Quella voce attraverso il tempo (parte II)

Parte I

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Agosto.
Non conosco il suo nome, non so quasi nulla su di lui, eppure ho iniziato a provare qualcosa nei confronti della sua voce. Non riesco più a immaginare le mie giornate senza le sue telefonate. Trovo tutto ciò sconvolgente, perché fuori dalla realtà e fuori dal buon senso. Trovo la cosa ancora più assurda se mi fermo a pensare che le voci delle persone cambiano con il tempo a seconda dell’età. Amo qualcosa che al momento non esiste più e che ha avuto una durata più breve della vita media di una persona.
Non so se ringraziare le leggi della fisica per il dono che mi stanno facendo, o se ridere di me stessa per l’assurdità delle emozioni che provo.
Certe volte mi siedo per terra ad aspettare che l’apparecchio si metta a suonare. Sul pavimento, a gambe incrociate, l’attesa è una dolcissima tortura. L’incertezza è come un masso di diverse tonnellate sostenuto da un sottile filo sopra la mia testa. Potrebbe cedere da un momento all’altro, ma qualcosa mi impedisce di andarmene. Il mio futuro dipende solamente dalla resistenza di quella fine cordicella che è la speranza.

Ogni volta che il telefono suona, un po’ della polvere che gli si è posata sopra durante la mia assenza scivola giù, ed è una slavina vista con gli occhi di un gigante.
Quando alla fine della chiacchierata riattacco la cornetta, la mente del ragazzo che sta dall’altra parte si azzera. Ricominciamo sempre da capo e ogni volta ritroviamo una sintonia familiare, come due persone che si conoscono da molto tempo.
Ci penso spesso: potrei dirgli qualsiasi cosa e alla fine sarebbe come se non gliel’avessi mai detta. Penso che potrei raccontargli di quanto amo la sua voce. La mia dichiarazione finirebbe comunque persa nel vento che ulula tra le fenditure delle pareti, fra le crepe del soffitto al piano superiore.
Anche se sono cresciuta con questo dono, dopo tanti anni non ho ancora capito come una cosa del genere sia possibile; non mi è chiaro nemmeno il motivo per cui certe manifestazioni del passato sostino più a lungo nelle mie percezioni, mentre altre svaniscano in breve. Temo che questo dubbio rimarrà irrisolto, a meno che, in futuro, io non decida di consegnarmi nelle mani della scienza.

Un giorno, dopo aver risposto al telefono con la solita parola d’ordine, ho osato chiedere che anno fosse. Per qualche secondo dall’altra parte della cornetta si è protratto il silenzio, tanto che pensavo fosse caduta la linea.
«È il 10 agosto 1942… », rispose infine un po’ esitante.
«Pazzesco!»
Lo sentii ridere. «Cos’è, uno scherzo?»
Per un attimo l’ho visto nella mia mente, l’immagine era arrivata da lontano come il flash di una saetta che illumina la notte. Capelli castani, occhi scuri e profondi arricciati da un lieve sorriso, un filo di barba a incorniciare un viso pulito e giovane. Ovviamente non sapevo se fosse veramente così, ma qualcosa mi suggeriva che il suo aspetto fosse abbastanza simile a quello che la mia mente aveva elaborato.
Prima che potessi dire qualsiasi altra cosa, il ragazzo parlò di nuovo: «Il mese prossimo è il mio compleanno. Compio ventitré anni.»
«Io ho un anno più di te», dissi infine, consapevole della contraddittorietà di quanto stavo affermando. Formulai mentalmente un veloce calcolo: se era ancora vivo, ora doveva avere quasi cent’anni.
Mi ero affezionata a una persona intrappolata in una parentesi temporale, un ragazzo che continuava a far squillare il telefono nonostante il cavo sfilacciato che non ospitava più nemmeno un watt di elettricità, un ragazzo che adesso forse non esisteva già più. Penso fu dopo quel pensiero che iniziai a desiderare che qualcosa di lui fosse sopravvissuto e avesse attraversato la storia fino a raggiungermi.

La seconda settimana di agosto, realizzai che un collegamento vocale verso una linea temporale passata mi importava molto di più di una relazione reale nel presente.
Ho fatto credere al mio datore di lavoro di essere malata, così, invece di fare la segretaria, ho momentaneamente preso i panni della detective. Ho aperto il portatile e mi sono messa a fare una ricerca negli archivi storici del catasto. Con una buona dose di fortuna, verso sera ho trovato ciò che cercavo. Tramite una serie di ricerche su città storiche italiane abbandonate, sono risalita al nome di Aurivo. Riconobbi il posto da una foto datata 1940. Si trattava di un comune fondato dal paladino Nobile Aurivo nel 1867, prima designato Borgo Lorus. Questa informazione era accompagnata da alcuni articoli: in uno si leggeva che il comune era stato teatro di un violento rastrellamento in epoca nazista: precisamente nel mese di agosto del 1942. C’era persino una lista di persone che avevano perso la vita durante il tragico evento. La stampai e studiai i nomi, ma ovviamente nessuno mi era familiare.
Per tutto questo tempo, io e il ragazzo del telefono, non ci eravamo mai presentati come si deve. Nella mia testa, in realtà, lui si chiamava Tell. Nome che probabilmente il mio subconscio gli aveva affibbiato pensando al telefono che ci metteva in contatto. Mi era sempre piaciuto dare un nome alle persone sconosciute che incontravo per strada, quelle che sapevo che non avrei rivisto più, e così avevo fatto anche con Tell.

