosfera steampunk appena tratteggiata, sensazione che si è accentuata molto con l’arrivo dell’orologiaio Keita e dei suoi animaletti meccanici. Anche questo personaggio ha il suo fascino. È dotato di chiaroveggenza, caratteristica che lo rende oscuro ed enigmatico.


Le storie dei personaggi principali finiscono per intrecciarsi in modo ammirevole, almeno inizialmente.
Thaniel sopravvive all’esplosione di una bomba grazie a un orologio che strilla al momento giusto. Data la sua amicizia con il capo della polizia, diventa una specie d’infiltrato in cerca di indizi sul bombarolo che semina il terrore in città. Ciò lo porta a conoscere Keita.
Verso la metà del libro le cose si fanno ancora più avvincenti per chi, come me, è attratto dagli intrighi temporali e dai misteri della mente umana.

L’etere luminifero nell’Ottocento era ancora una teoria valida. Qui l’autrice ipotizza che l’etere, pervadendo ogni cosa, permei anche le persone e quindi, come per la luce, permetta anche ai pensieri e alle percezioni di propagarsi a distanza fuori dalla scatola cranica. Tutto ciò viene usato per cercare di dare una spiegazione alla chiaroveggenza dell’orologiaio.
Non viene fornita una spiegazione scientifica corretta perché gli stessi personaggi non ne hanno una. La teoria dell’etere luminifero non trova conferma negli esperimenti, eppure è l’unica cosa che sembra poter dare una spiegazione al potere di Keita. Un po’ come accade al giorno d’oggi: non avendo alcuna spiegazione scientifica per i fenomeni paranormali, ci si rivolge alla pseudoscienza.
L’etere fa parte di una teoria sorpassata ma, in una storia ambientata a fine Ottocento, parlare di materia oscura sarebbe stato forse un azzardo troppo grande.

Simili tracce nell’etere dovevano essere ovunque, strati su strati di Grace-fantasma che preparavano il tè, che chiudevano a chiave la porta, che si avvicinavano alla finestra, che facevano tutte quelle cose che vagamente intendeva fare di lì a poco. Dovevano esserci le forme disegnate dalla donna delle pulizie che sarebbe venuta alle dieci l’indomani mattina e altre indistinte di ospiti che non avevano ancora deciso se prendere o no quella camera. Talmente sottili erano le particelle dell’etere che persino la pressione dei nervi sollecitati da una mente a dieci, cento miglia di distanza le sbatacchiava a destra e a sinistra.”


Il filo comune che lega tutti i personaggi credo sia il desiderio di perseguire i propri desideri più grandi. A un certo punto Thaniel dice a Grace: Comunque tu faccia una cosa, farla è meglio che arrendersi.
Grace è alla disperata ricerca di un posto in cui allestire un laboratorio per i suoi esperimenti.
Keita Mori è un nobile giapponese che ha lasciato la propria patria per costruire a Londra il futuro che più desidera, dedicandosi alla creazione di orologi e altri meccanismi. Thaniel rimpiange di non aver potuto continuare a suonare il pianoforte. Proprio lui che, grazie alla sua capacità di vedere le note come i colori di un dipinto, sembra nato per creare musica.
Il significato generale che l’autrice vuole dare con questi personaggi, per me è proprio quello di seguire i propri sogni, senza chiedersi se siano fallimentari o folli. Non bisogna rischiare di vivere nel rimpianto per paura del giudizio altrui o dell’insuccesso.

Il tipo di amicizia che s’instaura tra Thaniel e Keita mi ha ricordato un po’ quella tra Sherlock e Watson, con una spintarella in più. Solo questi due personaggi assieme mi hanno fatto fantasticare come non mi accadeva da tempo.
La relazione che si sviluppa tra Thaniel e Grace, invece, mi è sembrata poco credibile. Succede tutto molto velocemente. Poche ore dopo aver parlato con lei, Thaniel la trova simpatica. Tra i due non scocca nulla di più, eppure lui si sente troppo in obbligo nei suoi confronti arrivando a concederle una fiducia che ho trovato eccessiva. Grace sembra fatta entrare in scena solo per guastare le cose che altrimenti sarebbero filate troppo lisce. Da paladina eroica quale si presentava inizialmente, si trasforma in un’intrusa rompi scatole.

La parte che mi ha convinto di meno è proprio quella finale. Grace, che inizialmente sembrava piacevole, emancipata e degna di stima (una donna pronta a travestirsi da uomo pur di raggiungere luoghi a lei preclusi), diventa rapidamente un personaggio scomodo che suscita irritazione. Finché a un tratto il nemico principale non è più il bombarolo, ma Grace stessa. Il bombarolo viene quasi dimenticato.
In conclusione penso che il romanzo abbia del potenziale, e sarebbe risultato ancora più avvincente se i capitoli conclusivi fossero stati realizzati in modo più accorto. Ad un certo punto ho avuto la netta sensazione che l’autrice non sapesse come movimentare la situazione e così abbia infilato alcune situazioni di riempimento non troppo brillanti per far proseguire le cose.
Nonostante tutto consiglio di dare a questo romanzo una possibilità, soprattutto se amate i misteri legati alla parapsicologia e al tempo.


© MONIQUE NAMIE
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6 pensieri riguardo ““L’orologiaio di Filigree Street” di Natasha Pulley

  1. una lettura che dalla tua recensione sembrerebbe anche molto riflessiva, cosa sempre utile nella vita di ogni giorno, dove spesso si perde la capacità di essere razionali, rapiti come siamo da mille incombenze quotidiane, dal sopraffare di mille situazioni differenti.
    Sempre interessante e anche critico il modo in cui riesci a leggere un libro.. 😉

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    1. Grazie Max, è una lettura che intrattiene. La scienza non è sempre in primo piano. Se sento di dover muovere qualche critica al testo, lo faccio con rispetto verso l’autore. Non avrebbe senso dire che è stato tutto bellissimo se in realtà qualcosa non mi ha convinto 🙂

      Piace a 1 persona

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