Vita da portalettere: curiosi aneddoti

Prima di arrivare al capitolo conclusivo di questa saga, voglio dedicare un piccolo spazio ad alcuni aneddoti curiosi e divertenti che mi sono capitati e di cui non ho ancora parlato.


La timbratrice escondida

Torniamo un attimo nel parcheggio dell’ufficio nel giorno in cui mi infortunerò. Sono in sella allo scooter ben carico di posta e sto per partire quando esce di corsa la caposquadra chiamandomi. Invece di andare al sodo questa mi fa una domanda: «A che ora arrivi in ufficio la mattina?» Capisco dove vuole andare a parare. Due giorni prima mi sono ricordata di “timbrare il cartellino” solo verso mezzogiorno invece che alle 9:30, orario di arrivo. Sia lei che l’amministratrice mi avevano vista, quindi sapevano che ero arrivata puntuale anche se l’entrata risultava circa tre ore dopo.
Prima di pensare che io abbia la testa sulle nuvole dovete sapere una cosa. La timbratrice non è così facilmente raggiungibile. Di sicuro non mi sarei dimenticata di passare il badge la mattina se la timbratrice fosse stata vicino all’entrata. Eh no, pensavate davvero che fosse a portata di mano? La suddetta timbratrice si trova nel corridoio degli uffici pubblici dietro una vetrata con porta che si apre solo dall’interno. E non si può suonare, né bussare per farsi aprire. Questa è una regola che si impara dal primo giorno. Quando chiesi a un collega postino se potevo farmi aprire per timbrare lui disse che era meglio fare il giro perché quelli degli uffici pubblici sono cattivi, si lamentano e rompono le scatole. Dunque io per segnalare l’orario della mia entrata dovevo salire con l’ascensore per il trasporto dei carrelli postali, attraversare tutta la zona dei casellari, ridiscendere per le scale verso gli uffici pubblici, timbrare e risalire di nuovo. Non ho mai visto nessuno aprire quella porta al piano terra se non per uscire a fine turno.

El desnudo
Questa finisce certamente nel podio delle cose più strane che mi sono capitate finora nella vita.
Secondo o terzo giorno di lavoro. Mi affiancava Eusebio, che allora mi aveva dato un mazzo di posta da consegnare dentro una strada secondaria sterrata in mezzo alla campagna. Quella zona era molto calma: passavano pochissime auto e persone. Per immettermi in quella laterale dovevo superare un ponte che formava un dosso abbastanza alto da togliere la visibilità di ciò che c’era dall’altra parte. Ho svoltato e imboccato il ponticello, ma non ho fatto in tempo a raggiungere la sommità che mi sono trovata di fronte a qualcosa di inaspettato. C’era un uomo con i pantaloni abbassati che mi dava le spalle, con le natiche in bella vista. È difficile da credere, ma è successo davvero. Presa alla sprovvista e un po’ spaventata al pensiero che potesse essere uno non troppo sano di mente, ho frenato e ho lasciato che lo scooter scivolasse indietro giù per il ponte verso la strada da cui ero arrivata. Mi sono allontanata di un po’ e ho atteso che l’uomo se ne andasse. Quella era una strada chiusa, e mi aspettavo dunque di vedere uscire l’uomo da lì, cosa che non successe. Dato che c’era molta campagna attorno, ho pensato che avrebbe anche potuto prendere un sentiero. Quindi mi sono azzardata a risalire il ponte e per fortuna non c’era più nessuno. Così ho potuto iniziare a consegnare. Ma perché quello se ne stava in piedi in mezzo alla strada con i pantaloni abbassati? Non credo nemmeno di volerlo sapere.

Il collega più simpatico
Per sopportare meglio il caldo estivo avevo deciso di vestirmi ogni giorno con una maglietta bianca diversa che si differenziava dalla stampa sul davanti. Questo simpatico collega, che chiamerò Fidelio, era il postino a cui ero stata affidata il primo giorno. Fidelio si era accorto che indossavo solo magliette bianche e si era messo a osservare e a commentare le varie stampe.
Questa era una scena tipica: entro in ufficio, Fidelio mi vede, alza il pugno e dice: «Forza, resisti!» Poi guarda la stampa sulla mia maglietta, che quel giorno raffigura una stella, e commenta: «Ti senti un po’ stella anche tu oggi?» Gli piacevano proprio, le mie magliette bianche con varie stampe. Quando ho indossato quella con la tour Eiffel mi ha chiesto se ero stata a Parigi.
Ogni tanto si dimenticava che non bevo caffè e mi invitava a prenderne uno nella macchinetta a cialde che qualcuno aveva sistemato nello spogliatoio femminile. Un giorno gli ho ricordato che non bevo caffè ma solo tè e lui mi ha risposto: «Ah giusto, è vero, sei una… una teiera.»
Lui iniziava il lavoro alle 7:30, io alle 9:30. Quando partivo con lo scooter per andare a consegnare, ad un certo punto della strada incrociavo un altro postino che rientrava e che mi suonava il clacson. Per due tre volte mi sono chiesta chi fosse, con il casco e la divisa non capivo nemmeno se era un uomo o una donna. Finché un giorno Fidelio mi ha chiesto se lo avevo notato quando mi aveva salutato per strada e così ho scoperto che era lui.
In ufficio, mentre incasellava la posta, Fidelio cantava tutte le canzoni che gli venivano in mente. Una volta ha fatto anche l’imitazione di un cartone animato. Talvolta canticchiava frasi che non appartenevano a nessuna canzone, una volta l’ho sentito cantare allegramente: «Faccio il lavoro più bello del mondo». Non credo fosse un caso che fosse lui il più simpatico e cordiale. Se si fa un lavoro che si ama, l’umore è migliore e si è più affabili e umani.


© MONIQUE NAMIE
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10 pensieri riguardo “Vita da portalettere: curiosi aneddoti

  1. meno male che c’è questo Fidelio, dopo tutte le disavventure e le cattiverie che ti hanno fatto almeno una persona simpatica l’hai trovata. Certo che di gente strana in giro ce n’è tanta!! 🙄
    Buon wek end, un caro abbraccio 🤗😊👍

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