Nei giorni seguenti mi recai sul posto quotidianamente, ma il telefono non squillò. Stavo iniziando a pensare al peggio, quando finalmente, dopo una lunghissima settimana di silenzio, il trillo del vecchio apparecchio telefonico mi ridestò al torpore.
Il suono del telefono in quel momento sembrò diverso, carico dell’ansia e del tormento che avevo dentro. Ci misi una manciata di secondi a raggiungere e sollevare la cornetta per rispondere. Avevo preso l’abitudine di gironzolare nei paraggi del numero civico 99 e, in quel momento, ero proprio sul selciato all’esterno dell’abitazione.
«Grazie a Dio hai telefonato!», esordii senza dargli il tempo di porre la solita domanda. «Ho bisogno di sapere subito il tuo nome.»
«Devo aver sbagliato numero…», disse lui dopo un attimo di titubanza. E certo, una pazza estranea che ti si rivolge in quel modo avrebbe spaventato chiunque. Mi maledissi e cercai subito una soluzione per non farlo fuggire ed eventualmente ottenere il suo nome.
Mi schiarii la voce. «Qui c’è il sole, il numero è giusto, solo che in questo momento sono occupata. Se mi lasci il nome e il numero, ti richiamo.»
Esitò qualche attimo e poi mi rispose: «Capisco. Sono Piergiorgio e questo è il mio numero…»
Mentre lui mi forniva le cifre, io controllavo i nomi sull’elenco che avevo portato con me. C’era un Piergiorgio alla quarta riga della lista. Sentii il panico crescere.
«Bene, mi sono appena liberata da quell’impegno», lo interruppi. «Ascoltami, quello che sto per dirti ti sembrerà insensato, ma devi lasciare il paese immediatamente! Mi hai capito?»
«Perché dovrei farlo?»
«Perché ci sarà un rastrellamento…»
«Shhh! Sei pazza! Se è uno scherzo non è divertente», mi bloccò.
Rimasi per un attimo interdetta. Perché non voleva che parlassi di rastrellamenti? Temeva forse che potessero rintracciare la chiamata? Non mi risultava che al tempo ci fosse la tecnologia necessaria per compiere intercettazioni telefoniche, ma potevo anche sbagliarmi: non sono una storica.
Tralasciai quelle riflessioni e ripresi a parlare con fervore: «Non è uno scherzo! E anche se lo fosse, che cosa ti costa darmi ascolto? Sei in pericolo! Ti devi fidare di me.»
Seguì il silenzio. Credo di non aver mai udito una quiete più desolata e profonda di quella. Né un sospiro, né un fruscio o un borbottio. Nulla. E poi Piergiorgio-Tell riattaccò.

Settembre.
Le foglie degli alberi stanno ingiallendo. La prateria dei Lamberti sembra più ampia, ora che la città fantasma è scomparsa. Non c’è più nessun telefono che squilla, ma solo campi lasciati incolti, una fila alberi secolari che segnano un vecchio confine e il solito fiumiciattolo serpeggiante. Quella voce attraverso il tempo sembra un ricordo lontano, la voce di un fantasma che continua a vivere da qualche parte nel passato.

Fine.


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Quella voce attraverso il tempo (parte I)

Nota:
I nomi di luoghi e di persone presenti nel testo sono esclusivamente frutto della fantasia.


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Un telefono squilla con insistenza e non c’è nessuno nei dintorni che possa sollevare la cornetta. Il suo trillo acuto si spande negli ambienti di una casa diroccata: attraversa la sala da pranzo, con le sedie di legno intagliato rovesciate sul pavimento, giunge nella camera da letto dalle pareti ammuffite e, accarezzando la ruggine delle imposte, si riversa all’esterno.


Luglio.
Un suono antico di campane proveniente dalla campagna ha catturato la mia attenzione. Arrivava da ovest, in corrispondenza del sole morente. Ma in quella direzione non c’erano chiese e nessuno oltre a me sentiva i rintocchi. Fu così che, spinta dalla curiosità, scoprii l’esistenza di un paese fantasma che potevo vedere solo io.

Il paese misterioso si trova a circa due chilometri da casa mia. Lo si può raggiungere seguendo per un tratto il fiumiciattolo serpeggiante che si immette nella prateria dei Lamberti. Dopodiché, facendo attenzione che questi non se ne accorgano, si deve tagliare in diagonale uno dei loro appezzamenti di terreno. Ad un tratto, oltre una fila alberi secolari piantati per segnalare un vecchio confine, si scorgono le prime abitazioni diroccate.
Le case sono tutte in legno: cadenti catapecchie dalle travi scrostate, tenute assieme da una manciata di chiodi corrosi dalla ruggine. Sopra l’entrata di ogni abitazione c’è un numero civico disegnato sullo stipite della porta. I colori sono sbiaditi, sembrano coperti da un velo opaco. In passato, probabilmente, erano tinte sgargianti, ma oggi di quella pigmentazione è rimasto solo un vago ricordo. Al tempo piace fare razzia delle cose. A lui piace appropriarsi indebitamente dei dettagli del mondo, ma non lo ammetterebbe mai. No, lui si definisce un collezionista, mica un ladro.

