Vita da portalettere: l’inizio dell’avventura

La prima cosa che ho notato entrando in ufficio è stato un odore acidognolo. Sono molto sensibile a livello olfattivo. Sospetto che qualcuno si sia sentito male in precedenza e che non sia mai stata usata della varecchina per pulire bene. Potrebbe anche essere un mix dei cibi che i dipendenti mangiano davanti la scrivania e del caffè che si preparano con una macchinetta a cialde. Dopo qualche giorno comunque ci si fa l’abitudine e non si sente quasi più.

Il primo giorno è stato abbastanza deprimente. Sette ore e mezza in ufficio, a farmi spiegare qualcosa da un simpatico postino con anni di esperienza e poi a leggere documenti informativi su un pc. Con il senno di poi, potrebbero avermi fatto impiegare quel tempo speso davanti al pc mostrandomi la compilazione di una buona dose di CAD (Comunicazione di Avvenuto Deposito) e CAN (Comunicazione di Avvenuta Notifica). Sono due cose molto importanti collegate agli AG (Atti Giudiziari, ovvero le multe). Che se smarrisci un AG, o una raccomandata di altro tipo, c’è da fare pure la denuncia! Quindi meglio che non succeda mai.

Qui di seguito riassumo quello che ho capito su CAD e CAN, anche se non ho la certezza assoluta e infatti in ufficio chiedo sempre conferma a qualcuno. (Per saltare questa parte vai al pallino verde 🟢)
1️⃣ Se arrivo al civico del destinatario, suono e non trovo nessuno, faccio partire la stampa dal palmare (i postini portano con sé un palmare e una piccola stampante laser). La stampa che esce è simile per dimensioni a uno scontrino e va inserita nella cassetta della posta. Quando si torna in ufficio bisogna creare la CAD. Si “spara” 1 il codice dell’atto giudiziario, il palmare chiede il numero cronologico dell’atto, il richiedente e altre cose, dunque comunica con la stampante che mi rilascia il foglio con gli estremi della CAD. La stampa va firmata, piegata e infilata in una busta verde apposita in modo che il numero della CAD si veda nella finestra trasparente di solito riservata all’indirizzo del destinatario. Dopodiché si chiude la busta e si prende un cartoncino verde che andrà incollato dietro la busta dopo averlo compilato con i dati necessari.
2️⃣ Se, invece, arrivo al civico, suono ed esce a firmare un familiare o un convivente del destinatario, ovviamente non lascerò l’avviso in cassetta, ma in ufficio dovrò creare una CAN. La stampante mi rilascia il foglio con gli estremi della CAN, lo piego, lo metto in una busta verde in modo che il numero della CAN si veda nella finestra trasparente, compilo il retro dell’AG con i dati necessari.
3️⃣ Solo se esce a firmare il destinatario in persona, in ufficio non devo creare nessuna CAD o CAN.
4️⃣ Se arrivo al civico e non c’è il cognome da nessuna parte, oppure c’è un cognome diverso, la prassi è quella di segnare la raccomandata come “non consegnata” con motivazione “destinatario sconosciuto” e andarsene senza fare niente. Anche se non sono obbligata a farlo, di solito suono il campanello e cerco un’ulteriore conferma chiedendo se c’è il destinatario signor X.

🟢 Per i primi tre giorni sono andata in giro con l’affiancamento, prima di una ragazza che ha un anno più di me e un contratto come il mio, poi per due giorni con un ragazzo molto bravo. Basti pensare che riesce a consegnare tutta la sua zona più 70 raccomandate facendo solo un quarto d’ora di ritardo.
Il quinto giorno, il venerdì, prima uscita da sola, zona mai vista, lo scooter caricato con mezzo casellario e metà delle raccomandate. (Nessuno si è preso il disturbo di dirmi che mi stavano aiutando dandomi metà delle raccomandate, pensavo di essere stata fortunata e che me ne fossero capitate poche.) Sono uscita con circa otto mazzi di posta, consegnati solo due. Non trovavo i civici (perché nascosti in sentieri laterali, dentro siepi, dietro alberi, o in zone accessibili solo a piedi), se trovavo i civici non trovavo i nomi nelle cassette e poi ho commesso l’errore di non seguire il percorso del casellario. Inoltre ero quasi a secco di benzina, il benzinaio era chiuso, non mi era stato dato il codice autista né il pin, e soprattutto non mi era stato detto che potevo fare benzina anche se era chiuso. Ho chiamato la ragazza del primo giorno di affiancamento, ma era in “gita” anche lei e non ha sentito. Il pensiero di rimanere a secco mi ha perseguitato per buona parte del giro e ne sono uscita così confusa che ho combinato dei pasticci. Quando la ragazza si è accorta della chiamata mi ha ricontattata, ma arrivata dal benzinaio ho dovuto chiederle il numero del caposquadra e fare un’altra telefonata per farmi dare pin e numero autista. Sono rientrata in ufficio in ritardo e giù di morale. In ufficio non c’era nessuno, solo un tipo al pc che rispondeva scuotendo la testa. Non ricordavo più come si compilavano CAD e CAN, disperata per non aver consegnato quasi nulla, volevo solo andare a casa. Così ho chiuso il bilancio in modo forzato (con sei raccomandate risultate smarrite, ma che in realtà non avevo registrato) e lasciando tutto sopra la scrivania pensando che avrei sistemato le cose il lunedì. Nessuno mi aveva istruito sull’importanza di questo passaggio che io avevo creduto di poter sistemare con calma e serenità il successivo giorno lavorativo. Il tipo che stava al pc e rispondeva scuotendo la testa in realtà stava aspettando la chiusura del mio bilancio e solo quando io ero già a casa da un po’ si è reso conto di essere rimasto solo e ha chiamato rinforzi. Stavo per entrare in doccia quando il caposquadra mi ha telefonato a casa. “Lunedì vieni in amministrazione e ci spieghi cos’è successo”. Frase innocua che preannuncia la lavata di capo.

