A chat with Monique

Monique, tell us a little about yourself.

I graduated on Language, culture and society of Asia and Mediterranean Africa in 2015 at Ca’Foscari University of Venice. First language Chinese, second one Japanese.
I’m fond about astronomy and mysteries. When I was a child I used to dream about being an astronaut. No wonder my favorite genre is science fiction.
I had the pleasure of seeing some of my writings winners or finalists of national literary competitions. This gave me a lot of satisfaction.

When did you start writing?

It depends on the genre. I started writing the first poems when I was about twelve. The first complex short stories arrived a few years later and they fell within the fantasy genre. The passion for science fiction came later. Everything started with an evolutionary path that saw me constantly searching for ever more elements that could be connected to reality. Science fiction, in my opinion, is exaggerated science and therefore very close to reality.
I write because I find it easier to express myself in this way, rather than speaking. Through writing I can learn to know myself better and travel simply sitting behind the desk. Writing is magic and fulfillment.

Recognitions & publications:

    1. July 2017: publication of my first book on Amazon. It contains short stories and poems selected from those published in the blog from February to July. Not yet translated into English.
    2. April 2016: fifth classified at the national writing competition “La parola alle donne – Le donne che si informano“.
    3. July 2010: finalist to the national creative writing competition “Scrivoanchio.it”, and publication of my short story in an anthology.

You can contact me at: sci4universe@gmail.com


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Everest (film 2015)


È il mese di maggio del 1996 e numerose spedizioni commerciali attendono nel campo base di poter raggiungere la vetta del monte più alto del mondo. I gruppi sono composti da gente impreparata che ha pagato per avere la guida di alpinisti esperti – come Rob Hall e Scott Fischer – e mettere piede in cima. A causa di una sfortunata combinazione di più eventi, la spedizione si conclude tragicamente con la morte di otto persone.


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Il film narra le vicende realmente accadute durante la disastrosa spedizione del 1996 sul monte Everest. All’inizio parte quella che è la soundtrack che mi ha colpito di più, “The Call”. Quando ho rivisto il lungometraggio per la seconda volta, sentire questa melodia mi ha messo addirittura i brividi. Secondo me esprime perfettamente vari concetti: l’immensità della natura, la desolazione dei ghiacci, la fragilità dell’uomo e al contempo la forza d’animo che lo spinge a compiere imprese al limite dell’impossibile.

L’Everest se ne sta lì, gelido e immobile. È un gigante eterno che sfida l’uomo con la sua sola presenza. A un’altezza superiore agli 8.800 metri, il clima è talmente inospitale che potrebbe essere quello di un ambiente alieno, e forse è proprio per questo che alimenta i sogni degli animi più avventurosi. C’è chi vuole raggiungere la vetta per collezionare una nuova meta, chi lo fa per essere d’ispirazione per gli altri, chi per sconfiggere la depressione di una vita insoddisfacente. Qualunque sia il motivo che spinge una persona a un’impresa tanto ardua, non si può non ammirare e sostenere un coraggio che ha in sé qualcosa di poetico. Ma all’Everest non importa nulla delle passioni umane, non conosce amore o romanticismo e non riserva pietà per nessuno. Succede, così, che la scarsa preparazione dei gruppi e l’organizzazione poco accurata fanno ritardare l’ascesa. Oltre alle già numerose difficoltà (come problemi con le bombole di ossigeno) il destino viene segnato definitivamente dall’arrivo di un’improvvisa tempesta.
Durante il film non ci sono grandi momenti di suspense. Si sa già come andrà a finire e quindi il tutto appare come un diario, una pagina di giornale o un documentario, ma non per questo è meno commuovente. I personaggi che più mi sono rimasti dentro sono: Rob Hall, che ha una moglie a casa che lo aspetta e una bimba che vorrebbe veder nascere; Yasuku Namba, che giunta in cima ringrazia; Beck Weathers, che era stato dato per spacciato, ma incredibilmente si risolleva dalla neve e si trascina da solo fino al campo.
Un film che consiglio soprattutto agli amanti dei film drammatici basati su fatti realmente accaduti.


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Sapori perduti

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Mi ricordi i temporali estivi
che portano sollievo e scompiglio.
C’è una margherita
impigliata fra le tue labbra
e sul tuo volto posso percepire
segreti speziati
che non dovresti rivelare mai.