Da quando l’ho scoperto, mi reco spesso in quel luogo. È comparso magicamente proprio in un periodo della mia vita in cui avrei voluto fuggire da tutto e da tutti.
Nessuno può trovarmi lì, perché è un luogo imprigionato in una bolla temporale. I comuni mortali non percepiscono ciò che si muove eternamente nella dimensione del tempo. E io, lì dentro, posso smettere di esistere per un po’; smettere di essere la giovane segretaria dell’avvocato, smettere di indossare vestiti formali e tenere i capelli raccolti. Posso essere me stessa e ribellarmi alle convenzioni della società.

Lungo le vie di quel paese è un po’ tutto nel caos, ma l’atmosfera è piacevole. A tratti si respira l’odore di cose vecchie e consumate dal tempo, a tratti profumo di fiori selvatici e camomilla. Mi ricorda un po’ le mie escursioni ai mercatini dell’usato.
C’è una panchina infossata tra la vegetazione: su di essa ogni tanto rivedo le ombre di chi si sedeva ad aspettare e chiacchierare. Un paio di scarponi abbandonati sul secondo gradino di una scalinata sono rivestiti di muschio, ma se mi concentro li posso vedere indossati da un uomo brizzolato che si reca giornalmente dal panettiere in fondo alla via.
Non sono pazza, semplicemente all’età di tre anni, tre mesi e tre giorni di vita ho deciso di inserire per gioco l’uncinetto di mia madre nella presa della corrente del salotto. Ci avrei potuto rimanere secca, invece mi è andata bene, e da allora il presente si è mescolato al passato. Continuo a vedere cose che ora sono già polvere, oggetti e voci che non appartengono più al presente da qualche giorno o da qualche secolo. Quando da piccola raccontavo le mie visioni agli adulti, loro mi dicevano: “Hai proprio una bella fantasia”. Prima che iniziassero a considerarmi malata ho capito che era meglio tenere certe cose per me.
Di solito le mie visioni sono manifestazioni temporanee di breve durata: l’evento più lungo si è protratto per una decina di minuti. Dunque non mi so spiegare perché questo complesso di case sia così insistente: continua a stagliarsi in mezzo alla campagna, con la nebbia, con la pioggia, durante il giorno e nel cuore della notte. Potete immaginate la mia sorpresa quando sono tornata a passeggiare nel luogo e ho ritrovato la città fantasma, così come l’avevo lasciata l’ultima volta. I Lamberti sarebbero ammattiti se avessero saputo che i loro possedimenti confinavano con una cittadina oscura a misteriosa. Conoscendo il loro attaccamento morboso alla terra, non avrebbero dormito alla notte. Per loro fortuna non se ne sarebbero mai accorti.

Le residenze di questo particolare paese non sono tante. Il numero civico più alto che io abbia incontrato finora è il 100. Nella casa numero 99, l’unica con un portico e una sedia a dondolo costantemente mossa dal vento, c’è un telefono nero che ogni tanto suona. È uno di quei vecchi apparecchi con la cornetta e la ruota numerica; il cavo che lo collega alla linea elettrica è tagliato, mangiato dai topi, eppure lui continua a squillare, come se chi sta dall’altra parte riuscisse a creare un collegamento solo tramite la forza di volontà.
A telefonare è sempre il solito ragazzo dalla voce serena. Mi piace il tono che usa e sua calma nel parlare. È strano: ho la sensazione di conoscerlo da sempre.

Quando sollevo la cornetta, lui inizia sempre con la solita frase, senza nemmeno salutare: «Com’è il tempo? Qui sembra stia per venire la fine del mondo.»
La prima volta ho guardato fuori dalla finestra. Un riflesso condizionato. Sapevo che era una giornata soleggiata. Ero appena entrata in quella casa attirata dallo squillo del telefono e dovevo ancora abituarmi al buio degli interni polverosi. Gli risposi semplicemente «qui c’è il sole» e allo stesso tempo mi chiesi perché per lui fosse così importate.
Capii, giorni dopo, che la sua domanda sempre uguale richiedeva come risposta una parola d’ordine: una frase ben precisa che la prima volta avevo azzeccato per puro caso. «Qui c’è il sole.» Se c’era il sole potevamo parlare, se pioveva, se era nuvoloso ecc, lui riattaccava. Per parlargli anche durante le brutte giornate iniziai a mentire. Da quel momento in poi ci sarebbe stato sempre il sole.

