D’etere

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Tu che vivi nel bosco
in una palafitta di fiori e bambù,
parlami della notte delle fate
e della cascata di diamanti blu.
Raccontami delle serenate sul trifoglio,
dei misteriosi bisbigli delle api,
e del sapore del miele sui germogli
del salice che ti accoglie
tra le braccia come foste amanti.
D’etere vestita danzi nel grano,
seguendo le note d’un’antica melodia,
calzando sandali di juta e rampicanti.
D’etere vestita ti avvicini alla soglia
d’un castello che ha perduto il suo stemma:
ti lasciano entrare col vento d’estate
nascosta tra la polvere del polline
fra miliardi di stelle e steli di lavanda.


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“D’etere” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Infanzia 小时候 (dei Sodagreen)

Questa canzone fa parte dell’album Walk Together (当我们一起走过) pubblicato dai Sodagreen (苏打绿) nel 2013.
I Sodagreen sono una band taiwanese formatasi nel 2001. Wu Qingfeng (吳青峰) è il cantautore, nonché voce principale e fondatore del gruppo. Fu proprio quando suo padre si ammalò e fu ricoverato in ospedale che Qingfeng trovò l’ispirazione per scrivere questa canzone.

不知道你们是不是跟我一样, 觉得爸爸总是好严肃、 好难跟他说心事。小时候, 每个周末,爸爸都会骑着车,带我到一个从来没去过的公园玩;但是不知道为什么,长大后,我们几乎不讲话了,爸爸从来没有称赞过我、我也从来没有说过:我爱他。但是幸好在爸爸走之前,我们都说出了心里话,我永远忘不了,某一天,当我要从医院病房离开前,爸爸突然叫住我,沉默了几秒,对我说:你······ 要加油喔。我点点头, 转身后眼泪再也停不了。后来我写了一首歌给爸爸,录下了demo,这样放给他听。

Non so se, come me, anche voi pensate che papà sia sempre severo e che sia difficile confidarsi con lui. Quando ero bambino, ogni fine settimana, papà mi portava in moto in un nuovo parco a giocare. Non so perché, ma quando sono cresciuto, abbiamo quasi smesso di parlarci. Papà non mi elogiava mai e io non gli dicevo mai che gli volevo bene. Fortunatamente, prima che papà se ne andasse, siamo riusciti a parlarci con il cuore. Non dimenticherò mai quel giorno: prima di lasciare il reparto dell’ospedale, all’improvviso papà mi chiamò indietro, rimase per un po’ in silenzio e poi disse: «Devi farti forza…» Annuii, mi girai e le lacrime scesero senza sosta. In seguito scrissi una canzone a papà e ne registrai una demo per fargliela ascoltare.

小时候我们的城市像郊外
我们的脚步很轻快
那时天空很蓝
心很小 路很宽
长大后
我们的存在像尘埃
我们的距离被拉开
有时相处很难
想很多 话很短

我要爬上你的肩膀
我要眺望你的远窗
我忘了问什么样的倔强
让我们不说一句真心话
我要长成你的翅膀
我要拂去你的沧桑
我忘了说
心里面的愿望
始终是要你的肯定啊
从你温柔眼眶 绽放

我相信今天他一定装上了翅膀
来到现场听我唱歌。

这时候 我们的心变得柔软
放下了父子的身段
知道时间太晚
不要躲
不要散

我要爬上你的肩膀
我要眺望你的远窗
我忘了问什么样的倔强
让我们不说一句真心话
我要长成你的翅膀
我要拂去你的沧桑
我忘了说
当我仔细回想
脑海最珍贵的一幅画
是你载着我 叮咛我
要我抓牢你身旁
安心在你背后飞翔
记忆中 我们的一切
随着你老去的脸
成为永远

Da bambini la città sembrava un sobborgo
i nostri passi erano leggeri,
il cielo era blu,
il cuore piccolo e le strade ampie.
Quando siamo cresciuti
la nostra esistenza sembrava polvere.
Ci siamo distanziati maggiormente
alcune volte convivere era difficile
troppi i pensieri e troppo pochi i dialoghi.

