Viaggio di studio

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Il nostro albergo era situato vicino alla spiaggia, così potevamo procurarci facilmente i campioni d’acqua da analizzare. La porzione di mare davanti all’albergo era uno schifo, quindi normalmente ci si spostava con le provette oltre la scogliera.
Eravamo lì da circa una settimana e non mi ero ancora del tutto abituata alla stranezza di quel tratto di mare. Davanti all’albergo l’acqua era torbida e piena d’alghe. Scavalcata la scogliera sembrava quasi di essere arrivati in un paradiso tropicale. Forse, senza accorgercene, attraversavamo un portale invisibile che conduceva dall’altra parte del mondo. Il mare là era tanto trasparente che si potevano vedere le conchiglie sul fondo, sulla superficie galleggiavano petali di fiori colorati e nell’aria si levava profumo di agrumi.

Il laboratorio in cui analizzavamo i campioni d’acqua era un luogo particolare ma accogliente. C’era un lungo tavolo in acciaio accostato alla parete da un lato. In fondo alla stanza appesa al muro c’era una lavagna bianca in cui il professore era solito scrivere qualche formula chimica. Tutto attorno erano disposti i macchinari per le analisi e nell’angolo più lontano, appesa alla parete c’era una bacheca quadrata con dei telefoni neri. Gli apparecchi erano funzionanti, ma non riuscivo a capire a che cosa servissero in un laboratorio di analisi dell’acqua. Anche loro, tuttavia, erano diventati una presenza fondamentale per rendere quel posto speciale.

Il giorno del ritorno a casa, un autobus a due piani ci aspettava nel parcheggio dell’albergo e io sentivo già che quei luoghi mi sarebbero mancati.
Dopo appena qualche chilometro di strada, il mezzo si fermò davanti a un supermercato. Il professore disse che chi voleva scendere a comprare qualcosa poteva farlo, ma doveva sbrigarsi. Il pullman, infatti, sarebbe ripartito tra una decina di minuti.
Zaino in spalla, scesi seguendo una mia compagna di classe fino al reparto alimentari. Il supermercato non era molto grande: aveva appena qualche fila di scaffali. L’idea era quella di comprare qualche stuzzichino da sgranocchiare durante il ritorno. Scelsi cracker al mais, barrette ai cereali e ovetti al cioccolato. Nei primi due era scritto a chiare lettere che non era stato usato l’olio di palma, ma non riuscivo a trova la scritta con gli ingredienti del terzo pacchetto. Poiché avevo già perso troppo tempo, decisi di controllare mentre andavo alla cassa. Se, una volta arrivata, non avessi trovato nessuna informazione avrei acquistato solo i cracker e le barrette. Così fu. Depositai sul nastro scorrevole solo due prodotti. La cassiera – che aveva l’aspetto di una strega delle favole con l’aggiunta di trucco e permanente –  sollevò con molta calma lo sguardo su di me.
«Spesa da duecento euro eh? Potevi comprare anche qualcosa in più.»
Per un attimo restai interdetta, poi risposi con le prime parole che mi vennero in mente: «Sono in gita scolastica, mi servono solo poche cose e ho fretta.»
Alla cassiera-strega parve non importare e con la solita estrema calma scansionò i prezzi dei due prodotti. Aspettai che mi dicesse il totale, invece frugò nella cassa e mi porse una manciata di monete. “Ma che fa? Mi dà il resto prima che paghi?”, pensai.
Tolsi lo zaino dalle spalle, lo aprii e presi il portafoglio. «Vanno bene cinque euro?»
Con tutto il resto che mi aveva dato, la differenza probabilmente sarebbe stata comunque di appena qualche centesimo. L’altra annuì, prese la banconota e non mi diede nemmeno lo scontrino. Non stetti lì a discutere perché avevo già perso troppo tempo. Presi i prodotti in mano e come mi girai finii addosso alla lunghissima fila di persone che stava aspettando alla cassa vicina. Chiesi scusa e con un po’ di fatica riuscii a farmi strada e a raggiungere l’uscita. Davanti alle porte automatiche ebbi la sensazione di aver dimenticato qualcosa: lo zaino! Lo avevo lasciato davanti alla cassa. Tornai in dietro, ma quando arrivai non c’è già più. Così raggiunsi sconsolata il parecchio e proprio lì vidi il mio zaino in mano a un gruppo di ragazzi esaltati. Riuscii a farmelo restituire senza difficoltà: tanto i soldi li avevano già presi e fatti sparire. Pazienza, non ci tenevo a vedermi un coltello puntato contro. Ma il peggio doveva ancora arrivare: l’autobus era partito senza di me.