Parte II


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Il paleopatologo (parte V)

Parte IV

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  1. Epilogo

La mattina, Wilfred constatò che il vento della sera precedente aveva trasportato uno spesso strato di sabbia davanti all’entra della tomba che avevano aperto per studiare.
«Se il tempo non fosse peggiorato, ieri avremo già potuto buttar giù qualche ipotesi sull’identità del corpo», disse Ria, osservando da dietro il prof la grande porta rettangolare scavata nella roccia. «Speriamo almeno che il sarcofago non abbia subito danni.»
«Possiamo tentare subito un’analisi», rispose lui. «Mi serve qualcuno di bravo che venga con me.»
«Vado a chiamare Xavier?», domandò la ragazza.
Il professore si girò a guardarla. Avrebbe dovuto dire che Xavier era proprio colui che aveva in mente, ma sarebbe stata una bugia, l’ennesima. E, poiché era ancora tormentato da ciò che aveva vissuto la sera prima, cedette.
«Veramente, in questa squadra non conosco nessuno di più bravo di Ria Norrel», disse, abbandonandosi per la prima volta a una confessione che finalmente sapeva di verità.
La giovane sorrise entusiasta e precedette l’uomo all’interno del cunicolo. Wilfred la osservò mentre camminava vicino alle pareti della camera sepolcrale in cerca di un qualche indizio che rivelasse l’identità del defunto. Nell’ombra sembrava più a suo agio.
Il professore si avvicinò al sarcofago in pietra, già scoperchiato il giorno prima, e richiamò l’attenzione di Ria con un gesto della mano. Assieme sollevarono la seconda copertura in legno.
«Sembra essersi mantenuto bene», fu l’osservazione della ragazza. Subito dopo realizzò che il suo commento poteva essere interpretato in modo ironico. Non si poteva di certo dire che la mummia avesse un bell’aspetto: aveva la pelle annerita e rattrappita, le orbite degli occhi incavate e le labbra consumate lasciavano scoperta una fitta dentatura.
«Magari tra mille anni avessi anch’io un colorito così sano», scherzò Wilfred.
Ria rise e lui poté bearsi di quel suono cristallino amplificato dall’eco delle pareti. Si rese conto allora che adorava farla ridere e prese in considerazione l’idea di lasciarsi andare più spesso a qualche battuta.
«Saresti già in grado di fare una prima analisi?», chiese, tornando a recitare la parte del professore serio e distaccato.
«Direi che non è morto di morte accidentale. Sospetto trauma cranico, forse a seguito di una caduta», convenne la giovane. Poi i suoi occhi notarono quello che il cadavere teneva tra le dita scheletriche e ammuffite: la punta di una freccia decorata con quello che sembrava a tutti gli effetti un sigillo imperiale.
Fece per allungare la mano, ma esitò e volse lo sguardo verso Wilfred. «Posso?», chiese incerta.
In quel momento Wilfred notò che la ragazza non indossava i guanti: per la prima volta da quando l’aveva conosciuta poteva vedere le sue mani, piccole e delicate, con dita sottili e unghie curate. «Tocca solo il reperto e fa molta attenzione: l’umidità della tua pelle potrebbe rovinare i resti.»
Le dita della ragazza sfiorarono appena un bordo tagliente della freccia: sembrava che qualcosa la trattenesse dal prenderla e non si trattava certo di paura o disgusto.
«Professore, devo confessarle una cosa», disse infine tutto d’un fiato.
«Non devi vergognarti, è normale che ti faccia impressione», rispose lui credendo di sapere ciò che Ria voleva dirgli.
La ragazza sbuffò e si guardò intorno. «Non so se faccio bene a dirglielo, ma in fondo sento che posso fidarmi.» Prese un respiro profondo e poi continuò: «Io riesco a percepire la storia.»
Wilfred si sentì confuso, un po’ perché Ria gli aveva appena detto di provare fiducia nei suoi confronti e un po’ per quella strana dichiarazione.
«Cosa intendi dire?»
«Se tocco un oggetto molto antico posso vedere il suo passato. Lo so che sembra folle.»
Il professore, che era un uomo estremamente razionale, cercò come al suo solito una giustificazione: «Probabilmente sei una persona molto sensibile e credi di sentire, ma…» si bloccò, colpito dall’espressione grave che Ria aveva assunto.
Con un gesto di sfida, la ragazza afferrò con decisione la punta della freccia, pronta a dare una dimostrazione pratica delle sue capacità. Il suo sguardo divenne subito vitreo, poi cadde in ginocchio tra la sabbia scossa dai brividi e respirando affannosamente. In un primo momento, Wilfred, spaventato, le si chinò accanto senza saper bene cosa fare… La ragazza stringeva in modo convulso il reperto rischiando di tagliarsi; così agì d’istinto e la cinse con un braccio, mentre con la mano libera cercò di strapparle l’oggetto. Esercitando una certa forza riuscì a toglierle la punta della freccia dalle mani e a gettarla lontano.
«Va tutto bene?», chiese quando la crisi sembrò essersi attenuata.
«Era un personaggio importante», inizio lei, «un soldato d’alto rango che godeva della fiducia del suo leader, Temujin[2].Non concedeva misericordia a nessuno ed era spietato anche con i più deboli.» Indicò la parete di fronte con un cenno del capo. «Ha fatto murare vive le sue tre concubine…»
«Va bene, ti credo, non ti sforzare troppo», la interruppe Wilfred preoccupato che potesse avere una ricaduta. I due si fissarono per qualche secondo senza proferire parola.
«Non lo racconterà a nessuno?», chiese Ria, rompendo il silenzio, improvvisamente allarmata.
«Quando l’hai scoperto?», replicò Wilfred ignorando la sua domanda.
«Da piccola avevo un cane. Un giorno l’ho trovato morto e accarezzandolo ho scoperto che era stato avvelenato. Fu un’esperienza terribile… La scelta di studiare paleopatologia potrebbe sembrare un controsenso, eppure credo che non potrei fare altro. Questo dono è anche la mia maledizione.»
Il professore non aveva smesso di guardarla per un instante, desiderando di poter fare qualcosa per scacciare via tutte le sue preoccupazioni e sofferenze.
«Ora toccherebbe a lei», continuò Ria. «Io le ho raccontato il mio segreto, ora può dirmi il suo.»
«Non ho nessun segreto», rispose lui conciso.
«Tuttavia… i suoi occhi dicono il contrario», insisté lei.
Wilfred sentì il contatto caldo con la pelle liscia della ragazza che aveva intrecciato le esili dita con le sue. Ora sì che sarebbe stato difficile negare l’evidenza.