Avrei voluto arrampicarmi sulle tue spalle
e scrutare le tue lontane finestre.
Ho dimenticato di chiedere quale ostinazione
ci ha impedito di parlarci col cuore.
Avrei voluto trasformarmi nelle tue ali,
avrei voluto allontanare le tue sventure.
Ho dimenticato di rivelare
i miei desideri profondi
ciò che volevo era la tua approvazione,
dalla dolce cornice tuo radioso sguardo.

Credo che lui oggi abbia indossato le ali
e sia giunto sul palco per sentirmi cantare.

Adesso i nostri cuori sono più leggeri
abbandoniamo i nostri ruoli di padre e figlio
so che oramai è troppo tardi
ma non dobbiamo nasconderci
e non dobbiamo dividerci.

Avrei voluto arrampicarmi sulle tue spalle
e scrutare le tue finestre lontane.
Ho dimenticato di chiedere quale ostinazione
ci ha impedito di parlarci col cuore.
Avrei voluto trasformarmi nelle tue ali,
avrei voluto allontanare le tue sventure.
Ho dimenticato di dire
che quando ci penso attentamente
l’immagine più preziosa nella mia mente
sei tu che mi incoraggi e mi sostieni.
Volevi che mi aggrappassi forte ai tuoi fianchi
per volare sicuro dietro di te.
Nella memoria, tutto ciò che è nostro,
assieme al tuo viso invecchiato,
diventa eterno.


Traduzione di
Monique Namie


In viaggio la notte

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La notte, lungo questa strada senza fine
essenze di concerti e uomini d’affari,
mentre l’auto scivola veloce
seguendo geometrie di segnali
con le gocce di pioggia sul parabrezza.

Scivoliamo sulla notte e sul tempo
in uno spazio senza ossigeno,
avvolti in un abbraccio di benzina e fumo:
percorriamo sentieri dalle curvature perfette
e respiriamo ancora l’inebriante profumo
di luci intermittenti nelle notti oscure.

Svegliarsi all’alba e scoprirsi innamorati
ci fa sentire come abbagliati
dalla luce dei fanali
che ci attraggono come falene la notte
in labirintici filamenti incandescenti.

Errare è lecito negli incroci più bui,
ma incontreremo sguardi di stelle
e ci tenderanno mani gentili per superare
distese impervie di fiumi d’asfalto
verso città storiche irradiate a festa.

Lungo la nostra amata contrada,
fragranza di casa in luoghi sconosciuti,
mentre l’auto plana sicura su sentieri isolati
scavando solchi come binari paralleli:
le sole prove del nostro effimero passaggio.


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“In viaggio la notte” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


L’universo in casa

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I corridoi di questa casa
sono gli argini d’un fiume
e il pavimento verde, un tappeto
che sa di pioggia e nebbia.
Dal caminetto escono farfalle
sgargianti come fuochi la notte.
Nella vecchia TV in bianco e nero
s’è costruito la tana un topolino.
Mazzi di rose e ceste di frutta
come quadri di natura morta
dalle essenze intense di sole e sale.
E il vento culla gli alberi nel giardino,
mentre dall’altra parte del mondo
un tornado li abbatte violento.

Sembra esserci l’universo intero
dentro i vasi di fiori sul davanzale.
Le finestre, come grandi occhi
di questa modesta residenza,
universi bui di freddo ghiaccio
in cui la vita sboccia lo stesso.
L’amore non teme di stare all’addiaccio.


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“L’universo in casa” di Monique Namie
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Rondine 燕子 (canzone folk)

Si tratta di una canzone folcloristica tipica della minoranza etnica cosacca residente nella regione cinese dello Xinjiang. Ho notato che se ne trovano parecchie versioni, alcune delle quali prevedono anche la modifica di una parte del testo. La prima che mi è capitato di ascoltare, ai tempi della scuola superiore, è quella che propongo in video, con la voce di Huang Can (黄灿). All’inizio del secondo minuto si può sentire il suono di uno strumento tipico cinese, l’Erhu (二胡).
Il testo è abbastanza semplice e ripetitivo. I caratteri scelti creano una musicalità che nella traduzione in italiano purtroppo viene persa.