Macinai a piedi i pochi chilometri che mi separavano da quello che era stato per circa una settimana il nostro alloggio. Entrai nel laboratorio, che ora sembrava diventato la hall dell’albergo, e iniziai a utilizzare i vari telefoni appesi al muro per cercare di contattare qualcuno. Sembrava che tutti avessero il cellulare spento. Verso sera riuscii a contattare una mia compagna di classe. «Sei diventata un mito», mi disse lei in tono allegro e spensierato. «Hai fatto impazzire il professore.» In sottofondo si sentivano delle risate e la voce arrabbiata di un uomo.


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Il sentiero per il tempio

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Il sentiero per raggiungere il tempio pagano è tortuoso. Non è la prima volta che ci vado. Anche se mi è stato proibito esplicitamente di tornarci, è più forte di me. Io devo sapere, voglio ampliare le mie conoscenze e non posso permettere che qualcun altro scelga per me, togliendomi la libertà.
Adesso, alla faccia di chi mi aveva raccomandato di starne alla larga, sto percorrendo nuovamente il solito sentiero di terra battuta. Mi piace la sensazione che mi regala la vista di quel suo colore intenso, quasi tendente al rosso. Solo lì la terra ha quella tonalità. Sembra di stare in un ambiente esotico, lontano. Riconosco ogni curva del tracciato, ogni ruscello che lo attraversa, ogni albero che si sporge curioso da qualche isoletta in mezzo all’acqua. Sì, il percorso si trova proprio in mezzo a un territorio paludoso. Ogni tanto un fiumiciattolo attraversa la zona praticabile. Proprio ora ne scorgo uno davanti a me. L’acqua ha scavato un alveo che deforma il sentiero, ma qualcuno ha disposto dei grossi sassi a distanza regolare che fungono da passerella. Sono pietre bianche e larghe che conferiscono un senso di stabilità e sicurezza.
Qualcuno potrebbe pensare che questa strada, questo collegamento tra la civiltà e il tempio, sia disagevole. Forse lo è davvero. Nessun tipo di mezzo di trasporto può passare, perché resterebbe bloccato. L’unica soluzione è andarci a piedi, come in un pellegrinaggio.
Oggi il sole non è bruciante come al solito. Quando raggiungo la mia destinazione, mi accorgo di un fronte nuvoloso in rapido avvicinamento dai monti a nord. Si è alzato anche un venticello fresco che porta sollievo. Le foglie degli alberi sono agitate e, forse per questo, anch’io inizio a sentirmi un po’ inquieta.
Il tempio è un edificio ocra a più piani che ricorda l’architettura indiana. Faccio visita al cimitero vicino, disposto sotto a una grotta naturale: le lapidi sembrano scavate direttamente nella roccia del suolo e sono coperte da un velo di muschio che le fa apparire vecchissime. Dopo aver salutato alcune persone, mi metto in cammino per il viaggio di ritorno. Le nubi hanno ormai ammantato tutto il cielo. In montagna sta già piovendo. L’acqua della palude inizia a salire, i fiumi si gonfiano e perdono la loro forma originaria. La natura si sta divertendo a rimodellare tutto ciò che c’è attorno. Sul sentiero del ritorno non vedo più la passerella creata con i confortanti massi bianchi. Sulla terra rossa, il fluire agitato dell’acqua ha formato delle piccole isolette grandi pochi centimetri. Mi sento come un gigante in mezzo al delta di un fiume.
Anche se il territorio sta mutando ed è difficile trovare punti di riferimento, sono quasi certa che la strada del ritorno sia giusta. Attraverso, dunque, il letto del fiumiciattolo che ho davanti, inzuppandomi e sporcandomi le scarpe di fango. Proseguendo, arrivo accanto a una recinzione composta da una bassa mura che non avevo mai notato prima. Ciò mi fa temere di essermi persa. L’acqua intanto continua a salire e ora mi arriva già a metà gamba. Tolgo il cellulare dalla tasca dei pantaloni per metterlo su quella più alta della giacca. Tuttavia, qualche istante dopo, un passo falso mi fa finire dentro a una profonda buca sommersa. Ora ho letteralmente l’acqua alla gola. È un liquido scuro e fangoso che mette angoscia. Prendo il cellulare fradicio e lo sollevo fuori dall’acqua lasciandolo sgocciolare. Dalla luce emanata dallo schermo si direbbe ancora funzionante e penso che non ho nulla di cui preoccuparmi, perché tanto il Nokia è indistruttibile.


