Vita da portalettere: problemi con lo scooter

Lo specchietto
Era il mio quinto giorno di lavoro e il primo giorno in cui andavo a consegnare posta da sola. Mi avevano mandata fuori allo sbaraglio, senza spiegarmi molte cose (ne avevo parlato verso la fine dell’articolo “Vita da portalettere: l’inizio dell’avventura”). In quell’occasione la confusione regnava sovrana nella mia testa per diversi motivi. Lo scooter era quasi a secco, e non mi avevano fornito le informazioni (codice utente e pin) necessarie a fare il pieno. Inoltre, in quella zona che vedevo per la prima volta solo allora, non trovavo i numeri civici e a un certo punto ho sentito la necessità di fermarmi a bordo strada per cercare di tranquillizzarmi prima di continuare. La via era piuttosto stretta e affiancata da un lato dalla parete di un’abitazione. Io mi ero fermata proprio lì, molto vicina al bordo per non intralciare gli altri veicoli e molto vicina anche alla parete dell’abitazione.
(Apro una parentesi per dire che ho la patente da quando ho diciott’anni, ma ho sempre guidato solo l’auto. Per fare pratica per questo lavoro avevo preso a noleggio un Piaggio Medley 125 per tre giorni. Avevo, dunque, appena una ventina di ore di moto di pratica alle spalle e non avevo mai guidato uno scooter con il peso aggiuntivo del carico di posta fino ad allora).
Stavo dicendo che mi ero fermata a bordo strada per cercare di calmarmi. Dopodiché sono scesa dallo scooter e mentre cercavo di metterlo sulla cavalletta centrale, il peso si è sbilanciato verso il lato dove c’era l’abitazione. Non sono riuscita a tenere il mezzo che si è appoggiato delicatamente al muro. Ho tirato un sospiro di sollievo, perché se non c’era il muro, lo scooter sarebbe caduto. Bene, ma non troppo. Dovevo tirarlo su, ma anche usando tutta la forza di cui disponevo il mezzo non si muoveva. A quel punto ho notato che si era appoggiato al muro proprio con lo specchietto che quindi stava subendo un peso di oltre un quintale e la sua sofferenza iniziava a notarsi. Lo specchietto, infatti, aveva iniziato a scollarsi e io ancora non riuscivo a tirare su lo scooter. Dopo una decina di secondi mi è venuta l’idea di togliere un po’ di peso. Ho staccato la borsa da postino da davanti e l’ho appoggiata a terra. Con un po’ di chilogrammi in meno, sono finalmente riuscita a raddrizzare la moto e metterla in cavalletta, ma non a salvare lo specchietto che poco dopo si è staccato. L’ho comunque recuperato e l’ho messo dentro al bauletto.
Il giorno dopo in ufficio volevo segnalare la cosa, perché durante il corso sulla sicurezza ci hanno insegnato che bisogna segnalare sempre eventuali problemi/malfunzionamenti al mezzo, ma la caposquadra non c’era, era il suo giorno libero. All’amministratrice non ho neanche pensato, perché di solito svolge un ruolo passivo e scarica tutti i compiti alla caposquadra. Quindi sono andata a cercare consiglio tra i postini esponendo il mio problema, ma il mio discorso è stato captato anche da quella che chiamerò Enzamaria. Di solito Enzamaria lavora al pc ma quel giorno, non so per quale motivo, si trovava nella stanza dei casellari. Tra me e lei c’è un sentimento di antipatia reciproca malcelato, soprattutto da parte sua. Ed ecco la sua brillante soluzione allo specchietto scollato: «Attaccalo con lo schotch». Detto alzando le spalle con una buona dose di noncuranza. Il genio della sicurezza sulla strada. Mi sono arresa al fatto di dover parlare con l’amministratrice che (la cosa non mi sorprese) da sola non riusciva a trovare una soluzione e infatti ha dovuto telefonare alla caposquadra. Era di fianco a me quando sento dal vivavoce la caposquadra che ipotizza che mi sia caduto lo scooter, perché uno specchietto non si rompe da solo. L’amministratrice le dà ragione, accusandomi implicitamente di aver fatto cadere il mezzo e di non averlo detto. E così le spiego che non mi è caduto niente, e che lo scooter mi si è solo appoggiato di peso a un muretto. Dice che bisogna fare comunque il verbale come se fosse un incidente e nel verbale devo scrivere quello che è successo. Va bene. Intanto mi danno le chiavi di un altro scooter.
Nei giorni successivi ho aspettato che qualcuno mi chiamasse in amministrazione per fare quel verbale, ma nessuno mi ha più detto nulla al riguardo. Perché? L’hanno fatto loro scrivendo quello che hanno voluto? Dicendo che mi è caduta la moto, mentre non era vero? Boh.