燕子啊
听我唱个我心爱的燕子歌
亲爱的听我对你说一说燕子啊

燕子啊
你的性情愉快亲切又活泼
你的微笑好像星星在闪烁

啊······眉毛弯弯眼睛亮
脖子匀匀头发长
是我的姑娘燕子啊

燕子啊
不要忘了你的诺言变了心
我是你的你是我的燕子啊

Ah rondine,
ascoltami cantare la canzone della mia amata rondine.
Ascoltami mentre ti parlo, cara rondine.

Ah rondine,
il tuo carattere allegro, affettuoso e vivace,
il tuo sorriso sembra una stella che brilla.

Ah… le sopracciglia curve, gli occhi luminosi,
il collo uniforme, i lunghi capelli.
Sei la mia ragazza,  oh rondine.

Ah rondine,
non dimenticare la tua promessa di cambiare idea.
Sono tua, sei la mia rondine!


Traduzione di
Monique Namie



Alberi di seta

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Stesi su mosaici di fiori,
a guardare soffitti di stelle,
stanno gli alberi di seta persiana[1]
con le cortecce profumate;
si scambiano pensieri
al ritmo del vento,
e l’uomo passa loro accanto
senza vedere,
senza fermarsi ad ascoltare…


N.d.A.: 1- Alberi di seta persiana, è una storpiatura voluta di uno dei nomi più comuni con cui è conosciuta l’Albizia Julibrissin, ovvero Albero della seta persiano. Una volta io ne avevo tre nel giardino di casa e li chiamavo “ciuffi rosa”.
Possibile chiave di lettura: il fatto che gli alberi siano stesi lascia presupporre che siano stati tagliati, ecco spiegata anche l’indifferenza dell’uomo che gli passa accanto con indifferenza.