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Numero sette

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Appartengo a una comunità in cui solo pochi eletti possono entrare a far parte della SSQ, la Suicide Squad, una squadra che in realtà con i suicidi non ha nulla a che fare. Si tratta semplicemente di un gruppo di persone che amano l’azione e l’adrenalina e che, quindi, intraprendono missioni piuttosto movimentate di vario tipo.
I posti sono limitati, e a me è già stato fatto capire che non potrò mai accedervi perché, per poter sottoporre la mia candidatura, devo attendere che prima siano ammessi tutti i parenti più giovani del capo della comunità… e vi posso assicurare che sono molti.
C’è un luogo dedicato agli allievi della SSQ che è off-limits per le persone comuni. L’ubicazione è conosciuta da tutti, ma se qualcuno di non autorizzato decide di andare a curiosare, viene severamente punito. Vi si accede da una porta che si trova in fondo all’atrio della residenza principale del villaggio. L’edificio appare come una vecchia villa del ‘700, ma la porta dell’aula dedicata alla SSQ è moderna, in materiale metallico e coperta da eleganti tendaggi azzurri.
Una sera, mentre tutta la comunità è impegnata in una riunione, io mi dirigo verso la porta, animata da intenti ribelli, decisa ad assecondare la mia curiosità. Abbasso la maniglia, varco con cautela la soglia per poi richiudermi l’uscio alle spalle. Il luogo sembra un ibrido tra un magazzino e un’aula scolastica: da una parte ci sono degli scaffali addossati al muro con su stipate innumerevoli cianfrusaglie e dall’altra ci sono dei banchi con le sedie e una lavagna digitale alla parete.
Esploro un po’ in giro e accendo anche lo schermo della lavagna su cui compare una complicata espressione matematica. Capisco immediatamente che si tratta del quesito dell’esame da superare per far parte della SSQ. Mi metto a risolvere il calcolo mentalmente e, proprio quando giungo al risultato, il capo della comunità entra e mi sorprende lì dove non dovrei essere. Dal suo atteggiamento non si direbbe arrabbiato, ma rassegnato a dover fare qualcosa che ha già fatto altre volte. Il suo sguardo incute un certo timore: sembra volermi chiedere scusa per quello che succederà. Poi alza le mani al cielo e grida qualcosa che sembra un’invocazione o una formula magica. Subito un cerchio di fuoco mi circonda. Grido il risultato dell’espressione che ho risolto. Forse spero che questo mi possa salvare. «Sette! Il risultato è sette!»
Ma il cerchio di fuoco attorno a me si fa sempre più vicino…
Riesco a gridare un’ultima volta il numero sette prima che il cerchio mi inghiotta facendomi sparire.
Il capo della comunità crede di avermi incenerita. Ma io sono ancora lì, seppure invisibile, e vedo tutto. Vedo che sul pavimento della stanza è rimasto un cerchio nero su cui prima si alzavano le fiamme e poi vedo lui che esce per tornare alla riunione, come se non fosse successo nulla. Improvvisamente la scena cambia e mi ritrovo a nuotare in un mare di fango. Mi faccio strada fra la terra e risorgo in un campo incolto vicino al villaggio della comunità. Posso spostarmi con la sola forza del pensiero e le mie braccia si allungano a dismisura, come tentacoli oscuri, verso gli ignari residenti del villaggio.