Fine.



Glossario:
2- Temujin (铁木真 Tiĕmùzhēn): nome di nascita di Gengis Khan.

Note autore:
L’abilità di Ria, nello studio dei fenomeni parapsicologici, viene definita psicometria.

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Il paleopatologo (parte IV)

Parte III

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  1. La notte più gelida

Avevano sistemato le tende e la strumentazione nei pressi di alcune antiche tombe, a circa quindici chilometri da Jiayuguan[1]. Sarebbero rimasti in mezzo al nulla per quattro mesi, ma ogni due settimane qualcuno sarebbe andato in città per comprare rifornimenti, e il soccorso satellitare era attivo ventiquattr’ore su ventiquattro in caso di emergenza.
Almeno per la prima settimana, i giorni si susseguirono in modo lineare e le notti trascorsero tranquille.
Al calare del sole del tredicesimo giorno Wilfred Harvey si sorprese a pensare a come quel genere di lavoro, dopo tanti anni, continuasse ancora a dargli grandi soddisfazioni. Disseppellire un cadavere di una certa importanza storica, studiarlo e cercare di capire la storia e lo stile di vita dalla composizione delle ossa, lo rilassava: un paradosso, questo, generato da certe menti complicate, come la sua.
Verso le otto di sera si era alzato un forte vento freddo da nord e, nonostante la luce fosse ancora buona, la squadra aveva dovuto abbandonare il campo prima del previsto.
Dormivano tutti nella stessa tenda per non sfidare la termodinamica: più persone compresse in un piccolo spazio, voleva dire più calore. E quando fuori la temperatura può raggiungere i -40°C non si è mai troppo stretti: gli spazi personali ad un certo punto diventano spazi comuni e si impara a convivere serenamente.
Era notte fonda quando Wilfred sentì un fruscio di passi incerti tra il sibilo del vento che scuoteva la tenda. Su un primo momento pensò si trattasse di uno dei ragazzi che si alzava per andare in bagno ma, qualche istante dopo, la voce di Ria vicino all’orecchio smentì la sua ipotesi.
«Professore», bisbigliò la ragazza, con il tono insicuro di chi cerca di nascondere un certo imbarazzo per ciò che sta per chiedere. «Sta dormendo?»
«Ora non più», rispose gentilmente Wilfred rintanato nel tepore del sacco a pelo. «Che cosa c’è?»
«Il rumore del vento mi disturba», rispose.
L’uomo aprì gli occhi e girò la testa di lato in cerca del viso di lei: era buio pesto e l’unica cosa che gli parve di riconoscere fu una sagoma indefinita accucciata lì accanto. Se la immaginava seduta a gambe incrociate con lo sguardo perso in un punto imprecisato.
«Prof, secondo lei… quanto è grande l’universo?»
«Infinito.»
«Come lo sa?»
«Lo so perché tutti i dati lo confermano.»
«Ma lei ne ha le prove?» Ria si mosse e sfiorò per sbaglio un braccio dell’uomo. Quel contatto inaspettato, seppure indiretto – perché la tela del sacco a pelo li separava – diede a Wilfred la motivazione necessaria a sporgere una mano di fuori e afferrare la lanterna spenta che aveva in parte. La accese e regolò la luce al minimo, poi sollevò il capo e incrociò lo sguardo della ragazza. Gli occhi scuri del professore – quegli occhi che non erano invecchiati e che ancora nascondevano il bagliore di un sogno da realizzare e la curiosità di scoprire nuovi tesori – non riuscivano a sondare in profondità la maschera che Ria si era costruita: i suoi pensieri restavano quindi un mistero.
«No, non ho le prove», disse infine sospirando.
«Ma li ha visti questi dati?», insisté lei, con la caparbietà di chi vuole sapere ad ogni costo.
«No. Effettivamente no», ammise il prof. E avrebbe voluto aggiungere che, in ogni caso, non sarebbe riuscito a comprendere nulla con le basi di studio che aveva: lui era un paleopatologo, non un matematico, ma la stanchezza lo fece esitare e Ria finì per riprendere la parola.
«Allora come può essere certo che sia infinito?»
«Non lo sono, suppongo solo sia così.»
«Mm… Lo stesso vale per l’amore, credo», concluse la giovane.
L’uomo distolse lo sguardo, tormentato da mille pensieri sul significato di quella inattesa conversazione che aveva avuto luogo nel cuore della notte. Si chiese dove volesse andare a parare quella geniale testolina bionda con un discorso del genere. Che avesse forse intuito qualcosa?
«Torna a dormire ora», disse secco, seppellendo la faccia sotto l’imbottitura del sacco a pelo e cercando conforto nell’oscurità.
“Solo un amore impossibile può essere eterno”, pensò. “Ciò che non può essere raggiunto fisicamente, continua a vivere per sempre nell’immaginazione. Ti amo, Ria .”

