D’etere

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Tu che vivi nel bosco
in una palafitta di fiori e bambù,
parlami della notte delle fate
e della cascata di diamanti blu.
Raccontami delle serenate sul trifoglio,
dei misteriosi bisbigli delle api,
e del sapore del miele sui germogli
del salice che ti accoglie
tra le braccia come foste amanti.
D’etere vestita danzi nel grano,
seguendo le note d’un’antica melodia,
calzando sandali di juta e rampicanti.
D’etere vestita ti avvicini alla soglia
d’un castello che ha perduto il suo stemma:
ti lasciano entrare col vento d’estate
nascosta tra la polvere del polline
fra miliardi di stelle e steli di lavanda.


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“D’etere” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


In viaggio la notte

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La notte, lungo questa strada senza fine
essenze di concerti e uomini d’affari,
mentre l’auto scivola veloce
seguendo geometrie di segnali
con le gocce di pioggia sul parabrezza.

Scivoliamo sulla notte e sul tempo
in uno spazio senza ossigeno,
avvolti in un abbraccio di benzina e fumo:
percorriamo sentieri dalle curvature perfette
e respiriamo ancora l’inebriante profumo
di luci intermittenti nelle notti oscure.

Svegliarsi all’alba e scoprirsi innamorati
ci fa sentire come abbagliati
dalla luce dei fanali
che ci attraggono come falene la notte
in labirintici filamenti incandescenti.

Errare è lecito negli incroci più bui,
ma incontreremo sguardi di stelle
e ci tenderanno mani gentili per superare
distese impervie di fiumi d’asfalto
verso città storiche irradiate a festa.

Lungo la nostra amata contrada,
fragranza di casa in luoghi sconosciuti,
mentre l’auto plana sicura su sentieri isolati
scavando solchi come binari paralleli:
le sole prove del nostro effimero passaggio.


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“In viaggio la notte” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


L’universo in casa

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I corridoi di questa casa
sono gli argini d’un fiume
e il pavimento verde, un tappeto
che sa di pioggia e nebbia.
Dal caminetto escono farfalle
sgargianti come fuochi la notte.
Nella vecchia TV in bianco e nero
s’è costruito la tana un topolino.
Mazzi di rose e ceste di frutta
come quadri di natura morta
dalle essenze intense di sole e sale.
E il vento culla gli alberi nel giardino,
mentre dall’altra parte del mondo
un tornado li abbatte violento.

Sembra esserci l’universo intero
dentro i vasi di fiori sul davanzale.
Le finestre, come grandi occhi
di questa modesta residenza,
universi bui di freddo ghiaccio
in cui la vita sboccia lo stesso.
L’amore non teme di stare all’addiaccio.


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“L’universo in casa” di Monique Namie
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Alberi di seta

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Stesi su mosaici di fiori,
a guardare soffitti di stelle,
stanno gli alberi di seta persiana[1]
con le cortecce profumate;
si scambiano pensieri
al ritmo del vento,
e l’uomo passa loro accanto
senza vedere,
senza fermarsi ad ascoltare…


N.d.A.: 1- Alberi di seta persiana, è una storpiatura voluta di uno dei nomi più comuni con cui è conosciuta l’Albizia Julibrissin, ovvero Albero della seta persiano. Una volta io ne avevo tre nel giardino di casa e li chiamavo “ciuffi rosa”.
Possibile chiave di lettura: il fatto che gli alberi siano stesi lascia presupporre che siano stati tagliati, ecco spiegata anche l’indifferenza dell’uomo che gli passa accanto con indifferenza.


Licenza Creative Commons “Alberi di seta” di Monique Namie
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Ho guardato il vuoto

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Ho guardato il cielo la notte
misurando la distanza tra le stelle
e ci ho visto mondi senza confini,
spirali di plasma e materia oscura.

Ho lasciato in sospeso le mie frasi,
le emozioni incomprese in stasi,
che il cielo più vuoto è un magnete:
istiga la ricerca di cose meno concrete.

Guardando oltre mi sono imbattuta
in un demone un po’ disperato
che voleva il suo cuore riscaldato.
Ho guardato nei suoi occhi
e ci ho visto il vuoto.
Anche il Fato lo dava per spacciato
quando decisi che l’avrei salvato.

E ora?
Tanto vale che mi stenda sul prato
e osservi le stagioni passare piano
come pietra immortale sul suolo arcano.


N.d.A.: Una poesia scritta nel 2016 in un periodo un po’ turbolento. Nel testo, tra immagini fantascientifiche, si può cogliere una certa malinconia oltre che una sensazione di vuoto e solitudine provata osservando l’immensità.


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“Ho guardato il vuoto” di Monique Namie
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Indifferenza

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Mi hai dimenticato sotto ai salici d’estate.
Il sole, l’ombra e le foglie erano miei compagni.
I tuoi “per sempre” più brevi della storia
come spine di rose avvelenate sul cuore.
Ma io non ti ho odiato mai.