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“Numero 7” di Monique Namie
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Marea crescente

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Le maree stanno cambiando. Ogni giorno il livello dell’acqua sale di qualche metro in più. L’ultima volta ha raggiunto i tre metri e sulle abitazioni si può ancora vedere il segno dell’altezza esatta: una linea scura e sporca che il mare ha tatuato sulle pareti linde per comprovare la sua esistenza.
La città in cui mi trovo sembra un polo industriale abbastanza moderno. Non abito qui; ci sono venuta solo per assistere di persona al fenomeno della marea crescente. Le strade e i marciapiedi sono stati ripuliti. Non si direbbe che ore prima fossero invasi dall’acqua salata. Sento suonare una sirena che avverte del nuovo innalzamento del mare, dunque cerco un posto alto da cui osservare.
Non ho un mezzo di trasporto su cui spostarmi per cui procedo a piedi. Mentre cammino cerco con gli occhi un palazzo o una qualsiasi altra struttura abbastanza alta. I cittadini sembrano lasciati allo sbando: c’è chi si chiude nella propria casa a due piani credendo di essere al sicuro. Non sanno che la marea sarà maggiore della precedente.
Dalla gente che fugge velocemente comprendo che l’acqua sta avanzando. Il fatto di dovermi spostare a piedi non mi aiuta di certo a trovare il prima possibile un riparo. Per fortuna arrivo nei pressi di un capannone abbandonato che potrebbe far al caso mio. C’è una scala di sicurezza esterna tutta arrugginita. Inizio a salire invitando anche altre persone a trovare riparo con me. Una ragazza coglie il mio suggerimento e mi segue. La scala, tuttavia, non sembra molto solida. Ad ogni passo dei rumori sinistri la fanno sembrare sul procinto di cedere. Sulle mani, con le quali mi sono aggrappata al corrimano, è rimasta una scia di polvere rossiccia a scaglie. La ragazza mi dice che conoscere un altro posto lì vicino in cui potremo essere al sicuro. Decido di fidarmi e la seguo. Anche a me è venuto in mente un altro edificio, alto abbastanza da sfuggire alla marea. Per un po’ penso sia lo stesso in cui mi vuole condurre la ragazza, ma quando ci fermiamo davanti l’entrata di un negozio di alimentari capisco che ho frainteso.
Varco la soglia del negozio e mi trovo davanti a degli scaffali di pane insacchettato e altri alimentari. L’edificio ha un tetto abbastanza alto, ma è disposto tutto su un unico piano. C’è una scalinata, su una parete, che serve per disporre le riserve alimentari: provo a salirci giusto per farmi un’idea dell’altezza. Infine decido che non è sufficiente. Mi chiedo come diavolo abbia pensato quella tipa di poter sfuggire al mare rintanandosi lì dentro. Torno indietro, verso l’uscita, e vedo che la marea sta già bagnando l’entrata. O la va o la spacca. Esco in strada e mi metto a correre, i movimenti intralciati dal livello dell’acqua che sale sempre più. Riesco a raggiungere un parcheggio sopraelevato a più piani e dà lì osservo, finalmente tranquilla, ciò che succede in basso. Delle persone si sono riparate su una struttura che sembra una grande serra con le pareti in plexiglass e temo per loro. Quando la marea tocca il picco massimo, il terzo piano del parcheggio in cui mi trovo è completamente allagato. La struttura in plexiglass, che osservavo prima, ora appare instabile. L’acqua l’ha staccata dalle fondamenta e sembra una barca che galleggia e viene scossa da un mare in tempesta.


NdA: Un altro sogno fantascientifico incentrato su tematiche apocalittiche. Molto probabilmente sono stata nuovamente influenzata dal libro di Firzt Leiber che sto leggendo, “Novilunio”. Le descrizioni del cambiamento delle maree terrestri sono quelle che mi hanno impressionato maggiormente.