Parte V


Glossario:

1- Jiayuguan (嘉峪关 Jiāyùguān): si trova non lontano dalle grotte di Mogao vicino all’oasi di Dunhuang ed è la fortezza più estrema della muraglia cinese, oltre che la testimonianza artistica meglio preservata dello sviluppo del Buddhismo in suolo cinese.

Note autore:
Il dialogo sull’universo, presente in questa parte di racconto, è una traduzione un po’ rielaborata dello scambio di battute che avviene all’inizio di questa melodia ambient: glo & unforseen – infinite.


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Il paleopatologo (parte III)

Parte II

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  1. Un deserto tra noi

Nel deserto del Gobi la temperatura oscillava da un massimo di +40°C a un minimo di -40°C. Il terreno arido e il clima, caratterizzato da escursioni termiche proibitive, impedivano qualsiasi tipo di coltura. Il luogo, abbarbicato su un altopiano, era tanto disagevole che nessun occidentale con un minimo di buon senso avrebbe mai avuto la brillante idea di trasferircisi. I pochi nomadi che popolavano la zona compivano le loro abituali traversate sul dorso di cavalli o cammelli. Gli studiosi in missione di ricerca, invece, preferivano affittare un fuoristrada a trazione integrale per raggiungere i siti archeologici più interessanti: così aveva scelto di muoversi anche la squadra diretta dal professor Wilfred Harvey.
La sua vita si divideva tra ricerca sul campo e insegnamento all’università. Per quattro mesi soggiornava in una tenda nel deserto del Gobi, per altri quattro in una città piena di comfort dove, per guadagnarsi da vivere, teneva un corso di paleopatologia nell’ateneo più importante della regione. Durante il rimanente periodo estivo restava a casa a deprimersi, da solo.
Gli costava molto ammetterlo, ma si era abituato anche all’assenza di sua moglie, strappata a lui da una malattia incurabile sei anni prima. Non aveva figli che la domenica potessero andare a fargli visita, e l’unica cosa che lo faceva andare avanti era il suo lavoro. Era felice di insegnare e di poter stare a contatto con i suoi giovani allievi, ora più che mai.
Il periodo estivo, tuttavia, significava distanza. Ria abitava a più di duecento chilometri da lui, per cui, anche volendo, non avrebbe potuto andare a fare un giro nei dintorni con la speranza di incontrarla per caso. Gli mancava la sua voce che gli poneva qualche domanda, e ricordava con nostalgia il giorno in cui si erano scontrati davanti all’entrata della biblioteca: l’inaspettata agitazione che lo aveva colto, quando le mani guantate di Ria avevano fatto pressione sul suo petto per evitare di cadere, era ancora molto vivida. Mentre lui stava per entrare, lei aveva spalancato la porta e si era riversata all’esterno in tutta fretta, cadendo letteralmente tra le sue braccia.
«Oddio! Mi scusi tanto professore! Sono in ritardo per la lezione di chimica del restauro», aveva detto scostandosi immediatamente da lui e correndo via.
«A domani!», le aveva risposto Wilfred con un sorriso. Ripensando a quell’episodio durante la giornata, si era sentito uno sciocco: così, semplicemente per essersi creato l’aspettativa che il giorno seguente lei sarebbe venuta al suo corso solo perché gliel’aveva detto lui.
Era stato in quel preciso momento che aveva pensato al deserto del Gobi come a un rifugio. Per quanto quella lontananza forzata lo tormentasse, era convinto che più chilometri avrebbe messo tra le loro vite, più facilmente sarebbe riuscito a rassegnarsi al fatto che un giorno non l’avrebbe più rivista. Mancavano solo quattordici mesi alla laurea, e Ria aveva già espresso la volontà di averlo come relatore. Con rammarico si era visto costretto a respingere la richiesta, tirando fuori il primo pretesto disponibile. Perché tra tutti i professori Ria aveva scelto proprio lui? Che in realtà provasse un po’ d’ammirazione nei suoi confronti?
Il deserto del Gobi, quella terra desolata lontana dal mondo civile, era l’unica possibilità che aveva di uscire da quella situazione. A cinquantanove anni sapeva che avrebbe dovuto smetterla di organizzare missioni in terre inospitali e irte di pericoli, eppure continuava a farlo, come a voler sfidare il tempo che gli aveva ingrigito i capelli e gli aveva portato in dono rughe e acciacchi. Solo gli occhi erano rimasti gli stessi, quelli scuri e intensi di quando era ragazzino, ma lui non se ne rendeva conto. Si sentiva vecchio, e allo specchio non vedeva altro che i segni dei suoi anni. Quel luccichio che ancora si nascondeva nello sguardo, rivelando la presenza di qualche sogno segreto e la curiosità di scoprire nuovi tesori, quello, lui non lo distingueva più…
Mai avrebbe immaginato che quella ragazzina avrebbe fatto domanda per entrare nella sua squadra di ricerca. Sulle prime aveva cercato di protestare pacatamente con il rettore, ma infine si era visto costretto ad arrendersi. Che razza di genitori irresponsabili doveva avere! Se fosse stata sua figlia, Wilfred non l’avrebbe mai lasciata partire per un luogo tanto lontano e impervio.
L’equipe di studiosi era formata da nove individui provenienti dalle migliori università del mondo: Wilfred era il più anziano e Ria la più giovane.
Il professore era conscio del motivo per cui era costretto a condividere la stessa tenda con lei: quella geniale testolina bionda di Ria Norrel nascondeva l’ambizione di una laurea con lode e competenze extracurricolari da aggiungere alla sua, già impeccabile, carriera scolastica. Eppure Wilfred Harvey non smetteva di pensare che sotto sotto ci fosse anche un’altra ragione.