Fumo d’incenso e aroma di fragole
sulle tue ciglia al caramello,
e filamenti di cioccolato
che s’imprimono nell’aria
come il velo di una vedova-fantasma.

E le tue mani di panna…
Le fermo appena in tempo
per immergerle in vasche dorate
ricolme d’amaretto e ciliegia:
indossi proprio strani sapori, sai?

Fammi assaggiare ancora un sorso
di quel gelato al caffè che hai sugli occhi
e tieni strette le nostre illusioni
fino a spezzare le catene di spumiglia che vesto.
Il nostro tempo scivola come miele
dall’aroma di città di mare sotto al sole
dove le onde sono una danza.

Rubo qualche biscotto raffermo
e tutti quei fiammiferi incendiati
nascosti nel tuo mantello magico
per convincermi che domani tornerai.

È questo il sapore dell’addio?
Mi ricorda un forziere del tesoro sepolto
sotto la luna d’un mondo sconosciuto.
Ma continui ad esistere anche nel vuoto
e c’è qualcosa di commuovente
nel tuo sorriso ormai lontano.
Se cercherai un riparo,
potrei essere io il tuo rifugio.


N.d.A
Una poesia del 2015 che probabilmente si discosta un po’ da quello che di solito tendo a scrivere. Sono presenti, infatti, molti riferimenti alimentari al posto delle più ricorrenti immagini sci-fi.


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“Sapori perduti” di Monique Namie
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Viaggio di studio

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Il nostro albergo era situato vicino alla spiaggia, così potevamo procurarci facilmente i campioni d’acqua da analizzare. La porzione di mare davanti all’albergo era uno schifo, quindi normalmente ci si spostava con le provette oltre la scogliera.
Eravamo lì da circa una settimana e non mi ero ancora del tutto abituata alla stranezza di quel tratto di mare. Davanti all’albergo l’acqua era torbida e piena d’alghe. Scavalcata la scogliera sembrava quasi di essere arrivati in un paradiso tropicale. Forse, senza accorgercene, attraversavamo un portale invisibile che conduceva dall’altra parte del mondo. Il mare là era tanto trasparente che si potevano vedere le conchiglie sul fondo, sulla superficie galleggiavano petali di fiori colorati e nell’aria si levava profumo di agrumi.

Il laboratorio in cui analizzavamo i campioni d’acqua era un luogo particolare ma accogliente. C’era un lungo tavolo in acciaio accostato alla parete da un lato. In fondo alla stanza appesa al muro c’era una lavagna bianca in cui il professore era solito scrivere qualche formula chimica. Tutto attorno erano disposti i macchinari per le analisi e nell’angolo più lontano, appesa alla parete c’era una bacheca quadrata con dei telefoni neri. Gli apparecchi erano funzionanti, ma non riuscivo a capire a che cosa servissero in un laboratorio di analisi dell’acqua. Anche loro, tuttavia, erano diventati una presenza fondamentale per rendere quel posto speciale.