Foto: “Acqua alta a Venezia” 19-11-2013


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“Marea crescente” di Monique Namie
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Spirali di montagna

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Sono dentro a un’auto assieme ad alcune persone. Senza che nessuno me lo dica, so che stiamo andando a fare un’escursione in montagna. È una certezza innata che forse deriva da frammenti dimenticati di ciò che è successo prima di trovarmi lì.
Ben presto l’auto si trova a percorrere una strada collinare che sale rapidamente, piena di tornarti e circondata da un boschetto di castagni e altri alberi (querce, tigli e aceri).
Ci fermiamo su uno spiazzo di ghiaia abbastanza ampio che funge da parcheggio naturale. Ci sono altre macchine e autobus fermi in quel posto. Lì vicino c’è anche un rifugio: una lunga casetta di legno disposta su un unico piano. La struttura è circondata dal verde: un prato ben curato che confina direttamente con la ghiaia del cortile. Tra i fili d’erba posso scorgere dei fiori selvatici colorati.
C’è uno stretto sentiero sterrato che dal parcheggio striscia di fianco al rifugio e s’inerpica, non troppo rapidamente, verso la montagna. Con la sua sola presenza, sembra invitarmi a seguirlo; così, con il sole alto che riscalda il mio corpo come se fossi una lucertola, m’incammino.
Ben presto il sentiero appare abbastanza affollato. Ci sono molte persone che avanzano lentamente guardando dritte davanti a loro: negli occhi hanno speranza e fede. Sembra quasi un pellegrinaggio.
Ad un certo punto smetto di osservare la gente e alzo lo sguardo verso il cielo che è di un azzurro limpidissimo. Alla mia destra e alla mia sinistra si alzano imponenti catene montuose. Hanno un colore argentato, quasi metallico; in alcuni punti ci sono delle frane, delle zone ciottolose chiare a tratti più brillanti. Inizio a pensare che le pareti montuose siano troppo verticali e che qualche masso finirà per cadere sul sentiero. Nonostante tutto – quelle montagne dai colori artificiali, così perfette da sembrare uscite dal pennello di un eccellete pittore – non mi incutono timore, anzi, mi affascinano. Non riesco a smettere di ammirare la loro magnificenza e di stupirmi della ripidità delle loro pareti rocciose. Mi arrampico sulle loro sporgenze con lo sguardo e giungo fino in cima. In quel momento mi rendo conto che sto guardando lo zenit, esattamente sopra la mia testa… Incredibilmente le cime dei monti sporgono verso di me come fiori piegati dal vento, le cime franose si arricciano formando un meraviglioso gioco di colori con il cielo azzurro. È una scena surreale: sembra che lì in alto manchi la forza di gravità, perché i massi e i ciottoli dovrebbero finirmi addosso, invece restano magicamente ancorati alla montagna.


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“Spirali di montagna” di Monique Namie
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Il fuoco fatuo nel bosco

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È una notte estiva e sto passeggiando in un parco con una cara amica. L’aria tiepida porta sollievo sui nostri volti accaldati dal sole cocente del giorno trascorso.
Stiamo parlando delle solite cose, del più e del meno, di come va la vita. Ad un certo punto lei si apre e decide di raccontarmi un segreto. Mi dice che nel bosco vicino al parco in cui ci troviamo, ha scoperto una cosa stranissima. Raggiungendo un posto preciso – che lei ricorda come “il luogo centrale privo di alberi con una grossa roccia da una parte” – si può assistere alla manifestazione di un fuoco fatuo che ti avvolge tutto il corpo con effetti benefici.
Spinta dalla curiosità e dalla passione per il mistero, chiedo all’amica di accompagnarmi nella zona in questione. Dopo una breve camminata arriviamo a destinazione. Le tenebre sono fitte. La vegetazione lascia a malapena passare qualche raggio di luce lunare. Gli alberi che circondano lo spiazzo appaiono come gigantesche sagome sinistre con braccia nodose che si allungano verso il cielo. Mentre il grosso masso laterale sembra un buco nero pronto a inghiottire tutto. Nonostante il buio e l’atmosfera misteriosa, avverto una sensazione di sicurezza e familiarità. Mi sposto proprio al centro della zona priva di vegetazione e cerco di concentrare lo sguardo nell’oscurità per vedere qualcosa. Un attimo dopo si alza da terra un pulviscolo luminoso di colore rosso brillante. La mia amica dice qualcosa a voce alta, forse “guarda, sta succedendo”, ma le parole si perdono nella notte. Il pulviscolo brillante aumenta e si compatta diventando simile a una fiamma. Il fuoco fatuo magico inizia ad avvolgermi. Nel momento in cui finalmente sono completamente avvolta da esso, inizio a vedere me stessa dall’esterno. È come se fossi un fiammifero o lo stoppino di una candela. Vicino al mio corpo la fiamma ha una sfumatura più chiara, e più si allontana più acquisisce un rosso vermiglio, più carico e scuro. Sembra un fuoco, ma non brucia, non è né freddo, né caldo, è come se non esistesse, come se fosse un’illusione. Dopo un po’ la luce sparisce e ritorna l’oscurità.