Parte IV


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Il paleopatologo (parte II)

Parte I

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  1. Note amare

Circondato fra le braccia dell’ateneo, il giardino del dipartimento era un terreno di circa tremila metri quadri cosparso d’alberi piantati senza alcun particolare schema. Una manciata di panche di legno erano disposte qua e là, le più raggruppate a tre, poche altre solitarie collocate lungo il perimetro. Da un po’ di tempo, Wilfred Harvey arrivava in anticipo di mezz’ora dall’inizio della sua lezione e attendeva seduto su una di quelle più appartate. Terminato l’insegnamento, se Ria si attardava un po’ nei dintorni, lui tornava lì e la spiava segretamente, fingendo di leggere un libro.
A Ria non piacevano le giornate troppo soleggiate; sceglieva ogni volta i posti più in ombra e, quando non era in classe, indossava sempre occhiali da sole, persino se pioveva. Inoltre doveva essere una tipa piuttosto freddolosa, perché – da che lui avesse memoria – l’aveva continuamente vista con le mani coperte, anche ora che la bella stagione stava mitigando il clima. Ogni settimana indossava guanti di diverso colore; li toglieva solo per indossare quelli in lattice del laboratorio. “D’altronde le personalità geniali sono anche le più eccentriche”, pensava Wilfred. Ed era anche per questo che le piaceva. Amava tutto di lei: il suo aspetto fisico, il suo carattere enigmatico, il suo essere appassionata durante le spiegazioni e pronta a intervenire con entusiasmo.
Anche quel giorno Ria si era accampata nel posto più ombreggiato del giardino, mentre il professore sostava qualche panca più in là, fingendo indifferenza. Nell’edificio che ospitava i laboratori di chimica qualcuno aveva acceso la radio: dalla finestra spalancata una musica dance remixata si spandeva all’esterno. Solo i colleghi di chimica potevano avere un tale senso dell’umorismo: portare la radio dove già c’era un suo omonimo sotto il numero 88 della tavola periodica degli elementi.
Un gruppetto di ragazze scese la scala antincendio seguendo il ritmo della melodia, attraversò il giardino, ed entrò in un’altra ala dello stabilimento.
Per essere primavera la temperatura sembrava quella di una giornata estiva. Ria indossava vestiti succinti: una maglia larga e molto scollata che le lasciava scoperte le spalle, un paio di leggings a pinocchietto e guanti bianchi con risvolti in pizzo. Il professore la osservava con prudenza, assaporando quell’atmosfera così particolare che si era venuta a creare.
La musica remixata proveniente dal laboratorio terminò lasciando posto alla successiva, Undisclosed Desire dei Muse. A Wilfred sembrò che le parole della canzone gli stessero suggerendo qualcosa, che parlassero della sua situazione.
Ad un certo punto Ria tolse gli occhiali da sole, se li portò sulla testa e abbandonò la panchina. L’uomo calò prontamente lo sguardo sul libro che teneva in mano, evitando per un soffio di incrociare lo sguardo della giovane che aveva iniziato a muoversi verso la sua direzione.
«Buongiorno prof, di cosa parlerà oggi?»
In piedi davanti a lui, Ria lo indagava con sguardo curioso giocherellando con una ciocca di capelli biondi tra le mani, gli occhi visibilmente disturbati dalla luce.
«Svolgeremo un esperimento pratico. Abbiamo l’autorizzazione per esaminare dei resti.»
Ria sembrò entusiasta dell’idea. Stava per parlare di nuovo, ma fu di colpo attratta dalla musica proveniente dal laboratorio vicino.
«Questa è una delle mie canzoni preferite», ammise lei, senza che Wilfred le chiedesse nulla. «È curioso come una melodia possa riportare in superficie certi ricordi sepolti. Sono solo onde: l’aria che si comprime e forma questa cosa invisibile che possiamo udire.» Sospirò lievemente.
Wilfred non disse niente, tormentato nell’animo da quella inaspettata vicinanza; la situazione era già andata troppo oltre per i suoi gusti. Alla fine si schiarì la voce e, con un tono forse un po’ troppo aspro, si rivolse nuovamente alla ragazza: «La lezione di oggi potrebbe essere piuttosto scioccante per te.»
Lei scoppiò in una risata rumorosa facendogli venire un colpo. «Scusi prof», cercò di ricomporsi, ma un sorriso benevolo continuava a colorarle il volto, facendo sentire l’uomo ancora più vecchio e inadeguato. «Quando ho scelto di studiare paleopatologia sapevo che avrei dovuto analizzare dei cadaveri. Ho visto cose peggiori», concluse. E nell’istante immediatamente successivo si rabbuiò, pentita di quell’inopportuna confidenza.

