Vita da portalettere: l’infortunio

Torna la rubrica sulle mie sfortune lavorative.
Il primo luglio ero di buon umore, ma la caposquadra ci avrebbe impiegato pochi secondi a distruggermi il mood positivo. Il giorno precedente avevo consegnato praticamente quasi tutto ed ero fiduciosa di aver ormai trovato un buon ritmo. Ma il primo luglio mi è stata mossa la critica di aver consegnato di nuovo la zona A, invece della B.
Un po’ perché non volevo più sentire le critiche demolitrici dei superiori, un po’ perché ormai credevo di essermi velocizzata, ho iniziato a impacchettare la posta che non ero riuscita a consegnare due giorni prima e tutto il resto fino all’ultima via del casellario. Risultato: cinque mazzi di posta sul borsone anteriore e sei nel baule posteriore più i pacchi Crono e Amazon (tra cui un pezzo pesante di metallo da portare dove vendono e riparano moto). Tanto peso da tenere in equilibrio e da qualche giorno soffrivo anche di un fastidioso dolore alla mano sinistra, probabilmente a causa di uno sforzo per tenere lo scooter in curva. I più perspicaci avranno già fatto due più due.
Come se non bastasse, un attimo prima della partenza arriva di corsa nel parcheggio la caposquadra chiamandomi. Il motivo? Rimproverarmi perché due giorni prima mi sono dimenticata di timbrare il cartellino e l’ho timbrato tre ore dopo senza avvisare. Saranno problemi miei. Ho lavorato tre ore gratis. Lasciami in pace.

Dunque inizio il giro di consegna partendo da pacchi e raccomandate, scarico subito a destinazione il pezzo pesante di metallo, per poi arrivare nelle vie in cui oltre alle consegne prioritarie dovevo inserire anche la posta normale. Tre vie fatte, alla quarta (una strada senza uscita dove entrano solo i residenti) salgo con la moto sul marciapiede che dà sul recinto di una serie di villette a schiera. Non si dovrebbe fare. Eppure l’ho visto fare diverse volte da altri postini e qualche volta l’ho fatto anch’io in precedenza. L’intento è quello di infilare la posta direttamente nelle cassette senza dover scendere ogni volta e quindi velocizzare l’operazione. Questa volta voglio consegnare tutto. Non voglio più essere sommersa di critiche.
La cassetta dove devo infilare la prossima busta sta proprio a metà salita del marciapiede, allungo la mano, ma non ci arrivo, perché mi sono tenuta troppo distante. Ottimo! Devo scendere. La ruota posteriore dello scooter però è in discesa e me ne accorgo tardi. Appena scendo, la moto inizia a scivolare all’indietro. Se freno resto in una posizione di stallo e non riesco più a risalire per il dislivello. Corro il rischio di sbilanciare il peso e far cadere tutto. E allora commetto un errore: provo ad accelerare un poco per far salire lo scooter trascurando un fatto importante. Se accelero senza essere seduta in sella la moto si allontanerà facendo sì che la mia mano continui ad accelerare. Lo scooter fa un balzo in avanti, cerco di frenare, ma è troppo tardi. Qualcosa (forse il bauletto posteriore, forse il telaio della moto) mi colpisce forte di striscio la coscia sinistra. Perdo la presa e lo scooter termina la sua corsa due metri più avanti, steso a terra di fronte al cancello di una villetta. Il bauletto è aperto con pacchi e mazzi di posta che fanno capolino. Deve essersi sentito un forte rumore perché escono subito un paio di persone. Una donna si avvicina e mi chiede se mi sono fatta male. Al momento sento solo un leggero bruciore sulla coscia sinistra dove sono stata colpita. Assicuro che sto bene. Si offre di aiutarmi a tirare su lo scooter, ma prima tolgo un po’ di posta dal bauletto posteriore. In due riusciamo a tirarlo su. Ricarico la posta nel bauletto e riparto con molta calma. Ho la mente un po’ in subbuglio per quanto appena accaduto, ma sembra che mi sia andata bene. Di certo poteva andare peggio. Tuttavia non sono Wonder Woman e mentre proseguo la consegna lungo quella via mi sento presa dallo sconforto. Mai una gioia.
Al termine della via il dolore alla coscia è aumentato un poco. Brucia come se invece di aver preso una botta mi fossi sbucciata. Solo allora do un’occhiata aspettandomi di vedere il pantalone rotto e magari sporco di sangue, invece sembra integro, forse solo un po’ smagliato. Non mi sembra così grave da abbandonare il lavoro, quindi continuo. Le auto e i furgoni in movimento mi innervosiscono. Alla fine della strada mi fermo allo stop che porta alla via principale del paese. Ho una consegna giusto al primo civico a destra.