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Catastrofe aliena

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Mi trovo nel primo piano di una casa. Fuori sembra essere una calda giornata di sole, per cui tutte finestre sono aperte. Ci sono altre persone con me: gente sulla quarantina e un ragazzo amante delle poesie di Dylan Thomas.
Nel cielo, verso nord inizia ad avvicinarsi un fronte nuvoloso molto compatto. Siamo tranquilli, perché pensiamo che un temporale non ci farà male se resteremo al coperto. Basterà chiudere le finestre quando inizierà a piovere. Queste rassicurazioni vengono demolite da un’improvvisa bufera di vento e pioggia che entra dalle finestre con una forza impressionante. I soprammobili cadono a terra e si rompono, tutto si bagna in un attimo, il pavimento diventa scivoloso: ci ripariamo tutti dietro a una parete.
Sfidando il vento mi sporgo dal muro che mi protegge e guardo all’esterno da una finestra rivolta verso nord. Un’enorme parete d’acqua, come uno spaventoso tsunami, si sta avvicinando verso di noi. Propongo di contrastare il vento e tentare di chiudere e barricare le finestre rivolte a nord, che in tutto sono due. Con la prima non riscontriamo problemi. Tuttavia la seconda è bloccata da alcune pesanti coperte zuppe d’acqua. Rinunziamo al nostro intento e chiudiamo direttamente la porta della stanza. L’ondata arriva e sbatte contro la parete settentrionale dell’edificio superando poi l’abitazione. Incredibilmente gli infissi della porta e della finestra che abbiamo barricato reggono. Riesco appena a immaginare la devastazione della stanza che è rimasta con la finestra aperta. Un senso di impotenza mi assale.
Il peggio, tuttavia, sembra essere passato. Il cielo è ancora grigio, ma non più minaccioso come prima. Verso sud, nel giardino, si avvicina un essere grigio con lunghe braccia che arrivano fino a terra e dita sottili e scheletriche. Ci nascondiamo. Io mi appiattisco contro il radiatore sotto a una finestra. Guardo in alto. C’è ancora un po’ di vento che muove la tenda bianca: con la luce sinistra che filtra, appare come il velo di un fantasma.
Sento un senso d’inquietudine che mi assale. Una mano lunga e grigia, con dita scheletriche varca la soglia della finestra e scende verso la mia direzione. La tenda intralcia i movimenti dell’alieno. Più volte è sul punto di toccarmi, ma infine desiste e ritrae la mano. Lo osservo con circospezione dalla finestra, mentre si dirige verso un altro edificio più a est. A ore dodici, in mezzo a un prato, l’essere ha lasciato incustodito il suo mezzo di trasporto: un classico disco volante di colore grigio metallico.
A quel punto cerco di convincere le persone che sono con me a uscire per raggiungere il mezzo. Tutti sembrano ben disposti, meno che il ragazzo. Riesco a convincerlo solo mettendomi a parlare di poeti maledetti e cose oscure.
Alla fine saliamo tutti nel disco volante che da dentro sembra un comunissimo autobus.
Ora, in qualche modo, mi appare chiaro che la furia naturale che abbiamo vissuto poco prima è ricollegata all’arrivo dell’essere alieno. L’extraterrestre, che sicuramente non è giunto da solo, sta modificando gli equilibri geo-climatici terrestri. La natura, insofferente, si palesa furiosa attraverso vulcani, terremoti, tsunami e trombe d’aria.