Racconto bonus
Vi ricordate di Enzamaria, la tipa di cui ho parlato poco sopra che mi suggerì di incollare lo specchietto con lo schotch? Parliamo dei miei rapporti con lei.
Non so bene che ruolo abbia Enzamaria in quell’ufficio. Non consegna posta né con lo scooter né con le auto e sta per tutto il tempo davanti ai computer a svolgere compiti burocratici.
Quando finisco d’incasellare la posta normale, vado nell’altra stanza a prendere le raccomandate e i pacchi, e spesso trovo lei a indicarmi il contenitore da prendere. Non avevo nulla contro di lei, anche se fin da subito mi è sembrato che usasse con me un tono un po’ altezzoso. Tra me è lei non sarebbe mai nata alcuna amicizia, questo è certo.
Un giorno Enzamaria mi portò personalmente il contenitore con le raccomandate dicendo di sincronizzarle subito. Bene, le dico. E mi metto immediatamente a scansionare tutti i codici, a numerarli e a inserire i nomi dei destinatari mancanti nel foglio delle firme. Fatto. Continuo a sistemare la posta normale, creo i vari mazzi e poi sono pronta a partire. Arrivo all’inizio della via in cui devo iniziare le consegne, mi parcheggio sotto un’ombra, tiro fuori il primo mazzo di posta per ri-scansionarlo e mi rendo conto che con il palmare sono ancora in modalità “ufficio”. Devo essere in modalità “gita” per poter ri-scansionare e iniziare a consegnare. Faccio quello che si deve fare per andare in modalità “gita”, ma il palmare mi dà errore. Telefono alla capoufficio che mi dice che quell’operazione dovevo farla vicino all’ufficio perché serve il Wi-Fi e che devo tornare lì. La cosa non mi convince, perché ricordo di essere riuscita a passare in modalità “gita” un’altra volta mentre ero già in quella via. Ripercorro i 5km da lì fino al parcheggio dell’ufficio ritento la procedura per andare in modalità “gita”. E indovinate un po’? Non funziona.
Salgo in ufficio. La capoufficio è davanti la postazione dei computer e sta parlando con Enzamaria. Aspetto lì a due metri di distanza che finiscano di parlare per non disturbare. Quando la capoufficio si gira fa quasi un salto per lo spavento, non aspettandosi di trovarmi lì. Spiego la situazione e salta fuori che l’errore era dovuto al fatto che Enzamaria aveva già elaborato le raccomandate al pc mentre io ero ancora in modalità “ufficio”. Avrebbe dovuto elaborarle quando ero in modalità “gita”. Al che Enzamaria si altera e si rivolge a me con un tono insofferente. «Ti avevo detto di sincronizzare subito le raccomandate!!» Rispondo con lo stesso tono: «E l’ho fatto!» Immagino che i nostri sguardi lanciassero saette e che in quel momento la temperatura dell’aria si stesse facendo incandescente. La capoufficio capisce il malinteso e vedendo la situazione si mette in mezzo per mediare. Mi spiega pacatamente che per sincronizzare le raccomandate non basta solo scansionarle, ma bisogna passare in modalità “gita”. Grazie tante! Per l’ennesima volta non mi è stato spiegato qualcosa nel momento opportuno e ho dovuto impararlo sbagliando. Un’altra cosa che è stata data per scontata si aggiunge alla lista. Ovviamente da allora questo disguido non è più capitato. Inutile che Enzamaria si scaldi tanto se sono nuova e non sono nata conoscendo la terminologia dell’ufficio postale.
Un altro giorno ero un po’ sovrappensiero e questo mi è costato un’altra rispostaccia da parte di Enzamaria. Stavo lavorando nella zona 8, ma quando andai da lei a prendere le raccomandate dissi: «Le raccomandate della zona 6». Non l’avessi mai detto. Il suo grido stridulo e gallinaceo le è uscito con quel fastidiosissimo tono che ho sentito usare per sbeffeggiare persone con qualche ritardo mentale. «Cheeeee?!» Datti una calmata. Vuoi una tisana rilassante? “Volevo dire zona 8», rispondo in modo calmo, mentre nella mia mente si susseguono immagini bellicose. Al che Enzamaria mi guarda come se fossi scema e senza parlare mi indica con un dito la scatola che devo prendere. «Grazie» e adiós.


© MONIQUE NAMIE
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8 pensieri riguardo “Vita da portalettere: problemi con lo scooter

  1. Sai potrebbe venirne fuori un libro tragicomico: le abilità da narratrice le hai (cambia giusto qualche nome e fingi che sia tutta opera di fantasia, però 😁).
    La sottovalutazione dei rischi per la sicurezza mi fa un tantino impensierire, per non dire altro. Ammiro la tua tenacia e ti auguro il meglio: forza e coraggio.

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    1. Tragicomico è proprio la parola giusta. Tu pensa che ero già agitata per tutti i motivi elencati, mi fermo un attimo per cercare di ritrovare la calma, e il risultato è che lo specchietto si stacca facendo pressione contro un muro. Se possibile, mi sono agitata ancora di più 😂 Grazie per il sostegno 🙏

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  2. poverina, quante te ne capitano!! Certo che in quell’ufficio sono quasi tutte stronze, a parte la numero uno che hai citato in fondo, anche le altre nel caso dello scouter potevano in qualche modo venirti incontro. Ma in quella via non c’era nessuno che poteva darti una mano in quel momento? Io se avessi visto una ragazza in difficoltà mi sarei fermato ad aiutarla….
    Spero che non ti capitino altre disavventure, in bocca al lupo 🤗🤗👍🤞

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    1. In quell’ufficio non c’è sorellanza. Spesso invece di dare consigli utili preferiscono lasciare che io impari sbagliando.
      Nella via passavano alcune auto, ma lo scooter era appoggiato al muro in modo da sembrare tutto OK. Probabilmente sembrava semplicemente messo in cavalletta. Avrei dovuto fare dei cenni per attirare l’attenzione e chiedere aiuto, ma infine ho risolto anche da sola. Grazie per il sostegno 🙏😊

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