“L’ultima notte della nostra vita” di Adam Silvera

Titolo originale: They Both Die at the End
Titolo italiano: L’ultima notte della nostra vita
Autore: Adam Silvera
Prima pubblicazione: 2019

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più.” – Oscar Wilde
“Nessuno dovrebbe passare le sue ultime ore a dubitare degli altri.”
“Non agiamo mai, reagiamo soltanto quando ci rendiamo conto che il tempo sta per scadere”.

Il titolo già spoilera tutto (soprattutto quello originale, They Both Die at the End). La storia è raccontata dal punto di vista di diversi personaggi. I protagonisti sono Rufus Emeterio e Mateo Torrez (sì, con una sola “t” perché è portoricano). I due dovranno morire entro ventiquattr’ore, non c’è verso di cambiare la loro sorte. Si conosceranno tramite un’app e nonostante siano molto diversi, tra i due si svilupperà un sentimento romantico con momenti che sfiorano la sdolcinatezza. Se cercate una storia d’amore diversa dal solito, questa può essere una valida alternativa.
Il mondo in cui i personaggi si muovono lascia intuire sfumature distopiche. C’è un’agenzia (il Death-Cast) che sa con precisione quando ogni essere umano morirà e lo avvisa alla mezzanotte del suo ultimo giorno. Inoltre, poco a poco stanno scomparendo certe tecnologie e oggetti del passato: le cabine telefoniche, le lettere scritte a mano, i lettori DVD, i telefoni fissi, i giornali, gli orologi. Qualcosa di non troppo diverso da ciò che sta succedendo oggi. La realtà virtuale è abbastanza progredita. Per i Decker (quelli che hanno ricevuto l’avviso) ci sono delle attrazioni come Make-A-Moment, in cui si può partecipare a qualche attività adrenalinica in tutta sicurezza perché simulata virtualmente. Poi c’è la World Travel Arena, dove un Decker con i propri cari può fare il giro del mondo in circa 80 minuti, e c’è il Cimitero di Clint, una discoteca dove i Decker vanno a divertirsi, ballare e cantare.

Concordo con chi mi ha preceduto nel dire che l’idea era buona, ma si poteva sviluppare meglio. Davvero qualcuno vorrebbe un’agenzia che ti telefona a mezzanotte per dirti che ti restano un massimo di ventiquattr’ore di vita? È questo l’unico modo per permettere a uno di vivere a pieno? Sarebbe meglio essere educati fin da giovanissimi a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, senza telefonate macabre. Uno non può nemmeno scegliere se vuole essere avvisato o se vuole tenersi la “sorpresa”. Essere avvisati viene considerata automaticamente la cosa migliore. La gente è grata dell’esistenza del Death-Cast, e ritiene di essere nata in un’epoca fortunata per questo, come se la scienza avesse scoperto una nuova cura. A me, personalmente, pare che questa cosa non farebbe che aumentare i disturbi psichiatrici della gente. L’ansia che a ogni mezzanotte il telefono possa squillare per l’avviso. E quelli che lavorano per il Death-Cast solo per questione di soldi che non considerano già più i Decker come persone, proprio per cercare di mantenere la serenità mentale. Non viene nemmeno presa in considerazione l’idea che uno possa spegnere il telefono prima di quell’ora per riaccenderlo la mattina quando i turni degli operatori telefonici sono terminati.
Oltretutto, c’è una falla nel sistema: se uno invece di morire, finisce in coma, il Death-Cast mica lo chiama. E se a un certo punto lo chiama mentre è ancora in coma, perché l’ora è giunta, allora questa persona comunque non può più decidere come sfruttare le proprie ultime ore.

Poi, dato che i protagonisti sono adolescenti, bisogna far uso di un certo linguaggio appropriato, ma non sempre l’ho trovato convincente. Troppi “giuro”, “figo” e derivati sparsi per tutto il testo. “In salotto c’è un caminetto che non funziona ma è comunque fighissimo”.

Le storie di alcuni personaggi non vengono portate a compimento. E allora tanto valeva non presentarli nemmeno. Come purtroppo ho visto accadere in altri libri, la parte finale appare più frettolosa. Un paio di personaggi che dovevano terminare il loro intreccio con il resto della trama, non compaiono più. Ehm, ma perché?

Questo libro inizialmente mi ha trasmesso una forte ansia, forse perché io già penso a certe cose molto spesso senza il bisogno di un Death-Cast (o sono saggia o sono depressa, spero la prima). A provocare una certa agitazione interiore è anche l’orario scritto all’inizio di ogni capitolo, che rende tangibile l’approssimarsi dell’ora X. Poi ho iniziato a familiarizzare con stile e personaggi, e la curiosità ha preso il sopravvento sul resto. Volevo sapere se i due sarebbero riusciti a scampare al loro destino e se no, come sarebbero finiti. Non mi sono commossa fino alle lacrime, ma di certo mi è dispiaciuto.
Leggere questo libro è probabilmente utile perché insiste sul fatto di vivere a pieno la vita, perché ogni minuto potrebbe essere l’ultimo. Insegna a non sprecare le occasioni e a non tirarsi indietro per paura di un giudizio.
Forse a questo punto non si è ancora capito se il libro mi è piaciuto o no. Sì, mi è piaciuto, ma, come dicevo, credo che potesse essere sviluppato meglio. Mi ha emozionato, ma non tanto quanto speravo. Di sicuro l’ho trovato avvincente, perché mi ha tenuta incollata alle pagine tanto da finire la lettura in pochi giorni.


© MONIQUE NAMIE
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