Vita da portalettere: la raccomandata assicurata

Rieccoci a un nuovo appuntamento con le mie sfortune lavorative in un ufficio che ormai abbiamo capito non essere dei più accoglienti.
I superiori non mi offrono mai parole d’incoraggiamento e non mi dimostrano apprezzamento quando faccio bene il mio lavoro. Conosco le loro voci perché mi rivolgono la parola solo per criticarmi. All’inizio le critiche ci stavano, anche se magari diluite con qualche consiglio amichevole e parola gentile sarebbero state più utili. In ogni caso, dopo che mi era stato fatto notare uno sbaglio, a partire dal giorno seguente, quell’errore non si è più ripetuto. Peccato che la volta dopo e la volta dopo ancora trovassero sempre una nuova obbiezione da sollevare.
I primi giorni la caposquadra mi condusse lungo il corridoio e mi indicò un foglio appeso alla parete con su stampata una tabella con delle sottolineature in rosso. Disse che ogni volta che una prioritaria o una raccomandata non venivano consegnate entro il giorno prestabilito a loro sarebbe arrivata una email di rimprovero che classificava l’ufficio con un rating negativo. Le sottolineature rosse erano colpa mia. È giusto che mi siano state fatte notare, ma penso sarebbe stato più utile per tutti se mi fosse stato mostrato prima cosa significava quel foglio che già avevo notato fin dall’inizio.
Le tempistiche con cui mi vengono fornite le informazioni più importanti sono sbagliate. Ogni volta mi si fa notare una cosa quando il danno è già fatto. Non c’è prevenzione, non c’è incoraggiamento, non c’è sostegno, solo rimproveri.
Dopo 3-4 giorni di lavoro in solitaria senza errori, mi è stato detto che consegno poca posta. Vorrei vedere chiunque altro senza navigatore in un luogo sconosciuto a fare meglio di ciò che ho fatto. Ci sono anche postini che lavorano lì da anni che mi hanno confidato di non riuscire a consegnare tutto.
Il giorno in cui riesco a consegnare praticamente tutto eccetto due piccoli mazzi di posta, e ho ben mezzo casellario svuotato, di nuovo arriva la critica da parte della caposquadra.
«Hai consegnato di nuovo nella prima metà di zona. Quelli nella seconda metà non ti hanno mai vista passare».
È vero. Infatti avevo in programma di fare la seconda metà di zona, ma nella prima metà la posta era molta di più e su suggerimento di altri postini avevo finito per prendere la parte più voluminosa e le cose importanti della seconda metà. Ed ero riuscita a consegnare quasi tutto quello che mi ero portata via. Ovviamente non ho coinvolto i postini che mi avevano aiutata e consigliata e ho incassato l’ennesimo rimprovero.

