Vita da portalettere: l’avventura finisce così

Magari fosse un titolo clickbait. Le poste mi hanno fatto scatto matto.

Mi mancavano due giorni al termine del periodo di prova. La mia sfortuna è stata quella di infortunarmi entro questo periodo. Se mi fosse successo tre giorni dopo forse starei ancora lavorando con contratto rinnovato.
Sostanzialmente mi hanno licenziata perché la somma dei giorni dell’infortunio ha superato la somma dei giorni di prova, mentre ero al terzultimo giorno di prova.

Alcuni la definiscono un’azienda amica che offre molte opportunità di lavoro ai giovani, ma dalla mia esperienza ho avuto l’impressione che dei giovani abbia davvero una scarsa considerazione. Quando ho firmato il contratto c’erano altri quattro ragazzi e una ragazza che firmavano per un contratto come il mio ma in altre zone. Avrei dovuto immaginare che fosse strano che ci fosse così tanta gente assunta nello stesso giorno. E che guarda caso tutti non avessero mai avuto esperienza pregressa con l’azienda.
Tra parentesi, la ragazza mi raccontò che aveva lasciato un lavoro a tempo indeterminato da barista per il nuovo lavoro di portalettere a tempo determinato. Un altro ragazzo era deciso a chiudere il suo conto corrente bancario e aprirne uno postale. Infatti quest’azienda non effettua accrediti nel conto corrente bancario, ma solo su quello postale e chi non ce l’ha e non vuole farsi un nuovo c/c da loro, deve andare a ritirare lo stipendio allo sportello. Spero che questi ragazzi siano capitati in un ufficio migliore del mio e non si siano pentiti della loro scelta. Chiusa parentesi.
Una volta arrivata al centro assegnato, i postini fissi mi hanno detto che, prima di me, sono passati un sacco di giovani che hanno mollato quasi subito. La ragazza prima di me ha resistito solo pochi giorni perché il lavoro non le piaceva.
Ai superiori di quell’ufficio frega poco o nulla di te. Ti danno tre giorni di affiancamento (che una volta erano due) e si aspettano che in quei tre giorni i postini che devi seguire ti abbiano spiegato tutto alla perfezione e che il quarto giorno tu sappia lavorare quasi al pari di un postino che lavora lì da anni. Le 36 ore settimanali previste dal contratto spesso non bastano, bisogna fare per forza almeno un’ora di straordinario al giorno e non sono nemmeno sicura che questo sovrappiù sia retribuito, trattandosi di un contratto a tempo determinato. Se sbagli una cosa arrivano le critiche continue senza alcun incoraggiamento. Se fai tutto bene, nessuno ti dice “bravo, continua così”. Nessuno ti avvisa delle cose importanti. Nessuno ti chiede come stai se ti sei fatto male, anzi continuano le critiche. Pare che ai superiori non freghi proprio niente di te. Se succede qualcosa, se te ne vai volontariamente o costretto, vivo o morto, a loro cambia poco, perché tanto hanno già pronta fuori dalla porta una fila di giovani a cui attingere.

Ma torniamo al motivo del mio licenziamento. Non mi era stato detto che se i giorni di infortunio avessero superato i giorni di prova mi avrebbero mandato a quel paese. Dopo che il medico dell’INAIL mi aveva prolungato l’infortunio, avevo chiesto all’ufficio amministrativo e mi era stato detto che era tutto a posto (ho scoperto tardi che all’INAIL non sono informati per non essere influenzati da fattori esterni). Non c’era scritto neanche nel contratto di una paginetta che avevo firmato e tutti se ne sono guardati bene dall’avvertirmi. C’era scritto però a pagina 57 dell’allegato CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) che consta di un totale di 300 pagine. In quanti riescono a leggere per intero queste 300 pagine? Considerando anche che il giorno immediatamente successivo alla firma del contratto iniziavano i corsi sulla sicurezza dalle 9:00 alle 18:00.

La raccomandata con l’amaro annuncio mi è arrivata lunedì 19 luglio, mentre ero ancora in infortunio. La raccomandata diceva che il mio contratto è stato risolto. Sembra che il mio contratto per loro sia sempre stato un problema. Fortuna che infine sono riusciti a risolverlo.