Il giorno del ritorno a casa, un autobus a due piani ci aspettava nel parcheggio dell’albergo e io sentivo già che quei luoghi mi sarebbero mancati.
Dopo appena qualche chilometro di strada, il mezzo si fermò davanti a un supermercato. Il professore disse che chi voleva scendere a comprare qualcosa poteva farlo, ma doveva sbrigarsi. Il pullman, infatti, sarebbe ripartito tra una decina di minuti.
Zaino in spalla, scesi seguendo una mia compagna di classe fino al reparto alimentari. Il supermercato non era molto grande: aveva appena qualche fila di scaffali. L’idea era quella di comprare qualche stuzzichino da sgranocchiare durante il ritorno. Scelsi cracker al mais, barrette ai cereali e ovetti al cioccolato. Nei primi due era scritto a chiare lettere che non era stato usato l’olio di palma, ma non riuscivo a trova la scritta con gli ingredienti del terzo pacchetto. Poiché avevo già perso troppo tempo, decisi di controllare mentre andavo alla cassa. Se, una volta arrivata, non avessi trovato nessuna informazione avrei acquistato solo i cracker e le barrette. Così fu. Depositai sul nastro scorrevole solo due prodotti. La cassiera – che aveva l’aspetto di una strega delle favole con l’aggiunta di trucco e permanente –  sollevò con molta calma lo sguardo su di me.
«Spesa da duecento euro eh? Potevi comprare anche qualcosa in più.»
Per un attimo restai interdetta, poi risposi con le prime parole che mi vennero in mente: «Sono in gita scolastica, mi servono solo poche cose e ho fretta.»
Alla cassiera-strega parve non importare e con la solita estrema calma scansionò i prezzi dei due prodotti. Aspettai che mi dicesse il totale, invece frugò nella cassa e mi porse una manciata di monete. “Ma che fa? Mi dà il resto prima che paghi?”, pensai.
Tolsi lo zaino dalle spalle, lo aprii e presi il portafoglio. «Vanno bene cinque euro?»
Con tutto il resto che mi aveva dato, la differenza probabilmente sarebbe stata comunque di appena qualche centesimo. L’altra annuì, prese la banconota e non mi diede nemmeno lo scontrino. Non stetti lì a discutere perché avevo già perso troppo tempo. Presi i prodotti in mano e come mi girai finii addosso alla lunghissima fila di persone che stava aspettando alla cassa vicina. Chiesi scusa e con un po’ di fatica riuscii a farmi strada e a raggiungere l’uscita. Davanti alle porte automatiche ebbi la sensazione di aver dimenticato qualcosa: lo zaino! Lo avevo lasciato davanti alla cassa. Tornai in dietro, ma quando arrivai non c’è già più. Così raggiunsi sconsolata il parecchio e proprio lì vidi il mio zaino in mano a un gruppo di ragazzi esaltati. Riuscii a farmelo restituire senza difficoltà: tanto i soldi li avevano già presi e fatti sparire. Pazienza, non ci tenevo a vedermi un coltello puntato contro. Ma il peggio doveva ancora arrivare: l’autobus era partito senza di me.

Macinai a piedi i pochi chilometri che mi separavano da quello che era stato per circa una settimana il nostro alloggio. Entrai nel laboratorio, che ora sembrava diventato la hall dell’albergo, e iniziai a utilizzare i vari telefoni appesi al muro per cercare di contattare qualcuno. Sembrava che tutti avessero il cellulare spento. Verso sera riuscii a contattare una mia compagna di classe. «Sei diventata un mito», mi disse lei in tono allegro e spensierato. «Hai fatto impazzire il professore.» In sottofondo si sentivano delle risate e la voce arrabbiata di un uomo.


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Quella voce attraverso il tempo (parte II)

Parte I

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Agosto.
Non conosco il suo nome, non so quasi nulla su di lui, eppure ho iniziato a provare qualcosa nei confronti della sua voce. Non riesco più a immaginare le mie giornate senza le sue telefonate. Trovo tutto ciò sconvolgente, perché fuori dalla realtà e fuori dal buon senso. Trovo la cosa ancora più assurda se mi fermo a pensare che le voci delle persone cambiano con il tempo a seconda dell’età. Amo qualcosa che al momento non esiste più e che ha avuto una durata più breve della vita media di una persona.
Non so se ringraziare le leggi della fisica per il dono che mi stanno facendo, o se ridere di me stessa per l’assurdità delle emozioni che provo.
Certe volte mi siedo per terra ad aspettare che l’apparecchio si metta a suonare. Sul pavimento, a gambe incrociate, l’attesa è una dolcissima tortura. L’incertezza è come un masso di diverse tonnellate sostenuto da un sottile filo sopra la mia testa. Potrebbe cedere da un momento all’altro, ma qualcosa mi impedisce di andarmene. Il mio futuro dipende solamente dalla resistenza di quella fine cordicella che è la speranza.

Ogni volta che il telefono suona, un po’ della polvere che gli si è posata sopra durante la mia assenza scivola giù, ed è una slavina vista con gli occhi di un gigante.
Quando alla fine della chiacchierata riattacco la cornetta, la mente del ragazzo che sta dall’altra parte si azzera. Ricominciamo sempre da capo e ogni volta ritroviamo una sintonia familiare, come due persone che si conoscono da molto tempo.
Ci penso spesso: potrei dirgli qualsiasi cosa e alla fine sarebbe come se non gliel’avessi mai detta. Penso che potrei raccontargli di quanto amo la sua voce. La mia dichiarazione finirebbe comunque persa nel vento che ulula tra le fenditure delle pareti, fra le crepe del soffitto al piano superiore.
Anche se sono cresciuta con questo dono, dopo tanti anni non ho ancora capito come una cosa del genere sia possibile; non mi è chiaro nemmeno il motivo per cui certe manifestazioni del passato sostino più a lungo nelle mie percezioni, mentre altre svaniscano in breve. Temo che questo dubbio rimarrà irrisolto, a meno che, in futuro, io non decida di consegnarmi nelle mani della scienza.