Lunedì 21 è stato il momento dei chiarimenti. Da allora i superiori mi rivolgono la parola solo per criticare il mio operato. Qualcuno un giorno si è avvicinato e mi ha fatto una confidenza: “Mi dispiace che sei capitata in un ufficio di m***a”. Come dargli torto? Avrebbero potuto istruirmi in modo adeguato prima di mandarmi fuori in moto da sola allo sbaraglio. Forse credevano che non avrei resistito abbastanza da dovermi preoccupare di fare il pieno. E per gli atti giudiziari forse avevano pensato che vederne fare uno da chi mi aveva affiancato i primi giorni fosse sufficiente.

Inoltre nessuno mi aveva spiegato bene come compilare il foglio delle firme della consegna di pacchi e raccomandate. Per tre giorni ho visto consegnare raccomandate solo con la firma elettronica. I postini che sono lì da tempo hanno, infatti, la firma elettronica sul palmare, mentre io ho la firma cartacea. Il che significa che devo chiedere una firma sull’avviso di ricevimento e una su uno scomodo foglio con la lista dei destinatari. Foglio che a fine giornata torna in ufficio tutto spiegazzato.
Dicono che se non so qualcosa devo chiedere. Ma sarebbe utile che le cose più importanti me le dicessero subito.
I primi giorni sono andati così. Alle risorse umane ci avevano avvertito: “All’inizio vi verrà da piangere. Non mollate!” E io ci sto provando, a non mollare. Come ho già detto a qualcuno lì dentro: “Se il lavoro non mi piacesse me ne sarei già andata”.
“C’è chi per i soldini fa anche cose che non gli piacciono”.
“Non sono quel tipo di persona”.
Questo lavoro mi piace, anche se ho come l’impressione che i miei superiori si siano fatti fin da subito l’idea che non sarei durata e quindi non si sono rotti le scatole a informarmi su molte cose.

Quanto tempo durerò? Si accettano scommesse.

Nota
1- Sparare, nel gergo del portalettere, significa puntare il lettore laser del palmare sul codice a barre di una missiva per tracciarla.


© MONIQUE NAMIE
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Monique Namie


14 pensieri riguardo “Vita da portalettere: l’inizio dell’avventura

  1. Faccio il tifo per te. Certo, sarei stata molto più felice di saperti alle prese con un ufficio non di m… Sei una ragazza tosta, determinata e intelligente: se il lavoro, nonostante tutto, continuerà a piacerti, riuscirai ad andare avanti per la tua strada. Un abbraccio d’incoraggiamento.

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  2. una settimana da dimenticare si direbbe, comunque guarda in tutti i lavori all’inizio è durissima, anche perchè spesso chi fa un determinato lavoro da anni da tutto per scontato, come se uno appena entrato già si sapesse muovere di suo. A mio avviso per un lavoro come il tuo iniziato da zero, con nessuna esperienza, ci voleva almeno un paio di settimane di affiancamento, ovvero avresti dovuto andare con uno che il lavoro lo conosce bene, e nel frattempo fargli tutte le domande del caso, forse la 3° settimana saresti stata in grado di muoverti da sola… 👍

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    1. Pensa che tempo fa facevano solo 2 giorni di affiancamento, ma si sono resi conto che erano pochi, così hanno avuto l’idea geniale di aggiungere un giorno 😁 Una o due settimane di affiancamento aiuterebbero davvero molto, ma si pretende che uno impari come un fulmine. Grazie per il commento, buon weekend Max!

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  3. Purtroppo spesso nei luoghi di lavoro non hanno abbastanza pazienza/voglia di affiancare chi è appena arrivato, pensando che tre informazioni in croce bastino a far capire il modo corretto di lavorare. E poi, che si arrangino.
    Spero che con il tempo vada meglio 🙂
    Io comunque sarei un disastro a trovare i civici 🙈 Grande stima per i portalettere!

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    1. A me sembra che anche dove non chiedono esperienza, in realtà in qualche modo la pretendono comunque. Chiedono ai nuovi di consegnare un tot di posta entro un tot di ore perché i postini fissi ci riescono. Grazie tante, anche io se faccio la stessa zona per anni non avrei problemi. Sì, diciamo che fare il portalettere dall’esterno sembra un lavoretto semplice, ma non lo è per tanti motivi.

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  4. Arrivo in ritardo, quindi spero che nel frattempo le cose siano migliorate: è brutto quando non ti spiegano per bene le cose o le danno addirittura per scontate. Se il lavoro ti piace, tieni duro, sono i primi tempi, quando avrai imparato e ci avrai preso la mano, andrà meglio.

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