Non mi sono arresa subito. Mi è venuto in mente di poter fare un tentativo. Visto che la gamba allora andava abbastanza bene, pensavo di chiedere al medico dell’INAIL di accorciarmi l’infortunio di qualche giorno, così non avrei più superato i giorni di prova. Le poste sarebbero state costrette a reintegrarmi nonostante la lettera di licenziamento già inviata? Decisi di chiedere a un sindacato specializzato in questioni relative ai lavoratori postali, ma non ho ottenuto nessuna buona notizia. Si poteva anche provare a chiedere al medico dell’INAIL di chiudere l’infortunio, ma sarebbe stato come chiedergli di dichiarare di essersi sbagliato nella sua valutazione precedente. Inoltre le pratiche per il licenziamento erano già in corso, e questo creava altri problemi. Non c’era molto da fare. Ho chiesto anche se avrei potuto ritentare con una nuova candidatura. Sapevo già che l’azienda tende a chiamare solo chi non ha mai lavorato con loro (pare per via del decreto dignità, che in questo caso ha davvero poco di dignitoso). Il sindacato mi ha abbassato ancora di più le speranze. Se capitano situazioni del genere, è molto improbabile che mi richiamino per una seconda possibilità. “Se sbagli sei fuori” cit. Lo Stato Sociale.
Lessi anche che, teoricamente, entro 60 giorni dal ricevimento della lettera di licenziamento avrei potuto presentare una lettera di impugnazione stragiudiziale del licenziamento con cui contestare la legittimità del recesso datoriale tramite un legale o un sindacato. Ed entro 180 giorni dall’invio dell’impugnazione avrei dovuto depositare, attraverso il mio legale, un ricorso di fronte al giudice del lavoro. Ma questo non mi dava alcuna certezza e anzi mi avrebbe potuto far spendere molti soldi per nulla.

Tuttavia, in questa situazione, c’è un fatto che mi fa arrabbiare più di ogni altra cosa. L’azienda mi ha prontamente avvisato del licenziamento, ma non ha altrettanto prontamente avvisato l’INAIL. A me pare una furbata tipica italiana, perché in questo modo, per circa due settimane, l’INAIL ha continuato a pagare l’azienda credendo che fossi ancora loro dipendente regolarmente retribuita. Dovete sapere che, nel mio caso, l’azienda continuava a farmi avere lo stipendio anche durante l’infortunio e l’INAIL, per compensare, dava all’azienda l’importo dello stipendio. Quindi a un certo punto, l’azienda ha smesso di retribuirmi perché non ero più sua dipendente e l’INAIL non lo sapeva, quindi ha continuato a dare dei soldi alle poste, mentre in realtà avrebbe dovuto darli a me. L’INAIL mi aveva detto che mi avrebbe dato quanto mi spettava una volta che l’azienda avesse restituito quanto pagato e non dovuto. Sono passati ormai oltre due mesi e non ho visto ancora nessun soldo. Mi è venuto il dubbio che forse dovevo fare qualche richiesta, così ho chiesto di nuovo informazioni al sindacato che tratta problematiche postali. Mi è stato detto che è una questione di dialogo tra l’INAIL e l’azienda. Ho chiesto se era normale non aver ricevuto ancora niente dopo oltre due mesi. Mi è stato detto che non era normale, ma il tono sembrava voler dire qualcosa in più: “Non è normale, ma in Italia succede”. Ho chiesto, quindi, se c’era il rischio che dovessi aspettare anche un anno. Risposta: “Spero di no”. Come sarebbe spero di no? Quindi c’è anche questa possibilità? Ecco la cosa che mi fa arrabbiare più di tutto. Se io devo pagare qualche tassa allo Stato, e se non la pago in tempo, mi viene aggiunta la mora. Se lo Stato deve restituire a un cittadino qualcosa, può prendersi tutto il tempo del mondo senza che il cittadino possa chiedergli una mora per il vergognoso ritardo. Complimenti! Evviva il bel paese!
Avrei preferito che mi venisse sospeso lo stipendio finché non fossi tornata a lavoro.

La cartolina più bella che ho consegnato. Da notare il cerchietto pieno di sabbia e conchiglie. Una cartolina così nel gergo è detta “sabbiolina”.