Un giorno, dopo aver risposto al telefono con la solita parola d’ordine, ho osato chiedere che anno fosse. Per qualche secondo dall’altra parte della cornetta si è protratto il silenzio, tanto che pensavo fosse caduta la linea.
«È il 10 agosto 1942… », rispose infine un po’ esitante.
«Pazzesco!»
Lo sentii ridere. «Cos’è, uno scherzo?»
Per un attimo l’ho visto nella mia mente, l’immagine era arrivata da lontano come il flash di una saetta che illumina la notte. Capelli castani, occhi scuri e profondi arricciati da un lieve sorriso, un filo di barba a incorniciare un viso pulito e giovane. Ovviamente non sapevo se fosse veramente così, ma qualcosa mi suggeriva che il suo aspetto fosse abbastanza simile a quello che la mia mente aveva elaborato.
Prima che potessi dire qualsiasi altra cosa, il ragazzo parlò di nuovo: «Il mese prossimo è il mio compleanno. Compio ventitré anni.»
«Io ho un anno più di te», dissi infine, consapevole della contraddittorietà di quanto stavo affermando. Formulai mentalmente un veloce calcolo: se era ancora vivo, ora doveva avere quasi cent’anni.
Mi ero affezionata a una persona intrappolata in una parentesi temporale, un ragazzo che continuava a far squillare il telefono nonostante il cavo sfilacciato che non ospitava più nemmeno un watt di elettricità, un ragazzo che adesso forse non esisteva già più. Penso fu dopo quel pensiero che iniziai a desiderare che qualcosa di lui fosse sopravvissuto e avesse attraversato la storia fino a raggiungermi.

La seconda settimana di agosto, realizzai che un collegamento vocale verso una linea temporale passata mi importava molto di più di una relazione reale nel presente.
Ho fatto credere al mio datore di lavoro di essere malata, così, invece di fare la segretaria, ho momentaneamente preso i panni della detective. Ho aperto il portatile e mi sono messa a fare una ricerca negli archivi storici del catasto. Con una buona dose di fortuna, verso sera ho trovato ciò che cercavo. Tramite una serie di ricerche su città storiche italiane abbandonate, sono risalita al nome di Aurivo. Riconobbi il posto da una foto datata 1940. Si trattava di un comune fondato dal paladino Nobile Aurivo nel 1867, prima designato Borgo Lorus. Questa informazione era accompagnata da alcuni articoli: in uno si leggeva che il comune era stato teatro di un violento rastrellamento in epoca nazista: precisamente nel mese di agosto del 1942. C’era persino una lista di persone che avevano perso la vita durante il tragico evento. La stampai e studiai i nomi, ma ovviamente nessuno mi era familiare.
Per tutto questo tempo, io e il ragazzo del telefono, non ci eravamo mai presentati come si deve. Nella mia testa, in realtà, lui si chiamava Tell. Nome che probabilmente il mio subconscio gli aveva affibbiato pensando al telefono che ci metteva in contatto. Mi era sempre piaciuto dare un nome alle persone sconosciute che incontravo per strada, quelle che sapevo che non avrei rivisto più, e così avevo fatto anche con Tell.