Ti ho visto diventare come il vento:
scivolare dagli scogli al mare per naufragare,
e allora io non ti ho potuto fermare.
Le mani nel cielo vuoto a cercare speranze
hanno raccolto i sorrisi di una stella esplosa.
Ma io davvero non ti ho odiato mai.

Nelle pareti di questa mia stanza
il tuo profilo esile come un fantasma.
La foto sbiadita delle nostre mani unite:
oggetti lontani d’un altro mondo
intrecciati in un unico infinito istante.

E io non ti ho odiato. Non avrei potuto.
L’ho lasciato lì quel quadro vecchio e vissuto.


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“Indifferenza” di Monique Namie
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Segnali di luce

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Sei per me un fulmine nel cielo notturno
mentre le luci della strada si evolvono
attraverso milioni di spighe di grano;
e non m’importa nulla dei nastri rossi
tessuti attorno alle nostre braccia,
non m’importa dell’albero di vetro
e delle schegge di fuoco sul terreno.

Camminerò verso di te superando
siepi di fiori e spine e rupi assassine,
perché sei dischiuso nei raggi del mondo
e io non temo graffi, non temo cadute
per raggiungere una manciata di stelle.

Sei per me un libro già letto
di cui conservo ogni singola parola,
ma non ti vedo, non ti trovo
fra le righe sbiadite di questa giornata.

Sei come una strada nuova sconosciuta
che ad occhi chiusi continuo a seguire
sospesa con fiducia nel vuoto della notte
aspettando un tuo segnale di luce.


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“Segnali di luce” di Monique Namie
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Ce.di.Ri

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Una tempesta di fulmini incombe sulla centrale
un mucchio di cenere in sala comandi
spiriti filiformi si alzano dal terreno virtuale
e tra rottami freddi cercano
il sorriso perduto del sole di settembre.

E tutte le teorie errate degli scienziati pazzi
che il mondo hanno voluto risanare?
Segregate nelle planimetrie di dicembre
con l’amata sposa lasciata sola sull’altare.

Un mucchio di parole senza concreti fatti.
Fortuna che il fuoco era affamato,
e la polvere non ha più nulla da raccontare.


N.d.A.: Poesia del 2014. Il titolo è una sigla inventata da me e sta a significare “Centro di Ricerche”.


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“Ce.di.Ri” di Monique Namie
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Distanze

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È domenica mattina e mi sveglio:
le lenzuola grigie sanno di metallo
dei miei pezzi artificiali nascosti.[1]
Tu hai già imboccato l’autostrada
mentre io mi preparo il caffè
e ascolto la storia dei chicchi tostati
che come me si sentono esiliati.

D’accordo, parto subito: vengo da te!
Mi farà compagnia il canto dei gabbiani
intrappolato nella mia auto dall’ultima vacanza.

È domenica e vorrei averti con me
ad un passo e mezzo da queste mani tese,
per poterti abbracciare con il pensiero.
E forse sto un po’ svanendo come la neve
tra il sale sulla strada in un giorno di sole,
cercando di raggiungere il decumano.

Come facevano in passato gli amanti?
Come sopravvivevano troppo distanti,
quando non c’erano tecnologie confortanti?


Nota:
1- I “pezzi artificiali nascosti” possono essere interpretati come delle fantasiose toppe futuristiche, adoperate per sistemare le fratture provocate dalle delusioni passate.

N.d.A.: Una poesia del 2015 incentrata sul tema delle relazioni a distanza. La poesia faceva parte di una raccolta che avevo intitolato “Strade”.


Licenza Creative Commons “Distanze” di Monique Namie
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Simultanea(mente)

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Di travi incenerite, colpite dalla folgore,
spezzate, sfasciate e contorte,
sento ancora l’odore.

E se mi avvicino all’epicentro
odo ancora l’urlo delle fiamme rabbiose
tra il legno sventrato e violentato,
dove il fumo ha torturato
la candida perfezione del silenzio.

Quel rogo che bruciò nottempo
le idee geniali troppo ambiziose,
con le stesse fiamme ha divorato
questo nostro spazio-tempo.

Così, calpesto sguardi chiusi
tra pezzi di vite infrante
e cenere di volti delusi.

La mente, come una macchina del tempo,
torna con prepotenza al passato
e vedo eroiche anime affrante:
immagini sovrapposte su un unico lato;
l’immagine distorta di due tempi
e l’ombra di quei vuoti carichi di scempi.


N.d.A.: Una poesia del 2014 scritta dopo aver visto un locale distrutto dalle fiamme. Pur rimanendo a una buona distanza si sentiva il forte odore di bruciato. La sagoma distrutta del locale, avvolta dal buio della notte, sembrava una dimora spettrale. Da queste sensazioni sono maturati i versi della poesia.


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“Simultanea(mente)” di Monique Namie
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