Poiché voglio terminare questa saga in modo allegro, vi racconto di un altro episodio che mi è tornato in mente dopo aver pubblicato l’articolo dove elenco alcuni curiosi aneddoti. Questo episodio potrei intitolarlo “La pentola in testa”.
Non so se avete presente l’afa di luglio nella Pianura Padana. Si sta bene dentro casa, in un locale con l’aria condizionata, o all’ombra. Io dovevo aggirarmi sotto il sole cocente su strade di asfalto rovente nelle ore più calde della giornata. Il che non era nemmeno male, se poi penso a quei postini che si trovano a consegnare sotto il diluvio, in mezzo alla tempesta. Comunque, tornando all’estate afosa, nel bauletto posteriore, oltre a raccomandate e pacchi mettevo anche una bottiglietta d’acqua, una di tè e un succo di frutta. Quando tornavo all’ufficio avevo svuotato tutte le bottiglie.
Ogni volta che finivo la consegna di un mazzo di posta e dovevo recuperarne un altro dalla borsa sceglievo sempre un posto ombreggiato in cui fermarmi per bere un po’. Un giorno mi sono fermata sotto l’ombra creata da un albero vicino al recinto di un’abitazione. Il proprietario era nel giardino e vedendomi aveva creduto che avessi posta per lui e si era avvicinato. Quando ha capito la situazione ha detto: “Ah, ti sei messa sotto l’ombra. E ci credo, con quella pentola in testa!” La pentola era il casco e la frase era stata detta in dialetto veneto. “Con quea pentoa in testa”. Mi ha fatto sorridere.

Un approfondimento molto interessante su Radio Capital: “Spesso capita che nuovi assunti si licenzino già dopo il primo giorno”


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22 pensieri riguardo “Vita da portalettere: l’avventura finisce così

  1. Come mi dispiace che la tua (dis)avventura con le poste, che avevo seguito fin dall’inizio, ti abbia lasciato questo amaro in bocca
    E’ vergognosamente ingiusto trattare così i giovani che vogliono lavorare…
    Forse allora è davvero più furbo farsi dare il reddito di cittadinanza

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  2. Mi dispiace…la tua esperienza mi ricorda la mia…tanto tempo fa’..solo che io ero a tempo determinato.Sola in un mare di posta…con le persone che telefonavano in ufficio perché non era arrivato il giornale.
    Non arrenderti per lo stipendio

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  3. Avevo già sentito storie simili, ma, ovviamente, si spera sempre le cose possano andare diversamente.
    Mi dispiace e mi dispiace ancora di più perché so quanta passione ci hai messo.
    Con questi post ci hai dimostrato tutta la tua tenacia e tutta la tua abilità letteraria (di cui ci avevi dato già prova con le tue poesie): noi sappiamo quanto vali, ora è bene che anche là fuori se ne accorgano. E se ne accorgeranno, ne sono sicura.
    Ti mando un abbraccio.

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  4. Boh, uno non ha neanche più le parole per indignarsi. Questi problemi di comunicazione li ho riscontrati ovunque e non capisco come è possibile che possano esistere.
    Per il lavoro, dato l’ambiente, forse meglio che sia andata così, continuare a sopravvivere in quelle condizioni sarebbe stato solo altamente stressante. La prossima volta potresti essere più fortunata.
    Non so bene come funzioni questo mondo, ma se comunque lavorare come portalettere ti piace, esistono altre possibilità che potresti sfruttare?

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    1. Temo ci sia qualcosa che non funziona a dovere qui in Italia.
      Per come stanno le cose al momento, per poste non potrei più lavorare: visto quello che è successo non prendono più in considerazione la mia candidatura. Devo stare attenta all’uscita di altri bandi che offrono lavori simili, ma con altre aziende.

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  5. Accidenti, mi dispiace proprio tanto, visto che il lavoro ti piaceva, nonostante l’ambiente pessimo. Il mondo del lavoro italiano è proprio una schifezza totale, ovunque si raccolgono storie assurde e ci dobbiamo anche sentir dire che è colpa nostra che siamo difficilз e compagnia bella.So che queste esperienze buttano tanto giù, quindi ti mando un forte abbraccio!💚

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