D’etere

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Tu che vivi nel bosco
in una palafitta di fiori e bambù,
parlami della notte delle fate
e della cascata di diamanti blu.
Raccontami delle serenate sul trifoglio,
dei misteriosi bisbigli delle api,
e del sapore del miele sui germogli
del salice che ti accoglie
tra le braccia come foste amanti.
D’etere vestita danzi nel grano,
seguendo le note d’un’antica melodia,
calzando sandali di juta e rampicanti.
D’etere vestita ti avvicini alla soglia
d’un castello che ha perduto il suo stemma:
ti lasciano entrare col vento d’estate
nascosta tra la polvere del polline
fra miliardi di stelle e steli di lavanda.


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“D’etere” di Monique Namie
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L’universo in casa

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I corridoi di questa casa
sono gli argini d’un fiume
e il pavimento verde, un tappeto
che sa di pioggia e nebbia.
Dal caminetto escono farfalle
sgargianti come fuochi la notte.
Nella vecchia TV in bianco e nero
s’è costruito la tana un topolino.
Mazzi di rose e ceste di frutta
come quadri di natura morta
dalle essenze intense di sole e sale.
E il vento culla gli alberi nel giardino,
mentre dall’altra parte del mondo
un tornado li abbatte violento.

Sembra esserci l’universo intero
dentro i vasi di fiori sul davanzale.
Le finestre, come grandi occhi
di questa modesta residenza,
universi bui di freddo ghiaccio
in cui la vita sboccia lo stesso.
L’amore non teme di stare all’addiaccio.


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“L’universo in casa” di Monique Namie
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Alberi di seta

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Stesi su mosaici di fiori,
a guardare soffitti di stelle,
stanno gli alberi di seta persiana[1]
con le cortecce profumate;
si scambiano pensieri
al ritmo del vento,
e l’uomo passa loro accanto
senza vedere,
senza fermarsi ad ascoltare…


N.d.A.: 1- Alberi di seta persiana, è una storpiatura voluta di uno dei nomi più comuni con cui è conosciuta l’Albizia Julibrissin, ovvero Albero della seta persiano. Una volta io ne avevo tre nel giardino di casa e li chiamavo “ciuffi rosa”.
Possibile chiave di lettura: il fatto che gli alberi siano stesi lascia presupporre che siano stati tagliati, ecco spiegata anche l’indifferenza dell’uomo che gli passa accanto con indifferenza.


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In compagnia del vento

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All’esterno c’è qualcosa,
qualcuno scuote le imposte,
il legno scricchiola parole di lamento,
le finestre tremano e poi si aprono
all’improvviso, senza preavviso.

Fuori c’è una forza che piega gli alberi
e infrange onde d’oro nei deserti.
Non si vede, non si può imbrigliare,
a caro prezzo solo i monti la possono deviare:
consapevoli e arresi si lasciano disfare.

Di natura inquieta e diabolica
è il vento che mi accompagna;
mi regala estensioni invisibili come ali
avvolgendomi di piume intangibili.
Trascinando foglie e pezzi di carta
è come uno spettro accanto a me,
solo io so che lui c’è,
nessun altro lo vede oltre a me.

Il suo carattere irrequieto mi trasporta
nel cielo infinito in assenza di gravità,
fino a raggiungere il confine dell’atmosfera:
appuntamento con il vento solare,
destinazione casuale.


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“In compagnia del vento” di Monique Namie
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Luoghi addormentati

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È cresciuto un ginkgo nella hall dell’albergo,
il vento ha corroso le scale,
la pioggia ha arrugginito le porte delle sale,
e le finestre
già da tempo sono state divelte.
Non posso più entrare.
Una mano di foglie ha sollevato il soffitto,
spargendo costose tegole come sementi
su lerci pavimenti di marmo incantato.
Resterei per ore a contemplare
come la natura ha tessuto un velo.
Resterei ancora ad osservare
per fotografare i semi nel loro germogliare.


