Alla Procura della Repubblica come all’aeroporto

Ponte della Costituzione (o di Calatrava)

Tra i documenti richiesti per lavorare come portalettere c’è il certificato del casellario giudiziale e il certificato dei carichi pendenti (penale) reperibili alla Procura di riferimento del paese di residenza. E la procura di riferimento nel mio caso si trova a Venezia, in Piazzale Roma, che è quella zona in cui arrivano anche le auto e i bus.
Cosa divertente: mi hanno esplicitamente detto di rompere le scatole a quelli della Procura per velocizzare, altrimenti mi avrebbero fatto perdere un mese di lavoro. Effettivamente sul sito il primo giorno libero in cui prendere appuntamento era il 21 giugno (mentre io vivevo la giornata del 19 maggio). Allora inizio a telefonare verso le 11 del mattino, ma nessuno risponde. Insisto diverse volte e niente. Vado a fare colazione e decido di riprovare dopo. Alle 11:30 un’impiegata risponde, spiego che ho bisogno di due certificati con una certa urgenza (altrimenti avrei perso un mese di lavoro) e che il primo giorno libero è troppo in là. La signora, gentilissima, mi dà un appuntamento per la settimana dopo (il 25 maggio) spiegandomi bene anche tutto quello che c’è da portare (marche da bollo, fotocopie dei documenti).

25 maggio 2021
Arrivo alla stazione di Venezia S. Lucia ed esco lateralmente, verso destra, dove c’è anche la libreria Giunti che mi costringe sempre a rallentare per dare un’occhiata. Scelgo quella via anche per non passare in mezzo alla confusione e per accorciare un po’. Arrivo in Fondamenta Santa Lucia e attraverso il ponte della Costitituzione (detto di Calatrava, dal nome dell’architetto), quello che d’inverno o con la pioggia diventa scivoloso lì dove i gradini sono di vetro.
Taglio in diagonale Piazzale Roma e mi dirigo verso l’edificio della Procura che è un immobile alto, lungo e nero. E qui inizia l’avventura. O meglio, quella che una persona sedentaria come me considera avventura.
Mi aspettavo di aprire una porta, trovare un addetto alla sicurezza annoiato in attesa. Invece non faccio in tempo ad avvicinarmi troppo alla porta che esce un uomo con una divisa scura e si ferma lì davanti. Sul momento non capisco se sia uscito per i fatti suoi o per venire incontro a me. Con il senno di poi penso che potrei averlo allarmato, visto che poco prima indossavo il cappuccio per proteggermi dal vento. Sta di fatto che cerco di proseguire, ma questo mi chiede: «Dove deve andare?»
«All’ufficio del casellario.»
«Ha l’appuntamento?»
«Sì.»
«Prego.»
Mi fa accomodare nell’entrata e tira fuori lo scanner per misurare la temperatura.
«Ok. Ora si metta su quel quadrato, si giri, guardi la telecamera e tiri giù la mascherina.»
Faccio come mi dice.
«Bene. Tiri su la mascherina. Metta la borsa lì.»
Metto la borsa su un rullo che passa sotto lo scanner, tipo quelli degli aeroporti. Più in là c’è un altro uomo della sicurezza seduto a una scrivania che controlla tutto dal monitor di un computer.
Ma non è ancora finita. Una donna della sicurezza mi chiede se ho qualcosa in tasca. Tasto i pantaloni: «Ho dei fazzoletti.»
«Qualcosa di metallico. La cintura?»
«No.» Non porto la cintura. «Ho un apparecchio in bocca.» Ma quello non conta, per fortuna.
«Braccia in alto», mi dice la donna. E io penso che voglia perquisirmi, quindi, memore dei controlli all’aeroporto, alzo le braccia parallele al suolo, a mo’ di aeroplano.
«Mani in alto e passi là sotto.» Ovvero sotto quella che sembra la cornice grigia di una porta senza porta.
Un quarto uomo mi indica che devo portare proprio le mani sopra la testa (e non le braccia ad aeroplano) e passare sotto al rettangolo dello scanner.
Superato quello posso recuperare la borsa. La prendo e mi rendo conto che davanti di me c’è un ragazzo che si sta risistemando la cintura che aveva dovuto togliersi. Lo supero e chiedo al tipo davanti al pc se posso andare, mi dice di sì.
Tutti i controlli di sicurezza mi hanno presa di sorpresa e dimentico di chiedere dove si trova l’ufficio. Nessun problema, appese al soffitto ci sono delle targhette piene di indicazioni e trovo subito la strada.


© MONIQUE NAMIE
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