Un giorno vado da Enzamaria a prendere il contenitore delle raccomandate della mia zona. Tra queste mi viene consegnata, con visibile preoccupazione, una raccomandata assicurata per 250 euro. «Cerca di fare avviso», mi dice.
«Ok, ma se suono ed esce il destinatario?»
Chiede consiglio alla caposquadra, ed è quest’ultima che mi risponde. «Solo se esce il destinatario fai firmare e consegni».
Tutto chiaro. Arrivo al civico e non trovo il nome. Né sul campanello, né sul citofono, né sulla cassetta postale. Suono per cercare ulteriore conferma, e chiedere direttamente il nome a chi uscirà, ma non esce nessuno. Mi hanno insegnato che l’avviso non si lascia se non c’è il nome. Niente nome. Niente avviso. Destinatario sconosciuto. Così mi hanno insegnato. Il giorno dopo salta fuori che qualcuno ha telefonato a Luismarida, la portalettere che fa il giro da anni in auto in quella zona, e lei dice che il nome c’è, ma è scritto non so dove, un po’ nascosto, ma dice che c’è. Anche l’amministratrice che di solito è abbastanza passiva viene a chiedermi spiegazioni. E di nuovo parte il rimprovero.
«È un pacco assicurato per 250 euro, sai?»
Mica sono scema, certo che lo so. Infatti l’ho riportato indietro sano e salvo. Per non lasciarlo mai incustodito, me lo portavo appresso ogni volta che dovevo allontanarmi dallo scooter per entrare in una zona pedonale. Che altro dovevo fare?
«Se trovavo il nome lasciavo l’avviso. Ho anche suonato, ma non c’era nessuno.» Poiché mi pare che si voglia alludere al fatto che abbia sbagliato indirizzo, aggiungo: «Se volete vi accompagno dove mi sono fermata ieri».
«No, oggi ci va Luismarida». L’amministratrice concisa. Bene, se avete risolto, non tartassatemi più. Invece continua l’interrogatorio. E tutto questo nemmeno in un angolo, in privato, ma davanti a tutti gli altri portalettere.
Enzamaria: «Ma era una casa singola o un appartamento?»
Allora non era una mia impressione, mi si accusa davvero di aver suonato al civico sbagliato.
Era una casa normale, al massimo c’erano due campanelli, ma era una casa sola, di sicuro non era un appartamento. Non saprei descrivere l’abitazione, perché non mi sono fermata a osservare i particolari. Con tutte le raccomandate che ho consegnato mi si chiede di ricordarmi com’era fatta quella casa. Enzamaria, se vuoi ti ci porto (perché il posto me lo ricordo) e osserviamo l’abitazione assieme.
Altro rimprovero della capoufficio. «Devi imparare ad avere una visione più ampia». Riferito al fatto che non ho visto il nome, che a quanto pare c’era, ma era nascosto da qualche parte. Visione più ampia, o esperienza che ti fa imparare ad associare civici e nomi col tempo? Io propendo per la seconda e ora vi spiego perché. Devo necessariamente fare un piccolo salto indietro nel tempo al terzo giorno di lavoro. Un giovane postino esperto mi affiancava per farmi vedere un po’ il giro. Chiamerò questo ragazzo Eusebio. Ricordo bene che Eusebio mi aveva dato qualche mazzo di posta da smistare nelle cassette di alcuni appartamenti. Alla fine ero tornata al punto di ritrovo con una busta non consegnata, perché non trovavo il nome da nessuna parte. Lui legge il destinatario e dice: «Ma sì che c’è». Allora andiamo a vedere assieme e tra le molte cassette postali mi fa vedere quella che ha una targhetta sbiaditissima, quasi completamente bianca. La mia vista in genere funziona bene, ma per riuscire a distinguere qualcosa ho dovuto avvinarmi fino quasi a toccare la cassetta col naso. Quelle poche lettere che si riuscivano a individuare erano presenti anche nel nome del destinatario della busta. Eusebio faceva quel giro da anni e sono propensa a credere che abbia visto la targhetta del destinatario quando il nome era ancora ben leggibile da chiunque. Passando di là a giorni alterni, per anni e anni, non si sarà nemmeno accorto del colore che pian piano sbiadiva per effetto del sole fino a lasciare malapena visibili solo alcune lettere. La sua mente ha registrato che quella è la cassetta corrispondente al nome e anche quando il nome sarà del tutto scomparso, lui saprà sempre chi abita lì. Un’altra volta mi trovavo di fronte al cancello di un complesso di fabbriche. C’era lì una decina di cassette senza nomi sparpagliate in alto e in basso sulla recinzione. Telefonai a Eusebio e lui mi disse che la cassetta corrispondente al nome dell’azienda che gli avevo detto doveva essere quella in basso sulla sinistra. I postini fissi hanno nella loro mente l’associazione automatica di nomi, civici e cassette postali. Basta che chiedi a un postino fisso chi abita al numero X di via Y e lui al 99% ti dice il cognome esatto.


© MONIQUE NAMIE
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11 pensieri riguardo “Vita da portalettere: la raccomandata assicurata

  1. Sì, ne verrà decisamente fuori un libro tragicomico…
    Se quest’esperienza non ti farà venire l’allergia al settore, potresti puntare ai concorsi per operatori di sportello con conoscenza delle lingue straniere. Di sicuro, da questi aneddoti viene fuori la tua tempra. Quanta pazienza…

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    1. In realtà il lavoro d’ufficio alla lunga lo trovo deprimente. Avevo scelto di fare la portalettere anche perché volevo lavorare all’esterno e in movimento. La pazienza ce l’ho solo quando sono determinata a fare qualcosa che mi piace. Se il lavoro non mi piaceva, mi sa che avrei mandato tutti a quel paese già dal secondo giorno 😁

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  2. mamma mia quante polemiche!! Ma io dico, ma quando loro sono arrivati per la prima volta a fare quel lavoro non hanno mai sbagliato?! Io penso che all’inizio si siano trovati tutti in difficoltà, nella ditta dove lavoro io spesso arrivano corrieri che non sanno gli indirizzi e ci chiedono a noi dove sia la ditta tale dei tali, quindi come vedi tutti sbagliano e sono in difficoltà. Secondo me esagerano con le polemiche, dovrebbero solo spiegarti meglio le cose….

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    1. Non so se tutti quelli che lavorano nelle posizioni più alte lì dentro abbiano fatto i portalettere prima di arrivare dove si trovano ora. E se l’hanno fatto si saranno dimenticati i loro primi giorni.
      Mi dai conferma che sono un tantino esagerati con le critiche.

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