Nei giorni seguenti mi recai sul posto quotidianamente, ma il telefono non squillò. Stavo iniziando a pensare al peggio, quando finalmente, dopo una lunghissima settimana di silenzio, il trillo del vecchio apparecchio telefonico mi ridestò al torpore.
Il suono del telefono in quel momento sembrò diverso, carico dell’ansia e del tormento che avevo dentro. Ci misi una manciata di secondi a raggiungere e sollevare la cornetta per rispondere. Avevo preso l’abitudine di gironzolare nei paraggi del numero civico 99 e, in quel momento, ero proprio sul selciato all’esterno dell’abitazione.
«Grazie a Dio hai telefonato!», esordii senza dargli il tempo di porre la solita domanda. «Ho bisogno di sapere subito il tuo nome.»
«Devo aver sbagliato numero…», disse lui dopo un attimo di titubanza. E certo, una pazza estranea che ti si rivolge in quel modo avrebbe spaventato chiunque. Mi maledissi e cercai subito una soluzione per non farlo fuggire ed eventualmente ottenere il suo nome.
Mi schiarii la voce. «Qui c’è il sole, il numero è giusto, solo che in questo momento sono occupata. Se mi lasci il nome e il numero, ti richiamo.»
Esitò qualche attimo e poi mi rispose: «Capisco. Sono Piergiorgio e questo è il mio numero…»
Mentre lui mi forniva le cifre, io controllavo i nomi sull’elenco che avevo portato con me. C’era un Piergiorgio alla quarta riga della lista. Sentii il panico crescere.
«Bene, mi sono appena liberata da quell’impegno», lo interruppi. «Ascoltami, quello che sto per dirti ti sembrerà insensato, ma devi lasciare il paese immediatamente! Mi hai capito?»
«Perché dovrei farlo?»
«Perché ci sarà un rastrellamento…»
«Shhh! Sei pazza! Se è uno scherzo non è divertente», mi bloccò.
Rimasi per un attimo interdetta. Perché non voleva che parlassi di rastrellamenti? Temeva forse che potessero rintracciare la chiamata? Non mi risultava che al tempo ci fosse la tecnologia necessaria per compiere intercettazioni telefoniche, ma potevo anche sbagliarmi: non sono una storica.
Tralasciai quelle riflessioni e ripresi a parlare con fervore: «Non è uno scherzo! E anche se lo fosse, che cosa ti costa darmi ascolto? Sei in pericolo! Ti devi fidare di me.»
Seguì il silenzio. Credo di non aver mai udito una quiete più desolata e profonda di quella. Né un sospiro, né un fruscio o un borbottio. Nulla. E poi Piergiorgio-Tell riattaccò.

Settembre.
Le foglie degli alberi stanno ingiallendo. La prateria dei Lamberti sembra più ampia, ora che la città fantasma è scomparsa. Non c’è più nessun telefono che squilla, ma solo campi lasciati incolti, una fila alberi secolari che segnano un vecchio confine e il solito fiumiciattolo serpeggiante. Quella voce attraverso il tempo sembra un ricordo lontano, la voce di un fantasma che continua a vivere da qualche parte nel passato.

Fine.


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Quella voce attraverso il tempo (parte I)

Nota:
I nomi di luoghi e di persone presenti nel testo sono esclusivamente frutto della fantasia.


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Un telefono squilla con insistenza e non c’è nessuno nei dintorni che possa sollevare la cornetta. Il suo trillo acuto si spande negli ambienti di una casa diroccata: attraversa la sala da pranzo, con le sedie di legno intagliato rovesciate sul pavimento, giunge nella camera da letto dalle pareti ammuffite e, accarezzando la ruggine delle imposte, si riversa all’esterno.


Luglio.
Un suono antico di campane proveniente dalla campagna ha catturato la mia attenzione. Arrivava da ovest, in corrispondenza del sole morente. Ma in quella direzione non c’erano chiese e nessuno oltre a me sentiva i rintocchi. Fu così che, spinta dalla curiosità, scoprii l’esistenza di un paese fantasma che potevo vedere solo io.

Il paese misterioso si trova a circa due chilometri da casa mia. Lo si può raggiungere seguendo per un tratto il fiumiciattolo serpeggiante che si immette nella prateria dei Lamberti. Dopodiché, facendo attenzione che questi non se ne accorgano, si deve tagliare in diagonale uno dei loro appezzamenti di terreno. Ad un tratto, oltre una fila alberi secolari piantati per segnalare un vecchio confine, si scorgono le prime abitazioni diroccate.
Le case sono tutte in legno: cadenti catapecchie dalle travi scrostate, tenute assieme da una manciata di chiodi corrosi dalla ruggine. Sopra l’entrata di ogni abitazione c’è un numero civico disegnato sullo stipite della porta. I colori sono sbiaditi, sembrano coperti da un velo opaco. In passato, probabilmente, erano tinte sgargianti, ma oggi di quella pigmentazione è rimasto solo un vago ricordo. Al tempo piace fare razzia delle cose. A lui piace appropriarsi indebitamente dei dettagli del mondo, ma non lo ammetterebbe mai. No, lui si definisce un collezionista, mica un ladro.