Il guaio di poco prima ha scombussolato la mia calma e concentrazione. Col senno di poi, avrei dovuto fermarmi cinque minuti per ritrovare un po’ di serenità.
Imbocco un’altra via secondaria ma più trafficata e, dato che mantengo un’andatura lenta, ho l’impressione di recare intralcio. Le auto che mi stanno dietro mi mettono premura. Allo stop mi fermo sulla destra invece che al centro strada. La mia esperienza in sella a uno scooter si basa su qualche decina di giorni di guida, ciò influisce sulla mia sicurezza. (Da ricordare che non avevo mai guidato un 125cc prima di noleggiarlo per tre giorni per superare la prova moto).
Dunque sono ferma allo stop. La strada è libera, inizio ad accelerare per girare a destra, ma sento subito la moto che si piega troppo verso il lato del marciapiede. La mano sinistra dolorante dai giorni scorsi non riesce a raddrizzare il manubrio e mentre mi sento cadere il tempo si dilata a causa dell’adrenalina. Penso che stavolta rischio di farmi davvero male. Penso che il piede destro finirà schiacciato sotto la moto. Nello stesso momento sollevo istintivamente la gamba sinistra e scavalco il mezzo in caduta. Il piede destro si torce sotto lo scooter mentre mi appoggio sull’asfalto con i palmi delle mani e il piede sinistro. Cerco subito di liberare il piede rimasto sotto il mezzo e ci riesco senza troppa difficoltà. Forse le scarpe antinfortunistiche mi hanno protetta. E non sono nemmeno caduta così male da sbucciarmi mani o braccia. Forse gli esercizi di yoga che pratico da mesi mi hanno aiutata, o forse è stata solo fortuna. Mi rialzo e sembra tutto OK, per la seconda volta. L’auto che è dietro di me mi supera, rallenta fino quasi a fermarsi, ma appena vede che mi rialzo prosegue. Speravo che il conducente mi avesse aiutato a tirare su il mezzo. Da sola temo di non riuscirci. Inizio a togliere tutti i pesanti mazzi di posta che ho nel bauletto e li appoggio sul marciapiede per alleggerire lo scooter. Dall’altra parte della strada si ferma un furgone, l’autista abbassa il finestrino e mi chiede se ho bisogno di aiuto. Gli dico di sì. Parcheggia sul lato strada e scende con una donna ad aiutarmi. In tre tiriamo su lo scooter.
«Grazie!»
«Bisogna vedere se funziona ancora», dice l’uomo, «perché se è uscita la benzina…»
Non vedo perdite. Più che altro se l’olio è finito nel filtro dell’aria potrebbe essere un problema. Provo subito ad accendere e funziona. Ringrazio di nuovo i miei soccorritori. Per la seconda volta ricarico i mazzi di posta nel bauletto. Adesso ho ancora più paura di prima. È possibile che mentalmente mi trovi un po’ sotto shock, ma fisicamente sembra andare piuttosto bene. Ho un attimo di esitazione prima di salire in sella. Poi penso che i traumi vanno affrontati subito e pian piano riparto. Mi sento giù di morale, la coscia sinistra continua a bruciare e ora mi fa anche un po’ male il piede destro, quello finito sotto la moto. Di nuovo, sconforto a parte, la situazione non mi sembra così grave da abbandonare il lavoro. Decido di finire almeno le cose più importanti come le raccomandate e di consegnare giusto la posta normale negli stessi indirizzi delle raccomandate.
Devo consegnare due pacchetti dentro due diverse stradine strette e ghiaiose, troppo lunghe per addentrarmi a piedi. Dopo la consegna, sono così prudente nel girare lo scooter per tornare indietro che ci metto forse mezzo minuto. Non voglio dare ragione al detto “non c’è due senza tre”.
L’ultima raccomandata è un atto giudiziario (una multa) il cui destinatario è un anziano. Sono così stremata per quanto accaduto che sbaglio la riga in cui devo far firmare e mi dimentico la seconda firma sul foglio delle raccomandate e dei pacchi.
Mi attardo lì per qualche istante. Il destinatario rientra e dalla finestra aperta sento sua moglie che parla ad alta voce: «Varda, 41 euro! Dove a gheto ciapada sta multa?»
«Cossa vuto ché ne sapia!».
(Traduzione dal veneto: «Guarda, 41 euro! Dove l’hai presa questa multa?» «Che ne so!»)

Ho voglia di tornare in ufficio, chiudere velocemente tutta la parte burocratica e andare a casa a riposare.
Non racconto niente alle due persone che sono lì, perché comunque la situazione non mi pare così seria e non ci sono danni al motomezzo. Il dolore al piede e il bruciore alla coscia sono sopportabili. Però a un certo punto non trovo più le raccomandate che dovrei aver portato indietro dopo aver lasciato l’avviso nella cassetta dei destinatari assenti. Sono certa di averle riportate indietro, ma nello stato mentale in cui mi trovo, non ricordo più dove le ho messe. Torno giù a controllare nello scooter, ma non c’è niente. Dopo una decina di minuti ritroviamo le raccomandate che avevo per sbaglio re-incasellato assieme alla posta normale. Finalmente posso andare. Prima però passo per il bagno. Voglio vedere che cosa mi sono fatta sulla coscia, anche se allo stesso tempo ho paura di quello che potrei vedere. Che poi, si sa, quando guardi una ferita, quella sembra farti ancora più male. Abbasso piano il pantalone e scopro un grosso ematoma ad anello di circa 10 cm di un brutto colore. Scoprirò essere un ematoma muscolare con abrasione.

