Viaggio a Longarone e al cimitero monumentale delle vittime del Vajont

Secondo Malcolm X, quando ci si arrabbia ci si dà anche più da fare per cambiare le cose, allora inizio questo post senza mascherare la mia irritazione.
Ma che problemi abbiamo noi italiani?! Dici a un francese “Fréjus” e lui ti risponde: «Ah, c’est une honte nationale!» Dici “Vajont” in Italia e cala un silenzio scandaloso.

La frazione di Castellavazzo vista da Longarone

Di ritorno dalla diga di Pieve di Cadore non potevo non fermarmi a Longarone, paese tristemente noto per un’altra diga, quella del Vajont. Le oltre 2000 vittime non sono state causate da una tragedia imprevedibile. Quelle 2000 persone hanno perso la vita in nome dei profitti e perché qualcuno non ha voluto prendersi la responsabilità di un’evacuazione.

Il 9 ottobre 1963 alle ore 22:39 chi lavorava alla diga si aspettava la caduta di una frana ed era pronto a godersi lo spettacolo credendosi al sicuro. I superiori non avevano mica avvisato che c’era la possibilità che potesse cadere mezza montagna. Erano stati anche predisposti dei posti di blocco a nord e a sud della statale di Alemagna (quella che passa al centro di Longarone), ma nessuno si era preso la responsabilità di evacuare chi abitava nelle case attorno a quella stessa strada. Alla fine la frana cade nel lago ed è una frana gigantesca. La diga resiste, ma l’acqua tracima e imbocca la gola verso Longarone. Lo tsunami che si viene a creare prende una tale velocità che la gola diventa come uno stantuffo. L’aria viene spinta a una tale forza dall’acqua che, a quanto si dice, arriva su Longarone con la potenza di due bombe di Hiroshima. Poi arriva l’onda che spazza via tutto ciò che è rimasto e modifica la morfologia del territorio. Oltre 2000 saranno i morti (solo 1464 saranno recuperati), tra i quali anche bambini non ancora nati. Non tutti i corpi verranno ritrovati, solo 701 saranno identificati.
Il 9 ottobre è la Giornata Nazionale in ricordo di tutte le tragedie naturali e industriali. Eppure di solito se ne parla poco in TV, giusto qualche accenno. Forse perché in fin dei conti la colpa è dello Stato e quindi si cerca di non fare troppa cassa di risonanza. Lo Stato non ha nessun tornaconto a parlarne.

Municipio di Longarone, edificio originario sopravvissuto

Una persona che si trovi a passare di lì senza essere a conoscenza del passato di quel posto, potrebbe non rendersi conto di nulla. Infatti al centro del paese non sono rimaste tracce immediatamente visibili della tragedia. Ma se questo viaggiatore dovesse decidere di fermarsi a fare una passeggiata, si troverà di fronte a degli indizi, come un libro oltre la vetrina di una cartoleria intitolato “Vajont. Cronaca di una tragedia annunciata“. Potrebbe anche capitargli di notare appese a dei muri o su dei cartelloni, delle gigantografie di vecchie foto in bianco e nero che ritraggono scorci del paese vecchio, prima dell’ottobre 1963.

La mia prima tappa è stata il municipio. Il municipio è uno dei pochi edifici “sopravvissuti” all’onda. Quando si arriva al municipio da sud, tutti gli edifici che seguono verso nord fanno parte della vecchia Longarone risparmiata dall’onda, compreso l’edificio delle scuole elementari, ora adibito a biblioteca. In realtà l’onda toccò anche il municipio e la scuola, ma non con potenza tale da farli crollare. Tutto attorno, il terreno era cosparso di macerie. Un bambino sopravvissuto che ora fa parte del Comitato per i Sopravvissuti del Vajont fu ritrovato proprio vicino all’edificio del municipio. Un’altra bambina, ora presidente del Comitato, fu ritrovata nei pressi della scuola elementare, a 350 metri in linea d’aria dall’abitazione in cui era.

A sinistra il municipio oggi, a destra una cartolina in cui si vede il municipio prima del 9 ottobre 1963

Nel parcheggio del Museo Longarone Vajont – Attimi di Storia si trova il monumento ai caduti. Nel 1963 questo si trovava oltre il municipio, vicino alla scuola elementare. Alla base in cui poggia si possono notare gli angoli scheggiati dai detriti e dalle macerie che lo investirono. Sullo sfondo, si nota la gola da dove è arrivata l’onda. Se si aguzza la vista si vede anche il triangolino lontano della diga. La vedete?

Monumento ai caduti “sopravvissuto” all’onda. All’epoca si trovava vicino alla scuola elementare.

Se non siete riusciti a vedere la diga nella foto precedente, vi aiuto postando anche uno zoom. Questa volta, per mancanza di tempo non sono riuscita a salire per visitare la diga del Vajont e ho dovuto accontentarmi di vederla da lontano.