NdA:
Una poesia del 2015 che inizialmente avevo intitolato “Luoghi abbandonati”. Ma con tutta la natura insediata all’interno, ho pensato che l’aggettivo “abbandonato” non fosse quello giusto. La presenza di piante, fiori e animali lo rende, già di per sé, un posto molto popolato. Un posto “addormentato”, invece, attende che qualcuno torni e lo risvegli.


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“Luoghi addormentati” di Monique Namie
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Passaggio lento

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A questa festa ci sono solo io
con un abito nero come il cielo senza stelle
a toccare ciò che su gradini freddi non è mio
a guardare oltre, verso orizzonti lontani.

Una lumaca scivola lenta sulla stoffa;
sul mio abito da sera ora c’è la Via Lattea,
una scia di bava lucida e goffa:
galassia stropicciata dalla malinconia.

Gli occhi verso il tramonto
vedono luci che non esistono,
lunghezze d’onda impercepibili
e tutto che vortica in spirali astratte.

Il cielo passa lento, quasi immutabile
sembra sempre lo stesso vestale.
Immortale.
Eppure evolve paziente.
Silente.


NdA: Una poesia scritta alla fine del 2016. Originariamente faceva parte di una raccolta dal sapore romantico/sentimentale, anche se in realtà racconta di una pausa tra le emozioni, di un momento di solitudine.


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Strade di foglie

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Il cielo è una pellicola blu sullo stagno.
Si può camminare nel fango
senza rimanere intrappolati,
senza essere dal peccato sporcati.

Siamo come strade di foglie
abbandonate nella campagna
e scavando disseppelliamo orologi
che segnano orari diversi,
tempi lontani.
Il cielo ci osserva frastornato
nel nostro incessante peregrinare
e gli orologi s’incastrano perfettamente
in alberi secolari
e monti millenari.
Possiamo continuare a camminare
sulle nostre strade di foglie.


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Nord

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Il muschio sulle scale
conserva i solchi dei miei piedi
e profuma di pioggia,
di giornate settembrine
e di cieli cinerei parlanti.

Le radici sul pavimento
sollevano botole segrete
dove sta nascosto un tesoro
che ha valore solo per me:
pagine antiche e sguardi.

La brina sul muro
riveste la mia casa d’argento
e rivela impronte di mani
che a tentoni hanno percorso
sale da ballo in festa.


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Oltre

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Gocce di vapore
sulla finestra a cristalli,
sotto il letto disfatto, intriso di sapore
d’autunno malinconico senza tempo.
La luce esterna non basta ad illuminare:
una vecchia lampada rossa accendo,
mentre ammiro quei frammenti d’acqua
ancorati al vetro come tanti coraggiosi scalatori.
Sembra che la natura attraversi la parete
e riempia la mia stanza di cose invisibili
dall’animo solitario appena percepibili.


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L’uragano

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Tremano le stelle fisse nella volta
oltre le nubi vestite di fuoco e roccia.
Ogni passo è una battaglia
contro il vento una lotta.
Corri veloce e fuggi dalla giostra
che stasera è elettrica pure la pioggia!

Ma tu arrivi sempre fra le onde anomale
e sconvolgi il ritmo della sabbia e della voce,
porti conchiglie lungo le strade del male
e getti stracci di cielo nel cuore a cocci.[1]

Mare forza dieci intrecciato in vortici
fra le tue dita fini che reggono il mondo:
potresti vivere in uno di quei sogni esotici
di mostri marini e prìncipi acquatici
che si buttano senza aspettare un secondo
e albergano nel cuore ancora furibondo.


Nota:
1- “e getti stracci di cielo nel cuore a cocci”: in questa frase, “getti” è considerato come indicativo presente del verbo gettare e non come sostantivo.

Licenza Creative Commons “L’uragano” di Monique Namie
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