Forse lo shock per un po’ mi aveva fatto percepire meno il dolore. Una volta a casa, appena scesa dall’auto, mia madre si accorge subito che qualcosa non va. All’inizio pensa sia stanchezza. Dopo mezz’ora di guida lo stato di sofferenza è aumentato abbastanza e mi muovo lentamente. Dopo la doccia scendo le scale zoppicando visibilmente e non posso più nascondere la caduta dallo scooter. Sarebbe un azzardo il giorno dopo andare a lavoro come se niente fosse con le gambe malandate. La sera stessa avviso i superiori scrivendo un messaggio alla caposquadra, che visualizza ma non risponde. La mattina dopo mi chiamano in vivavoce l’amministratrice e la caposquadra. Prima una e poi l’altra mi parlano con tono seccato. L’amministratrice mi rimprovera di non aver avvisato immediatamente e dice: «O vieni al lavoro, o vai al pronto soccorso». Seria? Ho avvisato ieri sera dicendo che non mi reggo in piedi. Ovvio che vado all’ospedale. Lì mi fanno una lastra al piede destro che non sembra rotto e l’ortopedico mi visita piede ed ematoma. Mi prescrive una pomata e del ghiaccio e mi consiglia l’uso delle stampelle. Dice che non devo preoccuparmi se noto che l’ematoma si sposta in basso o in alto, perché è normale e dipende dalla posizione in cui tengo la gamba. Dice che di solito questi ematomi si riassorbono da soli, ma se dovesse restare si può drenare. L’ematoma muscolare ha una forma ad anello, il cui interno è duro e gonfio. (Ho scattato una foto una settimana dopo l’infortunio. Eccola, ma non guardare se sei facilmente impressionabile).
Dopo il pronto soccorso porto il certificato medico in ufficio. Ovviamente non mancano i rimproveri per l’ultima raccomandata (la multa consegnata all’anziano) che ho fatto firmare nel posto sbagliato dimenticandomi della seconda firma. Sarebbe stato peggio se avessi lasciato perdere le 3-4 raccomandate che mi mancavano e fossi tornata in ufficio. Potevo farlo, ma avrei creato molti più problemi burocratici, e a questo nessuno pensa. E non si pensa nemmeno che nonostante lo spavento per la caduta ho portato a termine i miei doveri principali, con una piccola dimenticanza, ma li ho portati a termine. L’amministratrice è in riunione. La caposquadra non mi domanda nemmeno come sto e se io non chiedo di potermi sedere, mi lascia pure in piedi per tutto il tempo con due gambe malandate. Mi fa compilare una carta dove devo elencare i dettagli dell’accaduto che mi ha procurato l’infortunio. Mi fa firmare un secondo foglio identico dicendo che in caso ci fosse qualche errore nel primo penseranno loro a ricompilare l’altro. La cosa non mi convince e lei lo intuisce. «Lo faccio per non farti tornare qui un’altra volta», mi rassicura, diventando improvvisamente premurosa. Ok, lasciamo perdere, non ho voglia di discutere.
Alla seconda visita dall’ortopedico, questo mi fa un’impegnativa per il fisioterapista, perché se l’ematoma non è curato in modo adeguato possono formarsi delle calcificazioni. Ogni volta che il periodo di infortunio mi viene prolungato dal medico dell’INAIL devo mandare una copia del certificato anche all’ufficio in cui lavoro. Solo la prima volta mi viene chiesto come sto. Le altre due volte viene mostrato interesse solo verso il certificato che devo spedire loro per tempo.
Dal 2 al 13 agosto ho le ultrasuonoterapie. A ogni sessione la fisioterapista mi mette del gel sull’ematoma e ci passa sopra una specie di microfono caldo per dieci minuti. Questo dovrebbe scongiurare il formarsi di calcificazioni nel muscolo. Al termine del ciclo di fisioterapie si conclude anche il mio periodo di infortunio.
Verso la fine di settembre (dopo tre mesi) il piede destro smette finalmente di farmi male quando lo piego per lo stretching.
Al momento in cui revisiono questo testo, se cammino a lungo e guido per parecchi chilometri sento ancora dei crampi al muscolo della coscia contusa.
Per l’INAIL non ho subito menomazioni.

Le mie sfortune lavorative non terminano qui. Stay tuned.


© MONIQUE NAMIE
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