Da quando l’ho scoperto, mi reco spesso in quel luogo. È comparso magicamente proprio in un periodo della mia vita in cui avrei voluto fuggire da tutto e da tutti.
Nessuno può trovarmi lì, perché è un luogo imprigionato in una bolla temporale. I comuni mortali non percepiscono ciò che si muove eternamente nella dimensione del tempo. E io, lì dentro, posso smettere di esistere per un po’; smettere di essere la giovane segretaria dell’avvocato, smettere di indossare vestiti formali e tenere i capelli raccolti. Posso essere me stessa e ribellarmi alle convenzioni della società.

Lungo le vie di quel paese è un po’ tutto nel caos, ma l’atmosfera è piacevole. A tratti si respira l’odore di cose vecchie e consumate dal tempo, a tratti profumo di fiori selvatici e camomilla. Mi ricorda un po’ le mie escursioni ai mercatini dell’usato.
C’è una panchina infossata tra la vegetazione: su di essa ogni tanto rivedo le ombre di chi si sedeva ad aspettare e chiacchierare. Un paio di scarponi abbandonati sul secondo gradino di una scalinata sono rivestiti di muschio, ma se mi concentro li posso vedere indossati da un uomo brizzolato che si reca giornalmente dal panettiere in fondo alla via.
Non sono pazza, semplicemente all’età di tre anni, tre mesi e tre giorni di vita ho deciso di inserire per gioco l’uncinetto di mia madre nella presa della corrente del salotto. Ci avrei potuto rimanere secca, invece mi è andata bene, e da allora il presente si è mescolato al passato. Continuo a vedere cose che ora sono già polvere, oggetti e voci che non appartengono più al presente da qualche giorno o da qualche secolo. Quando da piccola raccontavo le mie visioni agli adulti, loro mi dicevano: “Hai proprio una bella fantasia”. Prima che iniziassero a considerarmi malata ho capito che era meglio tenere certe cose per me.
Di solito le mie visioni sono manifestazioni temporanee di breve durata: l’evento più lungo si è protratto per una decina di minuti. Dunque non mi so spiegare perché questo complesso di case sia così insistente: continua a stagliarsi in mezzo alla campagna, con la nebbia, con la pioggia, durante il giorno e nel cuore della notte. Potete immaginate la mia sorpresa quando sono tornata a passeggiare nel luogo e ho ritrovato la città fantasma, così come l’avevo lasciata l’ultima volta. I Lamberti sarebbero ammattiti se avessero saputo che i loro possedimenti confinavano con una cittadina oscura a misteriosa. Conoscendo il loro attaccamento morboso alla terra, non avrebbero dormito alla notte. Per loro fortuna non se ne sarebbero mai accorti.

Le residenze di questo particolare paese non sono tante. Il numero civico più alto che io abbia incontrato finora è il 100. Nella casa numero 99, l’unica con un portico e una sedia a dondolo costantemente mossa dal vento, c’è un telefono nero che ogni tanto suona. È uno di quei vecchi apparecchi con la cornetta e la ruota numerica; il cavo che lo collega alla linea elettrica è tagliato, mangiato dai topi, eppure lui continua a squillare, come se chi sta dall’altra parte riuscisse a creare un collegamento solo tramite la forza di volontà.
A telefonare è sempre il solito ragazzo dalla voce serena. Mi piace il tono che usa e sua calma nel parlare. È strano: ho la sensazione di conoscerlo da sempre.

Quando sollevo la cornetta, lui inizia sempre con la solita frase, senza nemmeno salutare: «Com’è il tempo? Qui sembra stia per venire la fine del mondo.»
La prima volta ho guardato fuori dalla finestra. Un riflesso condizionato. Sapevo che era una giornata soleggiata. Ero appena entrata in quella casa attirata dallo squillo del telefono e dovevo ancora abituarmi al buio degli interni polverosi. Gli risposi semplicemente «qui c’è il sole» e allo stesso tempo mi chiesi perché per lui fosse così importate.
Capii, giorni dopo, che la sua domanda sempre uguale richiedeva come risposta una parola d’ordine: una frase ben precisa che la prima volta avevo azzeccato per puro caso. «Qui c’è il sole.» Se c’era il sole potevamo parlare, se pioveva, se era nuvoloso ecc, lui riattaccava. Per parlargli anche durante le brutte giornate iniziai a mentire. Da quel momento in poi ci sarebbe stato sempre il sole.

Parte II


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Il ritorno

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Cade il sole
e sembra una brace sul mare.