Diga del Vajont

Come dicevo, girando per il centro di Longarone è difficile trovare rovine di edifici che ricordano la tragedia. Alcuni resti si trovano nel seminterrato della chiesa dove sono conservate anche alcune suggestive foto. Tutti i resti qui presenti riguardano la vecchia chiesa distrutta: una campana quasi intatta, una totalmente distrutta, pezzi di cornicioni e capitelli decorati, statue menomate della Madonna e degli angeli, una ringhiera sfilacciata e accartocciata. Solo nella frazione di Pirago è ancora visitabile il campanile originale.

Cimitero delle vittime del Vajont, foto di Tor91

Una tappa d’obbligo se si visita Longarone è il cimitero monumentale delle vittime del Vajont, che si trova a circa 5 chilometri, in località Fortogna. Nel cimitero si contano i 1464 cippi delle vittime recuperate. All’interno dell’edificio d’entrata c’è un piccolo museo e una mostra fotografica. Il museo mette i brividi perché è composto principalmente da oggetti d’uso quotidiano. Vi sono tantissimi orologi a cipolla e da polso fermi alle 22:39.

Orologi

Un baule è pieno di posate. Un altro baule è pieno di vassoi e argenteria varia da tavola ammaccata e ripiegata.

Baule colmo di posate

Si possono vedere anche i resti accartocciati di due automobili. Un pilastro salvapedoni. Anelli, collane, bracciali, spille, gemelli per polsini, portachiavi, giocattoli.
Il quaderno di scuola di Marinella Callegari trasmette qualcosa di indescrivibile. Marinella faceva la terza elementare e la mattina del 9 ottobre 1963 aveva scritto un tema sulla propria mamma. Le pagine sono sporche di fango e senza l’aiuto della stampa informativa difficilmente si riuscirebbe a leggere tutto. Ma un dettaglio spicca grazie al fantasma di quei colori che un tempo dovevano essere molto vivaci: il disegno di un cagnolino al guinzaglio.
Percepisco Marinella come il simbolo del futuro spezzato di tutti coloro che hanno perso la vita in quella terribile sera.

Il quaderno di Marinella con il tema sulla mamma scritto la mattina del 9 ottobre 1963. Il tema inizia nelle ultime quattro righe della pagina destra e prosegue nella pagina dopo, non visibile.
Bambolina imbottita di paglia

Di seguito un collage dei video postati in anteprima nelle storie Instagram. Si tratta di video girati al centro di Longarone e al cimitero monumentale delle vittime del Vajont.

Approfondimenti:
50/mo Vajont, i “mea culpa” dello Stato
Il report dell’altra mia visita a Longarone nel 2019


© MONIQUE NAMIE
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Monique Namie


7 pensieri riguardo “Viaggio a Longarone e al cimitero monumentale delle vittime del Vajont

  1. in quegli anni a mio avviso il senso di protezione, inteso come misura atta ad impedire tragedie, era al minimo. Nessuno si preoccupava di gestire il territorio, anche gli stessi lavoratori all’epoca vivevano esposti a rischi di ogni tipo, mio padre ricordo che mi diceva che in quegli anni si respirava l’amianto come fosse polvere. Forse a quell’epoca anche prevedere un’evacuazione di massa sarebbe stata un’impresa. Ad ogni modo rimane una delle tante tragedie della nostra Italia a cui non possiamo non pensare, e che, come dici tu, viene anche menzionata poco durante i tg….

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    1. La sicurezza sul lavoro era indubbiamente nulla. Sono morti alcuni operai durante la costruzione della diga, perché non esistevano le imbragature di sicurezza. Da questo punto di vista siamo migliorati. Ma per quanto riguarda l’anteporre il benessere fisico e mentale dei poveri cittadini al profitto, per me siamo ancora molto arretrati e chissà se impareremo mai a diventare più sensibili e umani. Giusto per fare un esempio, lo Stato potrebbe offrire supporto psicologico ai sopravvissuti, meglio tardi che mai, invece pare che si sia dimenticato di loro. Altre volte chi è rimasto vivo viene addirittura umiliato. Un esempio? A un superstite l’onda distrusse la proprietà compresi i contatori dell’energia elettrica. Tempo dopo gli arriva una bolletta con un importo più alto: gli volevano far pagare i contatori distrutti dall’onda perché lui non aveva mai dato la disdetta. Non paga e si rivolge a un avvocato. Nelle bollette successive trova importi sempre maggiori per l’aggiunta delle more. Finché non arriva l’avviso che gli sarà staccata la corrente. Non gli lasciano tenere nemmeno il generatore per alimentare il frigorifero d’estate. Lo accusano di produrre energia elettrica senza autorizzazione. In pratica, per riavere la corrente ed essere lasciato vivere in pace, ha dovuto pagare. Pagare per non aver dato la disdetta dei contatori portati via dall’onda. Sempre il profitto… ma un po’ di cuore per questa gente?
      Esiste il video-testimonianza di questo accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=HCDUEsvXHQw&ab_channel=OfficineTolau

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