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Il sentiero per il tempio

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Il sentiero per raggiungere il tempio pagano è tortuoso. Non è la prima volta che ci vado. Anche se mi è stato proibito esplicitamente di tornarci, è più forte di me. Io devo sapere, voglio ampliare le mie conoscenze e non posso permettere che qualcun altro scelga per me, togliendomi la libertà.
Adesso, alla faccia di chi mi aveva raccomandato di starne alla larga, sto percorrendo nuovamente il solito sentiero di terra battuta. Mi piace la sensazione che mi regala la vista di quel suo colore intenso, quasi tendente al rosso. Solo lì la terra ha quella tonalità. Sembra di stare in un ambiente esotico, lontano. Riconosco ogni curva del tracciato, ogni ruscello che lo attraversa, ogni albero che si sporge curioso da qualche isoletta in mezzo all’acqua. Sì, il percorso si trova proprio in mezzo a un territorio paludoso. Ogni tanto un fiumiciattolo attraversa la zona praticabile. Proprio ora ne scorgo uno davanti a me. L’acqua ha scavato un alveo che deforma il sentiero, ma qualcuno ha disposto dei grossi sassi a distanza regolare che fungono da passerella. Sono pietre bianche e larghe che conferiscono un senso di stabilità e sicurezza.
Qualcuno potrebbe pensare che questa strada, questo collegamento tra la civiltà e il tempio, sia disagevole. Forse lo è davvero. Nessun tipo di mezzo di trasporto può passare, perché resterebbe bloccato. L’unica soluzione è andarci a piedi, come in un pellegrinaggio.
Oggi il sole non è bruciante come al solito. Quando raggiungo la mia destinazione, mi accorgo di un fronte nuvoloso in rapido avvicinamento dai monti a nord. Si è alzato anche un venticello fresco che porta sollievo. Le foglie degli alberi sono agitate e, forse per questo, anch’io inizio a sentirmi un po’ inquieta.
Il tempio è un edificio ocra a più piani che ricorda l’architettura indiana. Faccio visita al cimitero vicino, disposto sotto a una grotta naturale: le lapidi sembrano scavate direttamente nella roccia del suolo e sono coperte da un velo di muschio che le fa apparire vecchissime. Dopo aver salutato alcune persone, mi metto in cammino per il viaggio di ritorno. Le nubi hanno ormai ammantato tutto il cielo. In montagna sta già piovendo. L’acqua della palude inizia a salire, i fiumi si gonfiano e perdono la loro forma originaria. La natura si sta divertendo a rimodellare tutto ciò che c’è attorno. Sul sentiero del ritorno non vedo più la passerella creata con i confortanti massi bianchi. Sulla terra rossa, il fluire agitato dell’acqua ha formato delle piccole isolette grandi pochi centimetri. Mi sento come un gigante in mezzo al delta di un fiume.
Anche se il territorio sta mutando ed è difficile trovare punti di riferimento, sono quasi certa che la strada del ritorno sia giusta. Attraverso, dunque, il letto del fiumiciattolo che ho davanti, inzuppandomi e sporcandomi le scarpe di fango. Proseguendo, arrivo accanto a una recinzione composta da una bassa mura che non avevo mai notato prima. Ciò mi fa temere di essermi persa. L’acqua intanto continua a salire e ora mi arriva già a metà gamba. Tolgo il cellulare dalla tasca dei pantaloni per metterlo su quella più alta della giacca. Tuttavia, qualche istante dopo, un passo falso mi fa finire dentro a una profonda buca sommersa. Ora ho letteralmente l’acqua alla gola. È un liquido scuro e fangoso che mette angoscia. Prendo il cellulare fradicio e lo sollevo fuori dall’acqua lasciandolo sgocciolare. Dalla luce emanata dallo schermo si direbbe ancora funzionante e penso che non ho nulla di cui preoccuparmi, perché tanto il Nokia è indistruttibile.


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“Il sentiero per il tempio” di Monique Namie
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Ho guardato il vuoto

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Ho guardato il cielo la notte
misurando la distanza tra le stelle
e ci ho visto mondi senza confini,
spirali di plasma e materia oscura.

Ho lasciato in sospeso le mie frasi,
le emozioni incomprese in stasi,
che il cielo più vuoto è un magnete:
istiga la ricerca di cose meno concrete.

Guardando oltre mi sono imbattuta
in un demone un po’ disperato
che voleva il suo cuore riscaldato.
Ho guardato nei suoi occhi
e ci ho visto il vuoto.
Anche il Fato lo dava per spacciato
quando decisi che l’avrei salvato.

E ora?
Tanto vale che mi stenda sul prato
e osservi le stagioni passare piano
come pietra immortale sul suolo arcano.


N.d.A.: Una poesia scritta nel 2016 in un periodo un po’ turbolento. Nel testo, tra immagini fantascientifiche, si può cogliere una certa malinconia oltre che una sensazione di vuoto e solitudine provata osservando l’immensità.


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“Ho guardato il vuoto” di Monique Namie
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Vita perfetta 完美生活 (di Xu Wei)

Questa canzone del 2002 è stata scritta e composta da Xu Wei (许巍) e fa parte dell’album Through the Time (时光-漫步). Le canzoni contenute in questo terzo album dell’autore ruotano attorno a temi quali la trascorsa solitudine e la transizione dalla tristezza alla luce.

青春的岁月
我们身不由己
只因这胸中
燃烧的梦想
青春的岁月
放浪的生涯
就任这时光
奔腾如流水

体会这狂野
体会孤独
体会这欢乐
爱恨离别
体会这狂野
体会孤独
这是我的完美生活
也是你的完美生活

我多想看到你
那依旧灿烂的笑容
再一次释放自己
胸中那灿烂的情感
我多想告诉你
那依旧灿烂的笑容
再一次释放自己

Gli anni della giovinezza
erano fuori dal nostro controllo
e tutto perché avevamo nel petto
dei sogni incandescenti.
Gli anni della giovinezza,
la vita sregolata:
lascia fluire questi momenti
come acqua impetuosa.