I know you’ve suffered
But I don’t want you to hide
It’s cold and loveless
I won’t let you be denied

Parte III


Credits: Undisclosed Desire – Muse

Licenza Creative Commons “Il paleopatologo” di Monique Namie
è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Il paleopatologo (parte I)


NB: È probabile che per una parte del racconto vi chiederete dove sta l’elemento sovrannaturale; se avrete pazienza di continuare la lettura lo scoprirete.


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  1. Prologo

Wilfred Harvey, da più di trent’anni insegnante di paleopatologia all’università, ad un certo punto aveva realizzato di essere perdutamente innamorato.
Con tonalità leggere come quelle di un acquerello, la realtà si era gradualmente dipanata sul suo schermo mentale. Dal momento in cui lei era entrata in aula per la prima volta, all’attimo in cui Wilfred aveva ottenuto la conferma di ciò che aveva sperato fosse solo un disturbo mentale dovuto all’età, erano passati circa tre mesi. La presa di coscienza delle sue emozioni fu alquanto sconvolgente.
Era un giorno di fine maggio, dai lucernai sul soffitto entravano i raggi caldi del sole primaverile e lei, Ria Norrel, era seduta in seconda fila, intenta a compilare i fogli di un facsimile dell’esame di fine quadrimestre. Il suo viso, graziosamente ovale, aveva un colorito così pallido da ricordare la porcellana, i grandi occhi dalle iridi blu sembravano preziosi gioielli, i capelli biondi le ricadevano con eleganza sulle spalle e larghi abiti sportivi nascondevano pudicamente le sue curve senza, tuttavia, sminuirne la bellezza.
Nel pomeriggio, barricato nel suo studio per correggere le prove, la curiosità spinse il professore a cercare il foglio con il nome della giovane che da un po’ aveva ottenuto il monopolio dei suoi pensieri. Dietro la facciata da brava ragazza nascondeva qualcosa di indecifrabile, misterioso, inoltre era brillante e dedita al corso di paleopatologia come non lo era mai stato nemmeno lui durante i suoi anni da studente. Le sue risposte alle domande erano perfette: aveva analizzato con occhio esperto – senza trascurare alcun dettaglio – le foto dei resti di cinque diverse sepolture. L’esame finale comprendeva anche una prova pratica, che prevedeva l’uso delle attrezzature del laboratorio di chimica e una certa abilità matematica, ma Wilfred era più che sicuro che lei se la sarebbe cavata alla grande. Si era persino sorpreso a fantasticare: gli sarebbe piaciuto averla come assistente o come collaboratrice di ricerca, un giorno. Qualche attimo dopo, vagliando la possibilità che forse lei aveva altri progetti per il futuro, si sentì disorientato. Era conscio dell’assurdità delle sue emozioni, eppure, all’idea di non vederla più dopo la laurea, non poteva fare a meno di provare una certa angoscia.
Da quando aveva compreso ciò che gli stava suggerendo il cuore, tutto era diventato più difficile. Fingeva indifferenza quando la incontrava nei corridoi, cercava di controllare gli elogi dopo un intervento particolarmente soddisfacente, e mentiva a se stesso sulle reali motivazioni che lo spingevano a sostare in giardino prima e dopo il termine della lezione.
Un uomo di scienza come Wilfred Harvey si era abituato, nel corso degli anni, a tenere assopite le emozioni e a far prevalere la ragione. Non avrebbe mai tentato nemmeno di offrirle un caffè ai distributori automatici: era una questione di principio. Si sarebbe mantenuto distaccato e avrebbe continuato a rapportarsi con lei con il tono professionale che riservava a tutti gli studenti del corso.
Innamorato di una ventiduenne che poteva essere sua figlia!? Proprio lui, che ormai era sulla soglia dei sessanta!
Sentiva che quei sentimenti non gli si addicevano, per cui cercava in ogni modo di soffocarli. Si sentiva vecchio: un uomo prossimo alla pensione, con i capelli grigi e il volto segnato dal tempo, non poteva permettersi di immaginare il proprio futuro con una ragazzina. E poi, se la gente avesse saputo…

Parte II


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