Senza foglie, quel ramo di cielo
abbraccia un nido di rondini.

Tre secondi alla mezzanotte:
l’eternità condensata in un istante.

Si scioglie il ghiaccio dalla pietra;
si leva una mano dall’acqua.
Non ti preoccupare
ché il vento respira ancora
e all’alba tutto ritorna.


N.d.A.
Una poesia scritta nel 2015 composta a sua volta da quattro brevi poesie distinte (di cui tre formate da soli due versi) che infine decisi di riunire.


Licenza Creative Commons“Il ritorno” © Monique Namie
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The Comeback

The sun falls:
it looks like an ember on the sea.

Without leafs, that branch of sky
embrace a swallow’s nest.

Three seconds to midnight:
the eternity summarized in an instant.

Ice melts down from the rock,
an hand rises from the water.
Don’t worry,
cause the wind is still breathing
and everything returns at dawn.


AN: This poetry, written in 2015, is made up of four distinct brief poems (three of which are composed of only two verses) which I’ve decided to put together at the end.


Creative Commons License
“The Comeback” © Monique Namie
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Faraway 千里之外 (di Jay Chou e Fei Yu-ching)

Il testo di questa canzone è di Vicent Fang (方文山), compositore tawanese. Mentre la musica è di Jay Chou (周杰伦) che nel video canta assieme a Fei Yu-ching (费玉清), artista che Jay afferma di aver sempre ammirato. La canzone fa parte dell’album Still Fantasy (依然范特西). In essa è presente un mix tra classico e pop, creato in parte proprio grazie alla presenza della voce di Fei Yu-ching.
Ascoltando con un po’ di attenzione si può notare che ogni verso termina con la sillaba “ai”, con la sola eccezione di ” 用一生 ” (yong yi sheng) che dà un senso di incompiutezza accompagnato anche da una breve sospensione della melodia.

屋簷如懸崖
风铃如沧海
我等燕归来
时间被安排
演一场意外
你悄然走开
*
故事在城外
浓雾散不开
看不清对白
你听不出来
风声不存在
是我在感慨
*
梦醒来
是谁在窗台
把结局打开
那薄如蝉翼的未来,
经不起谁来拆
*
我送你离开
千里之外
你无声黑白
沉默年代
或许不该
太遥远的相爱
我送你离开
天涯之外
你是否还在
琴声何来
生死难猜
用一生去等待
*
闻泪声入林寻梨花白
只得一行青苔
天在山之外
雨落花台
我两鬓斑白
*
闻泪声入林寻梨花白
只得一行青苔
天在山之外
雨落花台
我等你来
*
一身琉璃白
透明着尘埃
你无瑕的爱
你从雨中来
诗化了悲哀
我淋湿现在
*
芙蓉水面采
船行影犹在
你却不回来
被岁月覆盖
你说的花开
过去成空白
**
梦醒来
是谁在窗台
把结局打开
那薄如蝉翼的未来
经不起谁来拆
*
梦醒来
是谁在窗台
把结局打开
那薄如蝉翼的未
经不起谁来拆
*
我送你离开
千里之外
你无声黑白
沉默年代
或许不该
太遥远的相爱
*
我送你离开
天涯之外
你是否还在
琴声何来
生死难猜
用一生…
*
我送你离开
千里之外
你无声黑白
沉默年代
或许不该
太遥远的相爱
*
我送你离开
天涯之外
你是否还在
琴声何来
Il tetto è come un dirupo,
le campane a vento sono come il mare blu.
Aspetto il ritorno della rondine.
È stato stabilito il momento
per mettere in atto un imprevisto.
Te ne vai in silenzio.
*
La storia è fuori dalla città,
la nebbia fitta non si dissolverà.
Non riesco a leggere bene il dialogo
e tu non riesci a sentire:
non esiste il sibilo del vento.
Sono io che sospiro commosso.
*
Mi sveglio dal sogno.
Chi c’è sulla soglia della finestra
ad aprire il finale?
Questo futuro, sottile come ali di cicala,
incapace di stare in piedi, cade a pezzi.
*
Ti mando via,
a miglia di distanza.
Sei un film muto in bianco e nero,
un’epoca silenziosa.
Forse non dovrebbe esistere
l’amore troppo distante.
Ti ho mandato via,
al di là dell’orizzonte.
Non so nemmeno se sei ancora viva.
Da dove arriva il suono del piano?
È difficile predire la vita e la morte.
Impiego tutta vita ad aspettare.
*
Attratto dal suono delle lacrime entro nella foresta
a cercare di fiori di pero,
ma ottengo solo una striscia di muschio.
Il cielo è aldilà delle montagne.
La pioggia cade sulla terrazza.
I miei capelli sulle tempie sono bianchi.
*
Attratto dal suono delle lacrime entro nella foresta
a cercare di fiori di pero,
ma ottengo solo una striscia di muschio.
Il cielo è aldilà delle montagne.
La pioggia cade sulla terrazza.
Aspetto il tuo ritorno.
*
Una veste di smalto bianco
trasparente come polvere
è il tuo amore impeccabile.
Arrivi dalla pioggia
la poesia si fa triste
sono fradicio adesso.
*
Colgo il fiore di loto dall’acqua.
Sono ancora lì le ombre delle barche che vanno,
tu invece non sei ancora tornata.
Coperti dagli anni
i fiori di cui hai parlato sbocciano
e il passato si fa candido.
**
Mi sveglio dal sogno.
Chi c’è sulla soglia della finestra
ad aprire il finale?
Questo futuro, sottile come ali di cicala,
incapace di stare in piedi, cade a pezzi.
*
Ti mando via,
a miglia di distanza.
Sei un film muto in bianco e nero,
un’epoca silenziosa.
Forse non dovrebbe esistere
l’amore troppo distante.
*
Ti ho mandato via,
al di là dell’orizzonte
Non so nemmeno se sei ancora viva.
Da dove arriva il suono del piano?
È difficile predire la vita e la morte
Impiego tutta la mia vita…
*
Ti ho mandato via,
a miglia di distanza.
Sei un film muto in bianco e nero,
un’epoca silenziosa.
Forse non dovrebbe esistere
l’amore troppo distante.
*
Ti ho mandato via,
al di là dell’orizzonte.
Non so nemmeno se sei ancora viva.
Da dove arriva il suono del piano?