NdA: Ho fatto questo sogno probabilmente influenzata da un libro di fantascienza che sto leggendo: “Novilunio” di Fritz Leiber. Nel racconto, un pianeta alieno compare poco più distante della Luna, dando vita a una serie di catastrofi naturali che portano caos e distruzione su tutta la Terra.


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La reggia del collezionista

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Improvvisamente catapultata all’interno del corridoio di un lussuoso palazzo, osservo gli stucchi e gli arredi che abbelliscono le pareti. I muri sono altissimi e si direbbero di marmo bianco poroso. A una certa altezza dal suolo, tale che bisogna alzare lo sguardo per vedere bene, sono appesi dei quadri rettangolari, così grandi che coprono gran parte del bianco del muro. A parte la presenza dei quadri, all’ambiente è vuoto e il colore candido suggerisce un clima asettico. A destra e a sinistra, il corridoio si dirama come un labirinto rivelando ampi archi, anch’essi di marmo niveo.
Una musica, proveniente da una zona imprecisata dell’edificio, mi raggiunge. Se dovessi descriverla, la definirei come una melodia medioevale molto ritmica: il tempo è scandito da strumenti a percussione moderni e forse da un sintetizzatore. Qualcosa, in quelle note che stanno a metà tra il passato e il futuro, infonde nell’atmosfera del luogo una sensazione di arcano misticismo.
Con quel piacevole suono come sottofondo, inizio a esplorare il posto. Ovunque vada, sulle pareti bianche, altissime, ad almeno due metri e mezzo da terra, sono appesi degli enormi dipinti rettangolari con il lato più lungo disposto orizzontalmente.
Percorro lunghi corridoi e varco ampie porte alla ricerca di qualcosa, ma i saloni sembrano tutti identici. Ad un certo punto, finalmente, supero un arco e raggiungo una stanza particolare che si differenzia dalle precedenti. Addossato alla parete sud, c’è un altare basso, dello stesso colore delle pareti e rialzato di qualche gradino; sopra di esso è posizionato un trono di marmo su cui è adagiato un sovrano barbuto. O meglio la statua di un sovrano con barba, corona e mantello.
Il re appare come un uomo tutto bianco, abiti compresi, modellato in una posizione obliqua che lo fa sembrare svenuto o addormentato.
La musica medievale che sentivo prima non c’è più.
Sposto lo sguardo in giro per la sala. Cerco di identificare qualche dettaglio proprio dei quadri che ho attorno. La tela del dipinto su cui decido di concentrare l’attenzione raffigura un paesaggio naturale, ma è rovinata per tutta la lunghezza da un vistosissimo strappo restaurato. La lacerazione sembra la bocca schiusa di un demone. In quel punto i colori del paesaggio sono assenti e si vede il fondo ocra della tela. Sposto lo sguardo anche sugli altri quadri e noto che su tutti è presente lo stesso sfregio. Sento salire una specie di angoscia ingiustificata. Con la coda dell’occhio vedo qualcosa muoversi a lato: la statua del sovrano è ancora immobile, ma mi accorgo che ora il suo corpo sembra più vero, non appare più come un blocco di marmo, ma di carne. I colori pallidi della roccia sono rimasti pressoché gli stessi di quando l’ho visto la prima volta, eppure ha acquistato una consistenza flaccida che lo fa apparire come un cadavere o uno spettro. Il re giace morto. Ma un attimo dopo spalanca gli occhi e si alza. Tra le mani vedo che regge una spada di metallo che fino a un momento prima non avevo notato. Non sembra avere buone intenzioni, quindi fuggo attraversando corridoi labirintici e ritrovando le stanze lussuose che avevo lasciato in precedenza. La mia corsa è destinata a non trovare conclusione.


Licenza Creative Commons “La reggia del collezionista” di Monique Namie
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