Vivi questa pazzia,
vivi la solitudine,
vivi questa gioia,
l’amore, l’odio, il distacco.
Vivi questa pazzia,
vivi la solitudine.
Questa è la mia vita perfetta
ed è anche la tua vita perfetta.

Ho desiderato tanto vederti
quel sorriso luminoso come allora
sciogliti ancora una volta
quella splendida emozione nel cuore
ho desiderato tanto dirtelo
quel sorriso luminoso come allora
sciogliti ancora una volta.


Traduzione di
Monique Namie

Novilunio – Frizt Leiber

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Novilunio è il primo libro di genere apocalittico che io abbia letto, e come tale occupa un posto importante nella mia libreria. Durante il periodo in cui lo stavo leggendo, i miei sogni sono stati influenzati. Vedevo tsunami abbattersi contro edifici e maree, lente ma inesorabili, che costringevano la popolazione alla fuga. Direi che questa la si può considerare come la prova del fatto che il libro mi ha colpito molto.
Il racconto inizia in modo tranquillo e si trasforma via via in qualcosa di abbastanza movimentato. Ciò che più apprezzo delle atmosfere apocalittiche forse è proprio il senso di caos e incertezza che portano con sé. Le persone, che fino a poco prima vivevano la loro tranquilla esistenza, si trovano sbalzate in una nuova, sconvolgente realtà.
Testimoni di ciò che sta accadendo sul pianeta Terra (e sopra le loro teste) sono molteplici personaggi provenienti da diverse aree geografiche. L’autore si focalizza di volta in volta su uno o sull’altro individuo, catturando reazioni diverse da più prospettive. Nonostante la presenza di un numero elevato di figure, che con le loro storie personali rischiano di rendere la trama spezzettata, in generale ho trovato il racconto chiaro e avvincente.
In questo libro, Leiber tratta il tema della relazione tra umano e mito e, facendo ciò, pone in rilievo un inquietante interrogativo: se nell’universo esistessero civiltà più evolute di quella umana, come si comporterebbero con noi? Ci considererebbero come bambini da difendere e istruire, o come insetti da schiacciare? Riguardo a ciò, riporto una considerazione piuttosto negativa che si legge verso l’inizio del racconto: “So bene che alcuni, tra voi, pensano che delle razze progredite ci amerebbero e ci aiuterebbero in ogni modo, ma io giudico l’atteggiamento di razze più avanzate nei confronti dell’uomo sulla base dell’atteggiamento umano nei confronti delle formiche. Su questa base, posso dirvi una sola cosa: ci sono i demoni là fuori, nelle immensità stellate. I demoni!”
Nell’introduzione di Giuseppe Lippi si legge che il romanzo ha tre anime distinte: apocalittica, minimalista e cosmica (quest’ultima suddivisa a sua volta in commedia e weird). Di queste posso dire di aver apprezzato moltissimo la parte apocalittica, in cui vengono spiegati, con una certa precisione scientifica, tutti i fenomeni (terremoti, lunamoti, maree, ecc). Così, oltre ad assistere a una buona dose di catastrofi, si ha anche modo di imparare qualcosa di vero sulle loro dinamiche.
Ho trovato molto affascinante anche il momento in cui l’aliena, Tirgerishka, racconta a Paul, protagonista del momento, le sue conoscenze riguardo l’immensità dell’universo. Le motivazioni che la creatura aliena fornisce, per giustificare le azioni della sua razza, appaiono animate da sentimenti profondi: “Noi vogliamo viaggiare con maggiore efficacia nel tempo. Non solo per osservare, ma per cambiare il passato, renderlo più pieno, ridare vita agli innumerevoli morti, vivere  in una dozzina – o in un centinaio – di presenti, e  non in uno soltanto, risalire all’inizio e ricostruire”.


Licenza Creative Commons Questo articolo di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.