Traduzione di
Monique Namie


Electric

N.d.A.
Si tratta di una poesia del 2011 che scrissi mentre stava arrivando un temporale. Era una notte afosa nel bel mezzo dell’estate e a nord, verso la montagna, i fulmini davano vita a dei disegni bellissimi tra le nuvole. Al tempo ero solita creare poesie parecchio visive, in cui i versi riportavano visioni simili a istantanee scattate alla rinfusa.

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Una stella carica d’elettricità
dispersa nell’universo della notte;
una finestra illuminata
a mezzo miglio di distanza…
Io la vedo quando manca la luce,
io la sento nel frastuono di una festa.

È caduto un fulmine di zucchero
nella landa desolata del mio rifugio.
Trema una luce nella notte
mossa dal vento della tempesta.

Lo sguardo si perde oltre…

Elettricità statica sul mio viso,
sulle mie ciglia luminescenti…


Licenza Creative Commons

“Electric” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


D’etere

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Tu che vivi nel bosco
in una palafitta di fiori e bambù,
parlami della notte delle fate
e della cascata di diamanti blu.
Raccontami delle serenate sul trifoglio,
dei misteriosi bisbigli delle api,
e del sapore del miele sui germogli
del salice che ti accoglie
tra le braccia come foste amanti.
D’etere vestita danzi nel grano,
seguendo le note d’un’antica melodia,
calzando sandali di juta e rampicanti.
D’etere vestita ti avvicini alla soglia
d’un castello che ha perduto il suo stemma:
ti lasciano entrare col vento d’estate
nascosta tra la polvere del polline
fra miliardi di stelle e steli di lavanda.


Licenza Creative Commons“D’etere” © Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Dressed With Ether

You who live in the wood
in a stilt house of flowers and bamboo,
tell me about the fairies’ night
and the blue diamonds’ cascade.
Tell me about the serenades on the clover,
the mysterious murmurs of bees
and the flavour of honey
on the willow’s buds,
which envelopes you in its arms
like you were lovers.
Wearing a dress of ether
and sandals of jute and ivy,
you dance into the wheat,
following the notes of ancient melody.
Wearing a dress of ether
you get close to the threshold
of a castle, which lost its emblem:
people let you go in with summer wind
while you’re hiding through dust and pollen,
through billions of stars and lavender stems.


Creative Commons License
“Dressed With Ether” © Monique Namie
is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.